Archivi categoria: Adorno

Adorno sul freddo infraumano

Non esageriamo

Alla critica delle tendenze della società attuale si obbietta automaticamente, prima ancora che sia stata formulata, che le cose sono sempre andate così. L’indignazione – che viene prontamente respinta – testimonierebbe solo di una scarsa penetrazione dell’invariabilità della storia, di un’irragionevolezza superbamente diagnosticata da tutti come isteria. Si rimprovera, inoltre, all’accusatore, di volersi mettere in mostra col suo attacco, di ambire al privilegio del particolare, mentre ciò che suscita il suo sdegno è triviale e noto a tutti, e non ha senso pretendere che gli altri perdano tempo ad occuparsene. L’evidenza del male torna a vantaggio della sua apologia: poiché tutti lo sanno, nessuno ha più il diritto di dirlo, e il male, coperto dal silenzio, può continuare indisturbato. Si ottempera al precetto che la filosofia di tutte le tinte ha martellato nelle teste degli uomini: ciò che ha dalla sua parte il peso dell’esistenza, ha dimostrato con ciò il suo diritto. Basta che uno si mostri insoddisfatto, ed è già sospetto come riformatore del mondo. L’intesa si serve di questo trucco: attribuire all’oppositore una teoria reazionaria della decadenza, che non potrebbe sostenersi – forse che, di fatto, l’orrore non si perpetua eternamente? – , screditare, col suo presunto errore teorico, la concreta percezione del negativo, e calunniare come oscurantista chi si ribella all’oscurità.

(Th. W. Adorno)

I matti ci piacciono?

Si rendono necessarie alcune precisazioni che mai avrei pensato di dover fare ma tant’é, la vita è un’emozione continua. Cerco di cavarmela alla svelta. Pare che qualcuno, leggendo l’intestazione del blog («solo i pazzi dicono la verità al dominio», che è l’ennesima citazione adorniana e probabilmente andrebbe messa tra virgolette anche lassù, ma sono così antiestetiche…) e altre cose mie, abbia ritenuto che il mio modestissimo contributo alla causa dell’antispecismo si risolva in una celebrazione della genìa dei mentecatti. In particolare, si sono messi in testa io mi sia lanciata in una rivisitazione acritica dell’antipsichiatria e della follia intesa in senso nietzschiano. Non è così. E per almeno due ragioni:

1) Non conosco nulla di antipsichiatria, e solitamente la lettura di francesi del calibro di Deleuze (ma anche solo di francesi…) mi provoca fastidiose irritazioni in tutto il corpo e un irresistibile desiderio di scaraventare il libro fuori dalla finestra.
2) Non ho idea di cosa sia la follia intesa in senso nietzschiano, di Nietzsche parlo poco e solitamente non bene (Pasquale so di darti un dolore, perdonami), l’ho letto di malavoglia e sempre con la spiacevolissima  sensazione il suo ego si interponesse tra me e il testo, guastandomi l’umore.
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Per un’umanità che sappia piangere: olocausto e animali in Theodor W. Adorno

apparso su Asinus Novus

Come la fine, anche l’origine della musica va oltre il regno delle intenzioni, ed è imparentata al gesto, strettamente affine al pianto. Il gesto dello sciogliere: la tensione della muscolatura facciale cede, quella tensione che, nel volgere il viso verso l’ambiente in vista dell’azione, lo isola al tempo stesso da questo. Musica e pianto schiudono le labbra e lasciano libero l’uomo che trattenevano… L’uomo che si lascia defluire in pianto e in una musica che non gli assomiglia più in nulla, lascia contemporaneamente rifluire in sé la corrente di ciò che egli non è e che aveva ristagnato dietro lo sbarramento del mondo degli oggetti concreti. Col suo pianto e il suo canto egli penetra nella realtà alienata.
(Th. W. Adorno)

Una fra le cose più lampanti che il magistrale saggio di Susann Witt-Stahl esibisce, è che la PeTA, contro Adorno, dimostra quanto Adorno avesse ragione. Contro Adorno, perché con tutta probabilità la ‘citazione adorniana’ utilizzata dall’associazione per la campagna Holocaust on your plate è un falso [1]; che avesse ragione, perché, come Jean Améry intuì nel suo «saggio amaro e gelido» [2], presto anche le testimonianze dei sopravvissuti sarebbero state ridotte a merce: l’industria culturale non avrebbe risparmiato neppure Auschwitz dalla sua morsa. Continua a leggere

Agli uomini che sanno piangere

Come la fine, anche l’origine della musica va oltre il regno delle intenzioni, ed è imparentata al gesto, strettamente affine al pianto. Il gesto dello sciogliere: la tensione della muscolatura facciale cede, quella tensione che, nel volgere il viso verso l’ambiente in vista dell’azione, lo isola al tempo stesso da questo. Musica e pianto schiudono le labbra e lasciano libero l’uomo che trattenevano… L’uomo che si lascia defluire in pianto e in una musica che non gli assomiglia più in nulla, lascia contemporaneamente rifluire in sé la corrente di ciò che egli non è e che aveva ristagnato dietro lo sbarramento del mondo degli oggetti concreti. Col suo pianto e il suo canto egli penetra nella realtà alienata.

(Th. W. Adorno)

Sono solo utopie

L’essenza dell’utopia, ciò che si può rappresentare come utopia, è la trasformazione del tutto. […] A me sembra sia andato perduto per l’uomo ciò che è soggettivo, ciò che è secondo la coscienza, ovvero la capacità di rappresentarsi il tutto come qualcosa che potrebbe essere in modo affatto differente.
Nel fatto che gli uomini siano fedeli al mondo così com’è, e di fronte a questa coscienza bloccata della possibilità, c’è senz’altro una ragione molto profonda […]. La mia tesi in merito sarebbe che nel profondo tutti gli uomini, lo ammettano oppure no, sanno che potrebbe essere altrimenti, che ciò è possibile. Essi potrebbero vivere non solo senza fame e probabilmente senza angoscia, ma anche liberi. Continua a leggere

Minima et immoralia

apparso su Asinus Novus

Si dice che Adorno non fosse un tipo simpatico. Mentre Horkheimer, l’amico e fratello, nonché co-autore di quel miracolo a quattro mani che è la Dialettica dell’illuminismo, era noto per le sue maniere gentili e la affabilità, Theodor passava per l’intellettuale snob, capriccioso e inconciliante. «Il tipo d’uomo che ad un pranzo tra amici non vorresti ti sedesse vicino», disse una volta un mio vecchio professore di estetica, nel tentativo di smussare la mia adorazione da neofita. Ma suppongo fosse in grado di infastidire anche dall’altro capo della tavola. Continua a leggere

Le lepri di Adorno

 

 

Fin da quando cominciai a riflettere, mi rese sempre felice la canzone che comincia con le parole  “tra il mondo e la profonda, profonda valle”: la storia delle due lepri che, mentre si sollazzano sull’erba, sono abbattute dal cacciatore, e, quando si rendono conto di essere ancora vive, scappano via. Ma solo più tardi ho compreso il monito contenuto in quella storia Continua a leggere

Mangiar Fiori

 

 

Il loto è una vivanda orientale. Tagliato a fette sottili, ha tuttora il suo posto nella cucina cinese e indiana. Forse la tentazione che gli si attribuisce non è quella di regredire allo stadio della raccolta dei frutti della terra e del mare, più antico dell’agricoltura, dell’allevamento e della stessa caccia, più antico, insomma, di ogni forma di produzione. Difficilmente è un caso che l’epopea associ l’idea del paese di cuccagna al fatto di mangiare dei fiori, anche se si trattasse di fiori che oggi non rivelano più traccia di questo carattere. Il mangiar fiori, che si usa ancora come dessert nel vicino Oriente, ed è familiare ai bambini europei dalla cottura all’acqua di rose e dalle violette candite, promette uno stato in cui la riproduzione della vita è indipendente dall’autoconservazione consapevole, la beatitudine sazia dall’utilità dell’alimentazione metodica. Il ricordo della felicità più antica e più remota, che balena al senso dell’odorato, si fonde con l’estrema vicinanza, quella dell’incorporare. È un ricordo della preistoria. Per quante pene e tormenti possano aver subito gli uomini in essa, essi non sono in grado di concepire una felicità che non viva della sua immagine: «Di là navigammo avanti, sconvolti nel cuore»[1].

(Theodor W. Adorno)


[1] Odissea, IX, 105.