Per Jenny

«Sei amato solo dove puoi mostrarti debole senza provocare in risposta la forza», Theodor Wiesengrund Adorno. Uno di quegli aforismi il cui senso mi è stato da subito intuitivamente chiaro, chiaro di una chiarezza lampante. Forse perché conosco bene la debolezza e le reazioni che essa solitamente provoca. Anni fa, in uno di quegli stupidi test imbastiti da educatori speranzosi e altrettanto stupidi per aiutarti nell’integrazione sociale, l’autorappresentazione di me che ne veniva fuori, sia come propriocezione che come percezione di me da parte degli altri, era: uno scarafaggio. Letteralmente, uno scarafaggio – allora non c’entrava niente l’antispecismo.

Vedere lei, più grande, inequivocabilmente donna, tanto più bella e desiderabile di me perdere completamente la testa per la gelosia aveva dell’incredibile. Continua a leggere

Nessuno tocchi Peppa pig: Aidaa, “gli animalisti” e il giornalismo nostrano

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«Se Cristo ritornasse al mondo, Egli – come è vero che io vivo – prenderebbe come bersaglio non i sommi Sacerdoti, ma i giornalisti». Quando Kierkegaard lanciava le sue (sacrosante) maledizioni contro i giornalisti del suo tempo, rei di elevare al rango di fatti degni di nota chiacchiere inutili e maliziose, non poteva immaginare che soltanto qualche secolo dopo i suoi odiati scribacchini sarebbero sembrati grandiosi cronisti del reale al confronto dei disgraziati colleghi loro successori. I giornalisti fannulloni di oggi non hanno neanche bisogno di prendersi l’incomodo di valutare in prima persona gli eventi, poiché attingono le “notizie” direttamente dai social network, notoriamente il luogo dove gli imbecilli in malafede sono più attivi e prolifici. Al pari delle loro degne fonti, essi non conoscono la differenza tra le grandi associazioni animaliste e quelle piccole, non sanno dove operano e come si muovono, di cosa si occupano, quali diversità le caratterizzano.
Forse la pessima nomea de “gli animalisti” li fa sentire tanto autorizzati a superarli in disonestà e sciatteria. Non si spiega altrimenti il tran tran mediatico attorno alla petizione di Aidaa contro Peppa Pig (con buona pace dei giornalisti creduloni, il Parlamento Europeo non ha ancora accolto nessuna mozione), fraintesa come iniziativa de “gli animalisti” quando Lorenzo Croce, presidente di Aidaa, è considerato da più parti ciò che potremmo definire un outsider, contestato da ENPA, LAV, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Le.I.D.A.A., OIPA e Save the dogs ma talmente aperto di vedute da istituire il primo Centro Studi Ufologico sugli Animali Extraterrestri nel nostro paese (altre sue divertenti imprese si possono leggere qui). Continua a leggere

Estremisti animalisti prendono le distanze da estremisti animalisti: di nuovo

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Sui due più noti social network è ormai virale lo screenshoot di un recente stato facebook di Caterina Simonsen, in cui la ragazza invita apertamente i carcerati a suicidarsi, «che il mondo senza di loro sarebbe solo un posto migliore». Così ci si scandalizza degli animalisti che setacciano senza sosta il suo profilo (pubblico) in cerca di qualche neo da diffondere, tacciandoli di pedanteria e inutile moralismo. Sono in parte d’accordo, ma questa accusa mi pare essa stessa gravida di quel male che vorrebbe denunciare. Perché è così ovunque, sono le regole dell’esposizione mediatica. Tanto più che, come sempre accade, l’attenzione morbosa degli Italiani non è stata diretta sull’argomento sperimentazione animale in sé, quanto sull’aberrazione umana de «gli animalisti» (universale generico) che si sono accaniti contro la povera fanciulla innocente: la bella e la bestia, un classico sempreverde.
Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e se l’offensiva contro il movimento antivivisezionista è stata condotta sulla squalificazione della persona dell’avversario (perché la fatwā ha investito tutti gli animalisti), di necessità la contromossa sarà pareggiata sullo stesso calibro. Triste, forse, quanto fisiologico: d’altronde, «gli animalisti» non hanno davvero grandi mezzi per difendersi dal poderoso colpo che questa volta è stato loro assestato. Sebbene non abbiano fatto altro che dissociarsi dalle parole degli aggressori, la narrazione dominante ha completamente passato sotto silenzio questi appelli, gettando piuttosto altra carne al fuoco: dopo Caterina è il turno di Lucia, malata di fibrosi cistica, respiratore e dito medio alzato racconta a Giornalettismo (testata non neutrale) le minacce ultimamente ricevute da «gli estremisti animalisti». Continua a leggere

Solidarietà a Caterina, ma non tutti i malati sono uguali

Il consumato comunicatore Matteo Renzi ha ragione: Caterina è bella. Questo è ciò che le ha conquistato la prima pagina dei quotidiani nazionali più letti, Caterina è ora una star. Sebbene il segretario del Partito Democratico intendesse probabilmente riferirsi alla sua «forza», a innamorarci tutti di lei è la sua giovane età, la sua gradevolezza. Certo non l’unico dei suoi meriti. Benché favorevole alla sperimentazione su animali, Caterina ha scelto come suoi affettuosi compagni di vita individui non umani (diverse fotografie la ritraggono abbracciata ad un cagnolino), è orgogliosamente vegetariana e si dichiara contraria alle pellicce (ragion per cui, con buona pace di Massimiliano Filippi, Federfauna è stata forse l’unica realtà anti-animalista a non poter agevolmente strumentalizzare questa vicenda). Le provocazioni e gli auguri di morte, dunque, offendono più di quel respiratore di plastica calato sul suo viso. Come offende essi vengano adoperati come rampino per squalificare un intero movimento, che per inciso in questi due giorni non ha fatto altro che dissociarsi pubblicamente dagli insulti rivolti a Caterina – basta una veloce ricerca sul web per rendersi conto della quantità di comunicati che sono stati stesi per prenderne le distanze.
Con o senza la sua volontà, Caterina è stata trasformata in una réclame vivente: la sua storia si presta. Naturalmente, non per tutti i malati è così. A riprova del fatto che nella nostra società gerarchica e quindi specista le gerarchizzazioni binarie si riproducono continuamente entro gli stessi confini di specie – ed entro gli stessi confini delle categorie deboli, quelle più facilmente animalizzate – , sta la circostanza che le provocazioni e gli auguri di morte hanno un peso molto diverso a seconda dei soggetti a cui vengono indirizzati. Continua a leggere

Che bella la disobbedienza civile. Ma qualcuno comincia a disobbedire?

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Apprendo con sincero sbigottimento delle nuove teorizzazioni del vegetarismo come forma di disobbedienza civile. Non ho mai pensato che versare del latte di soia nella mia scodella dei cereali facesse di me una “disobbediente”. Forse sono una persona modesta. Thoreau, il cui nome, almeno ultimamente, si apparecchia tanto di frequente sulle bocche degli antispecisti, conobbe il carcere – sebbene per una notte soltanto, ché la zia perbene si affrettò a pagare la tassa che Henry si era rifiutato di corrispondere, poiché avrebbe finanziato la guerra contro il Messico. Gandhi, altra figura cara al movimento di liberazione animale, in galera ci trascorse anni. Così io non riesco proprio a sentirmi una disobbediente, mentre scelgo i gelati vegetali tra i banconi dell’Eurospin.
Ma può darsi che sbagli, può darsi io non capisca. Cerco in Thoreau una risposta. Le lodi del vegetarismo come progresso morale dell’umanità – un motivo enormemente presente anche in Tolstoj, che, a differenza di Thoreau, non mi pare mai cedere a suggestioni di stampo primitivista – , vanno di pari passo con gli inni sussultanti alla caccia e alla pesca: cantici di una vita selvaggia e autentica. In nessun dove la pratica del vegetarismo – neppure quando descritta come scelta di vita più evoluta – è connotata nei termini della disobbedienza civile.

Da Disobbedienza civile:

Deve il cittadino – anche se solo per un momento, od in minima parte – affidare sempre la propria coscienza al legislatore? Perché allora ogni uomo ha una coscienza? Io penso che dovremmo essere prima uomini, e poi cittadini. Non è desiderabile coltivare il rispetto della legge nella stessa misura nella quale si coltiva il giusto. Il solo obbligo che ho diritto di assumermi è quello di fare sempre ciò che ritengo giusto.
[…] La massa degli uomini serve lo stato in questo modo, non come uomini soprattutto, bensì come macchine, con i propri corpi. Essi formano l’esercito permanente, e la milizia, i secondini, i poliziotti, i posse comitatus, ecc. Nella maggior parte dei casi non v’è alcun libero esercizio della facoltà di giudizio o del senso morale; invece si mettono allo stesso livello del legno e della terra e delle pietre, e forse si possono fabbricare uomini di legno che serviranno altrettanto bene allo scopo. Uomini del genere non incutono maggior rispetto che se fossero di paglia o di sterco. Hanno lo stesso tipo di valore dei cavalli e dei cani.

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Sulla tovaglia piena di briciole

avete risolto tutto in famiglia
giocando a poker coi borlotti
mentre io sul panno verde
lustravo la madreperla
di fiches leggendarie
come il mio amore

(Michele Mari)