Per Jenny

«Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza», Theodor Wiesengrund Adorno. Uno di quegli aforismi il cui senso mi è stato da subito intuitivamente chiaro, chiaro di una chiarezza lampante. Forse perché conosco bene la debolezza e le reazioni che essa solitamente provoca. Anni fa, in uno di quegli stupidi test imbastiti da educatori speranzosi e altrettanto stupidi per aiutarti nell’integrazione sociale, l’autorappresentazione di me che ne veniva fuori, sia come propriocezione che come percezione di me da parte degli altri, era: uno scarafaggio. Letteralmente, uno scarafaggio – allora non c’entrava niente l’antispecismo.

Vedere lei, più grande, inequivocabilmente donna, tanto più bella e desiderabile di me perdere completamente la testa per la gelosia aveva dell’incredibile. Perdere la testa e soffrire come un cane, soffrire davvero. Per gelosia. Di me. Tuttavia, le mie continue rassicurazioni non avevano il potere di tranquillizzarla in alcun modo e quel suo morbo finì per riversarsi su di me, scombussolare le abitudini religiosamente coltivate all’ombra di una solitudine ormai cronica: i sospetti, le accuse, gli interrogatori cominciarono a rendere le mie giornate invivibili. Desiderai che sparisse e di riprendermi la mia vita, di quella che sapevo con certezza definire come la mia vita e di cui mi sentivo ora dolorosamente espropriata. Ma lei non mollava, e i suoi pianti disperati finirono per peggiorare la situazione, fino alla morte della pietà, fino all’inevitabile: “taci, uccellaccio!”, le gridai tutto d’un fiato dall’altro capo del telefono. Naturalmente ne fu enormemente ferita, ma io troppo frastornata dall’avanzare incomprensibile di questo essere tremebondo non riuscii a fare un passo verso di lei. Seguì il silenzio.

La soddisfazione di una pace riconquistata non durò che qualche momento. Riconoscevo con assoluta sicurezza la mia ragione e il suo torto, ma questo non bastava a spegnere la mancanza. Cominciai a preoccuparmi per lei, a vedere in quella reazione che pure giudicavo comprensibile e fisiologica il mostro. Composi nervosamente il suo numero. Mi rispose con un filo di voce, quello che le concedeva una giornata passata all’insegna del pianto. “Come fa l’uccellaccio?” “Cra”.

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