Che bella la disobbedienza civile. Ma qualcuno comincia a disobbedire?

disobbedienza

Apprendo con sincero sbigottimento delle nuove teorizzazioni del vegetarismo come forma di disobbedienza civile. Non ho mai pensato che versare del latte di soia nella mia scodella dei cereali facesse di me una “disobbediente”. Forse sono una persona modesta. Thoreau, il cui nome, almeno ultimamente, si apparecchia tanto di frequente sulle bocche degli antispecisti, conobbe il carcere – sebbene per una notte soltanto, ché la zia perbene si affrettò a pagare la tassa che Henry si era rifiutato di corrispondere, poiché avrebbe finanziato la guerra contro il Messico. Gandhi, altra figura cara al movimento di liberazione animale, in galera ci trascorse anni. Così io non riesco proprio a sentirmi una disobbediente, mentre scelgo i gelati vegetali tra i banconi dell’Eurospin.
Ma può darsi che sbagli, può darsi io non capisca. Cerco in Thoreau una risposta. Le lodi del vegetarismo come progresso morale dell’umanità – un motivo enormemente presente anche in Tolstoj, che, a differenza di Thoreau, non mi pare mai cedere a suggestioni di stampo primitivista – , vanno di pari passo con gli inni sussultanti alla caccia e alla pesca: cantici di una vita selvaggia e autentica. In nessun dove la pratica del vegetarismo – neppure quando descritta come scelta di vita più evoluta – è connotata nei termini della disobbedienza civile.

Da Disobbedienza civile:

Deve il cittadino – anche se solo per un momento, od in minima parte – affidare sempre la propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una coscienza? Io penso che dovremmo essere prima uomini, e poi cittadini. Non è desiderabile coltivare il rispetto della legge nella stessa misura nella quale si coltiva il giusto. Il solo obbligo che ho diritto di assumermi è quello di fare sempre ciò che ritengo giusto.
[…] La massa degli uomini serve lo stato in questo modo, non come uomini soprattutto, bensì come macchine, con i propri corpi. Essi formano l’esercito permanente, e la milizia, i secondini, i poliziotti, i posse comitatus, ecc. Nella maggior parte dei casi non v’è alcun libero esercizio della facoltà di giudizio o del senso morale; invece si mettono allo stesso livello del legno e della terra e delle pietre, e forse si possono fabbricare uomini di legno che serviranno altrettanto bene allo scopo. Uomini del genere non incutono maggior rispetto che se fossero di paglia o di sterco. Hanno lo stesso tipo di valore dei cavalli e dei cani.

Ora, a parte la conclusione marchianamente specista, mi pare evidente che Thoreau individui le condizioni della disobbedienza civile soltanto in presenza di un dissidio tra senso morale e legge positiva, che il disobbediente risolverà in favore del primo. La disobbedienza civile è la violazione consapevole di una norma che si ritiene ingiusta o contraddittoria.
Anche nel caso, per estensione e non senza fare violenza ai testi, si volesse slittare dalla trasgressione di una legge a quella di una convenzione sociale (come mangiar carne: ma la società è ormai ben lungi dall’imporcelo, ed essere vegan è innegabilmente sempre più agevole), non è osceno e ridicolo paragonare la mia scelta vegetaliana all’occupazione del dipartimento di farmacologia dello scorso 20 aprile? I cinque attivisti denunciati dal rettore Vago e prontamente bollati dai media come terroristi, quelli sì che mi sembrano dei veri disobbedienti: tanto che persino una persona pigra e pavida come me s’è presa la briga di difenderli pubblicamente dalle incessanti accuse di terrorismo con l’unico talento sfigato che l’è toccato in sorte: la scrittura. Che ora viene degradata a “chiacchiera”. Basta con le chiacchiere, si chiacchiera, è tempo di agire. Tempo di disobbedire.

Eppure, queste tiratine d’orecchie agli antispecisti chiacchieroni non provengono certo da chi disobbedisce sul serio. Come sempre, c’è chi agisce, e c’è chi depreca le parole e loda chi agisce: il primo agisce, il secondo depreca attraverso parole le parole che non gradisce. Peraltro, se allucchettarsi nei laboratori dove si pratica sperimentazione animale è un atto che richiede una certa determinazione, rifiutarsi di versare le tasse – proprio come fece Thoreau – a un Stato che avvalla lo sterminio animale tramite ad esempio sussidi così ingenti agli allevatori è un gesto alla portata di tutti, facile facile. Certo esso ha un prezzo, e salato: lo stigma sociale, l’impossibilità di fare carriera accademica e raggiungere l’affermazione personale, forse la privazione della libertà… Ma cosa sono queste quisquilie, in confronto all’enormità del dolore animale? Come si può chiamare “nazismo” ciò che ogni giorno subiscono gli animali non umani e limitarsi a combatterlo non consumandone i corpi, contentarsi di questo? Celebrarlo come “disobbedienza civile”? Un po’ comodo.
Forse si è voluto restituire centralità al veganismo dopo le critiche che ad esso sono state mosse da più parti. Ma si ignora, o si finge di ignorare, che la critica al veganismo come lifestyle non è critica al veganismo tout court: un esercizio che conserva il suo valore testimoniale, fragile e dirompente al tempo stesso, di blochiana «anticipazione del non ancora» solo a patto di non farne un feticcio. Contemplazione di sé, chiusura identitaria, narcisismo. No, io non riesco proprio a sentirmi una disobbediente, e non credo la mia sia troppa modestia.


Il tono fondamentale di queste figure è però questa cosciente mancanza di oggettività, questa soggettività fermamente attaccata a se stessa, questa continua – non certo meditazione – bensì riflessione sulla propria personalità, questa contemplazione che ritorna eternamente sul soggetto e che pone, al posto della libertà etica, la più grande pignoleria, il cupido egoismo e la cronica infermità etica.

(G.W.F. Hegel)

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