Archivi categoria: Flannery

Gli storpi entreranno per primi

Smettetela di respirare, smettetela di fare quello che state facendo. Prendete la vostra biciclettina scassata, prendete la vostra auto nuova, vecchia, climatizzata, non climatizzata, prendete i vostri piedi e uscite, uscite immediatamente. La libreria, la biblioteca, casa di vostra madre: andateci. Ovunque possiate trovarlo. Gli storpi entreranno per primi di Flannery O’Connor, diomio, Gli storpi entreranno per primi di Flannery O’Connor! Non c’è possibilità di parafrasi. Vi odierete per non averlo letto prima, vi chiederete come facciano gli altri a non sentirsi monchi, non avendolo letto prima. Rovescerete post da adolescenti esaltati nei vostri blog, che imbarazzo, e sarete completamente giustificati.

Un racconto che ti sotterra l’orgoglio. Ti rovista dentro senza pudore e ti restituisce un saldo che potresti essere tu. Senza pietà, si accanisce sui buoni. Perché non esistono buoni. Continua a leggere

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Nel paese di cuccagna, con Flannery O’Connor

Dire che trovo l’umorismo sfacciato – sfacciato e insieme leggero – di Flannery O’Connor sia qualcosa di meraviglioso è dire nulla. Io, Flannery O’Connor, la leggo sghignazzando. Ne ho già scritto in passato, e continuo a detestare il modo in cui ritrae i suoi amati pavoni; ma diamine, le si perdona tutto. Come sia possibile che questa scrittrice americana del Sud, cattolica fino al midollo («Scrivo come scrivo perché sono – non sebbene sia – cattolica»), perennemente impegnata a tradurre in narrativa l’irruzione violenta della grazia nel «territorio del diavolo», riesca a coinvolgermi sino all’entusiasmo, rimane per me un mistero. D’altronde, è forse l’unico modo in cui posso autenticamente renderle omaggio: ammettere, da qualche parte, l’esistenza di un mistero, e sorridere insieme a lei di quel sano buon senso, più laicista che laico, positivista, che si è dato lo scopo imperativo di emanciparsene, approdando ad una cronica mancanza di speranza. Continua a leggere

Un tango con Flannery

Il tango, a differenza di quanto comunemente si crede, è un ballo tragico. L’elemento romantico, sensuale, è sicuramente presente, ma non assomiglia in nulla alla versione caricaturale che ne viene data nelle rappresentazioni più note. Il tango muove da una passione triste, languisce. Languisce anche chi si avvicina ad esso per gioco, e scopre suo malgrado che l’apparente naturalezza di quei movimenti è un’impostura. Il tango è tragico e complicatissimo, e richiede uno sforzo sovrumano, prima di tutto al corpo: la prima cosa che si impara è che i piedi e le gambe devono restare ben piantati a terra e saggiare il terreno, mentre la parte superiore del busto deve aprirsi e tendere ininterrottamente verso l’alto. Si danza all’interno di questa tensione, che deve rimanere irrisolta; se non si possiede il controllo sufficiente per farlo, si finisce per spaccarsi in due e trattenersi troppo a terra o troppo poco a terra, il movimento perde in fluidità e segue la musica a tentoni.

Leggere Flannery O’Connor è come ballare un tango. Continua a leggere