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La cavia di Primo Levi

Primo Levi vent’anni dopo

(di Ernesto Ferrero)

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L’unica sera in cui mia moglie ed io riuscimmo ad averlo ospite a cena (non poteva e non voleva abbandonare l’estenuante presidio delle cure alle madre lungodegente) Primo Levi portò in dono a nostra figlia bambina una cavia di peluche. Lo disse lui, che era una cavia, perché non avrei saputo dare un nome esatto al tenero batuffolo bianco e marrone chiaro. Ci commosse (ma non sorprese) il fatto che fra tanti altri animali di peluche più ovvii lui fosse andato a scovare chissà dove proprio una cavia. Non era un’autorappresentazione simbolica. Primo non metteva mai avanti se stesso, in questo assai simile all’amico Italo Calvino, che preferiva le posizioni defilate, in secondo piano, e come il Barone rampante guardava il mondo dai rami di un albero. Certo, Primo era stato uno dei tanti animali da laboratorio su cui i nazisti (ma diciamo pure i tedeschi) avevano condotto i loro immondi esperimenti di distruzione della personalità, prima ancora che della corporalità. Lui non era stato né passivo né rassegnato. Il neo-laureato partito per Auschwitz aveva impegnato ogni energia intellettuale, tutta la sua cultura già solida e ramificata, nutrita di scienza e tecnica, ma soprattutto di Dante, tutta la sua capacità d’osservazione per imprimere nella mente ogni dettaglio significativo dell’atroce esperienza, e poi restituirlo a tempo debito. Con la sua cavia, Primo voleva alludere al destino di tanti esseri viventi straziati senza colpa. Voleva dire che anche gli animali, le cose, gli oggetti più umili sono, per chi abbia mente e cuore per guardarli, una fonte d’infinita meraviglia e delizia. Persino la spregevole tenia, povero essere cieco costretto ad inventarsi una laboriosa nicchia di sopravvivenza, è ammirevole per la creatività con cui interpreta il copione del dramma darwiniano. Continua a leggere

L’oca arrosto

Ghiottone e libidinoso fu il Conte Camillo Benso di Cavour, artefice e battezzatore di quella cosa superiore, attesa da secoli, che fu lo Stato Italiano Unitario. Regnanti i Savoia, prima e ultima dinastia del Regno d’Italia, come pochi sanno. Rataplan, era l’Inno Reale: bisognava alzarsi in piedi come per l’Elevazione dell’Ostia Santa… Mio Dio, quale passato!
Una sera il Conte, sbrigati in fretta gli affari di Stato, lavato e profumato, era a cena in casa della Contessa Castiglione, che conoscendolo bene lo ricevette completamente nuda, eccetto un paio di deliziose pantofole.
–  La cena è pronta? –  domandò inquieto il Conte.
La Contessa batté le mani e subito apparvero le zuppiere fumanti. Altre bellissime dame nude attendevano il Conte nella sala da pranzo, tutte parigine, qualcuna col famoso Collare di Venere bene in vista. Il Conte, invece, con quello dell’Annunziata.
–  Virginia, c’è l’oca? C’è il foie gras? –  Il Conte era impaziente. Toccava i seni di Virginia ma il suo pensiero fisso era l’oca arrosto, un piatto che adorava. Continua a leggere