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Per Jenny

«Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza», Theodor Wiesengrund Adorno. Uno di quegli aforismi il cui senso mi è stato da subito intuitivamente chiaro, chiaro di una chiarezza lampante. Forse perché conosco bene la debolezza e le reazioni che essa solitamente provoca. Anni fa, in uno di quegli stupidi test imbastiti da educatori speranzosi e altrettanto stupidi per aiutarti nell’integrazione sociale, l’autorappresentazione di me che ne veniva fuori, sia come propriocezione che come percezione di me da parte degli altri, era: uno scarafaggio. Letteralmente, uno scarafaggio – allora non c’entrava niente l’antispecismo.

Vedere lei, più grande, inequivocabilmente donna, tanto più bella e desiderabile di me perdere completamente la testa per la gelosia aveva dell’incredibile. Continua a leggere

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Zampa di scimmia

Zampa di scimmia è un racconto mediocre. Scopro ora di William Wymark Jacobs, uno scrittore inglese che lo pubblicò nel 1902. Devo averlo letto quasi quindici anni fa: a scuola, durante le ore di antologia (le mie preferite). Di pomeriggio si leggeva in classe, ad alta voce, e io conservo un ricordo molto nitido di quello che provai durante quelle ore lontane. Forse un ruolo fondamentale deve averlo avuto la voce. Non ricordo i titoli, i nomi dei personaggi, sovente i nodi fondamentali dell’intreccio (ve la ricordate la Gazzola sulla differenza tra fabula e intreccio?), ma le sensazioni sì. Io avevo molta vergogna a leggere davanti a tutta la classe, e speravo sempre capitasse a un altro: quand’era il mio turno ero troppo assorbita dallo sforzo di non impappinarmi per badare a quello che leggevo, così mi impappinavo e in più non leggevo. Zampa di scimmia però lo lesse un altro. Segnavo con gli occhi e la punta delle dita ogni parola pronunciata, incollata al banco. Non sono più stata capace di quella partecipazione.

Zampa di scimmia è un racconto macabro. Parla delle cose che non tornano. A distanza di anni non l’ho mai riletto, e probabilmente se l’avessi fatto mi avrebbe deluso. Forse per un certo lasso di tempo devo anche averlo dimenticato. A farlo riaffiorare è stato un lutto, un lutto interrotto.

La trama. Sono senza fantasia, da Wikipedia:

Il racconto[1] è incentrato su un amuleto magico in grado di esaudire tre desideri: una zampa di scimmia. Il potere dell’amuleto è dovuto ad un incantesimo di un vecchio fachiro che voleva dimostrare che non bisogna cercare di modificare il proprio destino. Continua a leggere

Non farti sentire mai più

Chissà cosa si deve provare a dirlo, o a scriverlo. Io non lo so, non ne sono mai stata capace. Ci ho fantasticato molte volte, di andarmene sbattendo la porta, pronunciare questa frase epica, ma non ne ho mai avuto la libertà. Più che altro avrei voluto dirlo a persone che potevano benissimo fare a meno di sentirmi, mentre non valeva il contrario.
Mi congedo con frasi piuttosto stupide, e altrettanto sincere. Il che è strategico: spesso non voglio congedarmi, e trovandomi legata a persone con un senso estetico sufficientemente sviluppato mi auguro segretamente che non potranno accettare un epilogo tanto vile, e vorranno tornare almeno una volta, raddrizzare di un poco quella piccola stortura. La sincerità invece è pura violenza remissiva: ehi, guarda quanto sono tenera, torna da me.

– Non farti sentire mai più.
– […] Cercherò di lasciarti in pace, ma non ti auguro ogni bene perché io ti volevo per me.

Funziona? Non ne ho idea, ma è abbastanza probabile di no.

*Questo post non è scritto da Michela Marzano bensì da me, il che è piuttosto grave. Manco ho fatto la Normale di Pisa, o insegno filosofia politica e morale a Paris.

Afa

Il caldo rende pressoché impossibile mantenere la posizione eretta. Per la spossatezza mi è difficile concentrarmi e leggere anche solo letteratura. L’unica persona che vorrei sentire ha ormai raggiunto il grado zero dell’empatia verso di me e se si fa trovare lo fa per noia – quando la mia noia non supera la sua noia: in ogni caso non si fa trovare. Mi alzo per prendere una pesca, devo introdurre qualcosa di zuccherino. La faccio passare sotto il getto dell’acqua fresca, bagnandomi anche i polsi. Chissà perché, invece di addentarla la taglio in due metà nette. Il guscio è marcescente, ne esce una grossa forbice nera il cui corpo lucido sembra quello di un verme. Le zampette sono già sulla mia mano. Vengo invasa dalla nausea, poi ho un capogiro. Mi siedo.

Resistere alla tentazione di cercarti
è chiamare alla raccolta muscoli
nervi
ansimare
digrignare i denti

Mi risveglierò licantropo
e percorrerò con due falcate
le strade di Toscana
per ingoiarti

Non ti bastava
avermi trasformata in un pet
dovevo ballare la tua nènia
in tutù rosa
per due monetine

«Non mi richiamare»
te ne sei andata
non con un saluto
con un ordine

Non mi ero accorta
mentre fiottavano le lacrime
d’essere ancora sull’attenti

(Piangere posso?)