Archivi categoria: Poesia

Per Jenny

«Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza», Theodor Wiesengrund Adorno. Uno di quegli aforismi il cui senso mi è stato da subito intuitivamente chiaro, chiaro di una chiarezza lampante. Forse perché conosco bene la debolezza e le reazioni che essa solitamente provoca. Anni fa, in uno di quegli stupidi test imbastiti da educatori speranzosi e altrettanto stupidi per aiutarti nell’integrazione sociale, l’autorappresentazione di me che ne veniva fuori, sia come propriocezione che come percezione di me da parte degli altri, era: uno scarafaggio. Letteralmente, uno scarafaggio – allora non c’entrava niente l’antispecismo.

Vedere lei, più grande, inequivocabilmente donna, tanto più bella e desiderabile di me perdere completamente la testa per la gelosia aveva dell’incredibile. Continua a leggere

Sulla tovaglia piena di briciole

avete risolto tutto in famiglia
giocando a poker coi borlotti
mentre io sul panno verde
lustravo la madreperla
di fiches leggendarie
come il mio amore

(Michele Mari)

Alfonso Berardinelli su Amelia Rosselli

Perdonatemi, perdonatemi, perdonatemi

Perdonatemi perdonatemi perdonatemi
vi amo, vi avrei amato, vi amo
ho per voi l’amore più sorpreso
più sorpreso che si possa immaginare.

Vi amo vi venero e vi riverisco
vi ricerco in tutte le pinete
vi ritrovo in ogni cantuccio
ed è vostra la vita che ho perso.

Perdendola vi ho compreso perdendola
vi ho sorpresi perdendola vi
ritrovo! L’altro lato della pineta
era così buio! solitario! rovinoso!

Essere come voi non è così facile;
sembra ma non lo è sembra
cosa tanto facile essere con voi ma
cosa tanto facile non è.

Vi amo vi amo vi amo
sono caduta nella rete del male
ho le mani sporcate d’inchiostro
per amarvi nel male.

Cristo non ebbe così facile disegno
nella mente tesa al disinganno
Cristo ebbe con sé la spada e la guaina
io non ebbi alcuna sorpresa.

Candore non v’è nei vostri occhi
benevolenza era tanto rara
scambiando pugni col mio maestro
ma v’avrei trovati.

Vi amo? Vi amerei? Tante cose
nel cielo e nel prato ricordano
amore che fugge, che scappa
dietro le case.

Dietro ogni facciata vedere quel
che mai avrei voluto sapere; dietro
ogni facciata vedere
quel che oggi non v’è.

(Amelia Rosselli)

Zampa di scimmia

Zampa di scimmia è un racconto mediocre. Scopro ora di William Wymark Jacobs, uno scrittore inglese che lo pubblicò nel 1902. Devo averlo letto quasi quindici anni fa: a scuola, durante le ore di antologia (le mie preferite). Di pomeriggio si leggeva in classe, ad alta voce, e io conservo un ricordo molto nitido di quello che provai durante quelle ore lontane. Forse un ruolo fondamentale deve averlo avuto la voce. Non ricordo i titoli, i nomi dei personaggi, sovente i nodi fondamentali dell’intreccio (ve la ricordate la Gazzola sulla differenza tra fabula e intreccio?), ma le sensazioni sì. Io avevo molta vergogna a leggere davanti a tutta la classe, e speravo sempre capitasse a un altro: quand’era il mio turno ero troppo assorbita dallo sforzo di non impappinarmi per badare a quello che leggevo, così mi impappinavo e in più non leggevo. Zampa di scimmia però lo lesse un altro. Segnavo con gli occhi e la punta delle dita ogni parola pronunciata, incollata al banco. Non sono più stata capace di quella partecipazione.

Zampa di scimmia è un racconto macabro. Parla delle cose che non tornano. A distanza di anni non l’ho mai riletto, e probabilmente se l’avessi fatto mi avrebbe deluso. Forse per un certo lasso di tempo devo anche averlo dimenticato. A farlo riaffiorare è stato un lutto, un lutto interrotto.

La trama. Sono senza fantasia, da Wikipedia:

Il racconto[1] è incentrato su un amuleto magico in grado di esaudire tre desideri: una zampa di scimmia. Il potere dell’amuleto è dovuto ad un incantesimo di un vecchio fachiro che voleva dimostrare che non bisogna cercare di modificare il proprio destino. Continua a leggere

Non farti sentire mai più

Chissà cosa si deve provare a dirlo, o a scriverlo. Io non lo so, non ne sono mai stata capace. Ci ho fantasticato molte volte, di andarmene sbattendo la porta, pronunciare questa frase epica, ma non ne ho mai avuto la libertà. Più che altro avrei voluto dirlo a persone che potevano benissimo fare a meno di sentirmi, mentre non valeva il contrario.
Mi congedo con frasi piuttosto stupide, e altrettanto sincere. Il che è strategico: spesso non voglio congedarmi, e trovandomi legata a persone con un senso estetico sufficientemente sviluppato mi auguro segretamente che non potranno accettare un epilogo tanto vile, e vorranno tornare almeno una volta, raddrizzare di un poco quella piccola stortura. La sincerità invece è pura violenza remissiva: ehi, guarda quanto sono tenera, torna da me.

– Non farti sentire mai più.
– […] Cercherò di lasciarti in pace, ma non ti auguro ogni bene perché io ti volevo per me.

Funziona? Non ne ho idea, ma è abbastanza probabile di no.

*Questo post non è scritto da Michela Marzano bensì da me, il che è piuttosto grave. Manco ho fatto la Normale di Pisa, o insegno filosofia politica e morale a Paris.

Afa

Il caldo rende pressoché impossibile mantenere la posizione eretta. Per la spossatezza mi è difficile concentrarmi e leggere anche solo letteratura. L’unica persona che vorrei sentire ha ormai raggiunto il grado zero dell’empatia verso di me e se si fa trovare lo fa per noia – quando la mia noia non supera la sua noia: in ogni caso non si fa trovare. Mi alzo per prendere una pesca, devo introdurre qualcosa di zuccherino. La faccio passare sotto il getto dell’acqua fresca, bagnandomi anche i polsi. Chissà perché, invece di addentarla la taglio in due metà nette. Il guscio è marcescente, ne esce una grossa forbice nera il cui corpo lucido sembra quello di un verme. Le zampette sono già sulla mia mano. Vengo invasa dalla nausea, poi ho un capogiro. Mi siedo.