Archivi categoria: Egotismi

Più positività per tutt*

Scrivono farei parte di quella categoria di animalisti/antispecisti che stanno sempre a piagnucolare sul dolore, la cattiveria umana, il male: non avevo capito si riferissero a me, ma me lo sono proprio venuti a specificare. Contraddittoriamente, poi, aggiungono il mio sguardo sul mondo animale sarebbe molto astratto, universale, purificato di ogni disposizione emotiva e personale. Strano, quell’altro ha commentato la mia scrittura sarebbe troppo, troppo sentimentale – ne sono stata così poco colpita che sono corsa in bagno a piangere (non è vero: ma quasi) e ho assillato più o meno chiunque per due giorni, cercando di convincermi il nomignolo feroce che mi affibbiò la donna che avrei voluto incendiare di passione (“Winnie the Pooh”) non è adatto, almeno, alla versione di me che sta di turno alla tastiera. Siccome le cose che non vogliamo sentirci dire hanno la proterva tendenza ad esserci dette, e, quando ci vengono dette, bruciano, mi sento di respingere totalmente l’accusa di intellettualismo – ma magari! – , e replicare che, piuttosto, dovrei imparare a limare le numerose intromissioni istintuali che mi pare inquinino i miei testi. Riguardo al fatto che non sarei abbastanza positiva, che dire.

Un video positivo. Siamo tutt* Winnie the Pooh.

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Sull’arroganza atea

Il mio rapporto con dio è stato tanto breve quanto intenso. Sono nata in una famiglia cattolica, ho frequentato scuole cattoliche, tuttora mia zia prega perché io ritrovi la strada del cattolicesimo e guarisca dal mio ignobile ateismo. Vissi il sacramento della penitenza con un’angoscia che ancora oggi non sono in grado di restituire: ero convinta Gesù fosse ovunque, mi vedesse, e quindi sentivo di non poter mentire al sacerdote cui chiedevo l’assoluzione, o Lui l’avrebbe saputo, e la situazione della mia anima sarebbe peggiorata parecchio. Il senso di colpa attecchì in me con la stessa facilità della Robinia pseudoacacia, e a sette anni scongiurai mia madre di venire a confessarsi con me, ché era troppo tempo che non faceva la comunione e sicuramente aveva commesso qualche peccato mortale, di quelli che uccidono la grazia. Quando poi pensò di divorziare, la stimai perduta per sempre.
In terza elementare, smisi di credere a ciò che mi raccontavano le suore, presi anzi a odiarle con tutta me stessa e a contare i giorni che mi separavano dalla cresima, quando finalmente avrei potuto tirarmi fuori per sempre da quell’ambiente, divenuto insopportabile e disprezzato. Continua a leggere

I matti ci piacciono?

Si rendono necessarie alcune precisazioni che mai avrei pensato di dover fare ma tant’é, la vita è un’emozione continua. Cerco di cavarmela alla svelta. Pare che qualcuno, leggendo l’intestazione del blog («solo i pazzi dicono la verità al dominio», che è l’ennesima citazione adorniana e probabilmente andrebbe messa tra virgolette anche lassù, ma sono così antiestetiche…) e altre cose mie, abbia ritenuto che il mio modestissimo contributo alla causa dell’antispecismo si risolva in una celebrazione della genìa dei mentecatti. In particolare, si sono messi in testa io mi sia lanciata in una rivisitazione acritica dell’antipsichiatria e della follia intesa in senso nietzschiano. Non è così. E per almeno due ragioni:

1) Non conosco nulla di antipsichiatria, e solitamente la lettura di francesi del calibro di Deleuze (ma anche solo di francesi…) mi provoca fastidiose irritazioni in tutto il corpo e un irresistibile desiderio di scaraventare il libro fuori dalla finestra.
2) Non ho idea di cosa sia la follia intesa in senso nietzschiano, di Nietzsche parlo poco e solitamente non bene (Pasquale so di darti un dolore, perdonami), l’ho letto di malavoglia e sempre con la spiacevolissima  sensazione il suo ego si interponesse tra me e il testo, guastandomi l’umore.
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Alcuni commenti

Riporto uno stralcio dello scambio di battute che si è svolto su Asinus Novus in calce al mio articolo Siate affamati, siate stupidi, perché c’è un commento che mi è parso tanto bello e illuminante e mi piace tenermelo vicino, che non vada perso nei meandri del web, tra le cose che nessuno legge più:

Anton: Ode alle vite in-fami.
(Peccato per il titolo: ma forse è ironico)

Serena: (Sì, è ironico. Ma è così brutto? Non è piaciuto a nessuno. Mica è un omaggio a Jobs, è venuto così…)
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Il comandamento biblico «ama i tuoi nemici», che fin da piccola mi fu presentato come lo skàndalon del Cristianesimo, il più arduo e insostenibile dei precetti evangelici, è in realtà il più tiepido degli insegnamenti che in anni e anni di scuola cattolica cercarono di impartirmi. La parabola del figliol prodigo riuscì a turbarmi molto di più. «Amali, perché se ami solo chi ti ama, quale merito ne avresti?», prosegue quello. Ma è sin troppo facile. «Odia i tuoi nemici, odiali!», avrebbe dovuto dire; questo forse mi sarebbe valso qualche merito.

Rimembranze

Non fu un incidente grave, ma da allora la mia già scarsa propensione alla guida si estinse del tutto. Ventun’anni: io, la mia vecchia clio verde e il mio ex fidanzato torniamo da Lodi verso Secugnago, al volante ci sono io. Un enorme tir sbuca alla mia sinistra e non rispetta lo stop, immettendosi nella mia carreggiata: mentre io sono in quel punto della carreggiata. Sterzo dolcemente verso destra con un movimento lento e automatico – era mia quella mano? – , riesco a rimanere in corsia e a portare a casa la pelle. Ma per alcuni secondi (lunghi, eterni secondi) io e la punta della clio finiamo sotto il rimorchio del camion. La macchina è bassissima, gli scivola sotto. Non alle ruote. Una, l’ultima, rotea a pochi centimetri dalla mia spalla e trancia di netto lo specchietto laterale sinistro, devasta la portiera. Il conducente non si ferma, sparisce nel buio della notte senza che noi si riesca a prendere targa e provvedimenti: mi fermo io, e scoppio a piangere come una bambina. «Sei stata bravissima. Sei stata bravissima». Continua a leggere