Resistenza Animale


Ho da poco scritto di animali che si ribellano – agli sveltoni che replicano sia inopportuno parlare di “insubordinazione”: ehi, geni, è il loro modo di dirci di no – e, come sicuramente avrete già appreso, la folle cavalcata nel traffico di Imola di Alexandre, il cucciolo di giraffa fuggito dal circo Orfei, si è conclusa nel più tragico dei modi. Non che potesse andare granché meglio di così: dio sa se la morte non sia, per ora, l’unica liberazione che c’è dato immaginare per un animale destinato ad un ruolo umiliante com’era il suo. Sulla storia di Alex potete leggere l’amica Rita, che ha nominato, nel suo bel pezzo, un testo purtroppo non tradotto in italiano che documenta i tentativi di ribellione e fuga messi in atto da varie specie di animali ridotti in schiavitù. Smanettando un po’ per il web, ho trovato una recensione, che traduco:


“Fear of the Animal Planet: The Hidden History of Animal Resistance” by Jason Hribal

(di Katie Gillespie)

Gli animali resistono. Fuggono dalle loro gabbie. Attaccano i loro addestratori. Si rifiutano di mangiare, lavorare o riprodursi. Mordono, graffiano, scalciano e talvolta uccidono. Queste storie ci sono familiari – sia attraverso le nostre esperienze personali che da quanto abbiamo appreso dai telegiornali. Zoo, circhi, acquari, e fonti di informazione riportano spesso questi atti come incidenti isolati, parlando di animali “impazziti”, o di “cattiva indole”. Ma cosa succede se noi riconosciamo questi atti non come incidenti isolati, ma come singoli, e a volte collettivi, atti di resistenza all’interno del loro proprio genere di movimento sociale?

Jason Hribal, nel suo libro del 2010, Fear of The Animal Planet: The Hidden History of Animal Resistance [AK Press / CounterPunch], ci spinge a riconoscere questa lunga storia di resistenza, e ci chiede di pensare a che cosa significhi leggere storie umane e animali sotto questa prospettiva. Il libro documenta con attenzione le storie di lotte e resistenza dei singoli animali e dei gruppi di animali nel settore dello spettacolo, e solleva la questione per quanto riguarda queste e ad altre lotte di liberazione. Le storie che Hribal racconta sono numerose e varie.

Tatiana, una tigre siberiana dello Zoo di San Francisco, fuggì dal suo recinto, e poi, dopo essere passata tra la folla e aver ignorato numerosi astanti, uccise e mutilò tre adolescenti che si erano presi gioco di lei, molestandola e lanciandole oggetti. Fu inseguita e colpita a morte dalla sicurezza del parco.

Janet, un’elefantessa del Great American Circus, inseguì e cercò di ferire i dipendenti del circo, proprio mentre aveva un gruppo di bambini a cavallo sulla schiena. In mezzo al caos, si fermò, lasciò che qualcuno le togliesse i bambini dal dorso, e poi continuò a inseguire i dipendenti. Janet afferrò quindi un toro-hook, che avevano spesso usato per picchiarla, e lo fracassò ripetutamente contro un muro.

Un gruppo di babbuini in Nord Africa resisté all’abbattimento e alla cattura di alcuni membri della comunità da parte di commercianti di animali inseguendoli fino alla stazione ferroviaria, e facendo irruzione nei vagoni del treno per cercare di liberare i babbuini catturati.

Tilikum, un orca prigioniera a SeaWorld, uccise diversi dei suoi addestratori, schiacciandoli sul fondo della sua vasca fino a quando non fossero annegati.

Jeffrey St. Clair, nella sua introduzione al libro, scrive:

Ogni volta che un addestratore brutale viene calpestato con un toro-hook, ogni volta che un visitatore molesto viene sbranato, ogni volta che un istruttore violento viene affogato si apre una crepa nel vecchio sistema che tratta gli animali come una proprietà e una merce, oggetti senza cervello di sfruttamento e abuso. I ribelli animali stanno facendo la propria storia e Jason Hribal è il loro Michelet (2010: 16).

Sin da quando Fear of Animal Planet è stato realizzato, ho sentito qualche critica secondo cui Hribal non riuscirebbe a spingersi abbastanza in profondità nell’analizzare che cosa questa resistenza significhi, come dovremmo interpretarla, e come dovremmo informare il lavoro per proseguire in questa direzione. Chiaramente, è vero che Hribal avrebbe potuto fare di più per analizzare e teorizzare come dovremmo leggere questi atti di resistenza in un modo più sfaccettato.

Ma non posso davvero contestare la scelta di Hribal di lasciare il libro in qualche modo analiticamente incompiuto e senza la mano pesante di una teoria che cerchi di istruire il lettore su come e cosa pensare. Questa indeterminatezza è proprio uno dei maggiori punti di forza del libro, in quanto fornisce un invito ad ulteriori discussioni.

I lettori di Our Hen House, tra i quali attivisti per i diritti animali, studenti di Animal Studies e specialisti che si occupano di riscattare animali, sono in una posizione perfetta per spingere più in là questo confronto. Così tante persone in questo movimento hanno da tempo riconosciuto che gli animali sono in grado di resistere, che gli animali hanno capacità di azione, e che esprimono tale capacità in una grande varietà di modi. È tempo di formulare alcune delle domande più urgenti che l’evidenza di tale resistenza solleva.

In primo luogo, cosa significa questo per il movimento dei diritti degli animali in generale? Il movimento per i diritti animali è ancora un movimento degli esseri umani per gli animali. Questo libro rielabora questa concezione del movimento un po’ alla sua maniera. Esso sostiene che gli animali sono già impegnati in un proprio movimento sociale, che dovremmo riconoscere come tale. Inoltre, cosa potrebbero imparare i movimenti di liberazione umana e non umana cercando di capire forme di resistenza diverse nei loro termini, e senza imporre modelli di movimenti sociali di resistenza umani agli animali? E come potremmo aprirci a una nuova comprensione di concetti come resistenza, liberazione e giustizia, osservando e ascoltando ciò che ha da dirci il movimento storico e contemporaneo di resistenza animale? Il solo articolare queste domande rivela quanto il movimento di liberazione animale dovrebbe imparare da coloro che cerca di servire.

Fear of the Animal Planet è solo l’inizio di questa conversazione importante ed emozionante. Per questo, possiamo essere grati a Jason Hribal – per aver scritto la prima parola di un dialogo serio sulla resistenza degli animali non umani e le lotte di liberazione.

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13 risposte a “Resistenza Animale

  1. Brava!!! Grazie mille per aver tradotto la recensione (e anche per avermi citata). Ottimo lavoro, molto utile.
    Voglio leggere quanto prima questo saggio di Hribal, da quando ne ha parlato Best non faccio che pensarci.
    Questa parte è importantissima e significativa:
    “n primo luogo, cosa significa questo per il movimento dei diritti degli animali in generale? Il movimento per i diritti animali è ancora un movimento degli esseri umani per gli animali. Questo libro rielabora questa concezione del movimento un po’ alla sua maniera. Esso sostiene che gli animali sono già impegnati in un proprio movimento sociale, che dovremmo riconoscere come tale. Inoltre, cosa potrebbero imparare i movimenti di liberazione umana e non umana cercando di capire forme di resistenza diverse nei loro termini, e senza imporre modelli di movimenti sociali di resistenza umani agli animali? E come potremmo aprirci a una nuova comprensione di concetti come resistenza, liberazione e giustizia, osservando e ascoltando ciò che ha da dirci il movimento storico e contemporaneo di resistenza animale? Il solo articolare queste domande rivela quanto il movimento di liberazione animale dovrebbe imparare da coloro che cerca di servire. “

  2. P.S.: Serena, postala pure su Asinus la recensione tradotta, assieme al tuo pezzo.
    Mi sembra un argomento interessantissimo.

  3. interessante, avevo anch’io già letto del libro in un altro articolo di Rita, spero che lo traducano presto

    aggiungo che oltre a fuggire, attaccare, rifiutare di mangiare ecc gli animali protestano anche con la propria vita quando decidono per il suicidio piuttosto che a una vita di squallore, famoso il caso del delfino flipper

    tra l’altro io vivo proprio con questa situazione sotto gli occhi, al mio cane a volte è bastato qualche secondo senza guinzaglio che mi è scappato dall’altra parte della città, per poi ritornare bagnato fradicio e pieno di graffiate sul naso, ha passato la sua prima giovinezza prima in un canile poi come vagabondo, quindi sa bene com è bella la libertà, anche se dura per un cane di oggi.

    • ahhahha, povero…

      Io ho avuto un cane che me ne faceva di tutti i colori: lui usciva e rientrava da solo (all’epoca non abitavo a Roma, ma in un paese e in una zona con poco traffico), gli aprivo la porta quando chiedeva e poi quando voleva rientrare bussava o abbaiava (anche con una certa insistenza, dovevo correre, altrimenti si arrabbiava pure). C’erano però dei periodi (in genere quando qualche cagnetta in zona andava in calore) che non mi rientrava a casa, nemmeno di notte, quindi dovevo partire ed andarlo a cercare. Una volta non volle saperne di seguirmi, io lo lasciai stare perché tanto sapevo che stava bene (era estate poi, non faceva nemmeno freddo), rientrò la mattina dopo affamatissimo e stanco morto, chissà dov’era stato… si chiamava Charlie, era un bastardino incrociato con un pinscher; gli ultimi anni poi, con la vecchiaia, si era calmato, non usciva più da solo, ma solo con me. Mi manca tanto. 😦
      Ha avuto una bella vita però e questo mi consola.

    • Avete letto Timbuctù di Paul Auster?
      Ve lo consiglio, un bel romanzo.

  4. > Ha avuto una bella vita però e questo mi consola.

    eh già, in un mondo migliore dovrebbe essere questa la vita di un cane (anzi in un mondo migliore dovrebbero esserci solo cani selvatici). Anche dove sono io non c’è molto caos, però, non mi fido a lasciarlo girare libero con tutte le storie che si leggono in giro… poi lui ha praticamente la mappa mentale di tutte le zone della città dove si aggirano gatti e ti lascio immaginare il resto (e non è un pincher, è un mezzo lupo), infatti spesso quando scappa so sempre dove andarlo a cercare, ma devo essere svelto, però, quando lo vedo è l’immagine della felicità 🙂

    • Anche la mia (un pitbull sfigatissimo che abbiamo tenuto o sarebbe finito al canile: il mio primo e unico cane) vuole sempre più spazio e ogni tanto tenta la fuga…ultimamente poi c’è un gruppetto di ragazzini che passa tutto il pomeriggio giocando a pallone di fronte a casa mia: lei li sente e vuole unirsi, e una volta c’è pure riuscita, devastandogli il pallone (loro non ne sono stati troppo felici). Non capisce perché non la lasci andare e piange, che strazio.

      • Eh, lo so, capisco il tuo strazio. Io ho lo stesso problema con i gatti: hanno il terrazzo e ogni tanto li faccio scendere anche nel cortile condominiale (la sera, quando non c’è nessuno), però loro come vedono che apro la porta di casa vorrebbero uscire, sempre. Ma abito in una via trafficatissima, se li lasciassi uscire finirebbero sotto un macchina o comunque si spaventerebbero andando a rintanarsi chissà dove.
        I randagini delle colonie feline sono liberi, però per loro la vita è più dura in inverno, quando fa freddo, e si ammalano più di frequente.
        La soluzione ideale sarebbe andare a vivere in campagna, dove potrebbero uscire e rientrare a loro piacimento. Ma ancora non me la sento di fare questo passo, forse un giorno.
        Cerchiamo di fare del nostro meglio.

  5. > Non capisce perché non la lasci andare e piange, che strazio.

    già, non è bello. Da una parte è l’unico modo per fargli fare una vita sicura e decente, dall’altra li si priva della libertà, ma a l momento è l’unica soluzione accettabile, e nonostante io il mio lo faccio uscire tutti i giorni almeno un’ora (mi sa che sono l’unico cretino qui in città a fare questo) so che non gli basta mai

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