Un esercizio contro la stupidità: perché leggere Herculine Barbin

Nella chiusura di Dialettica dell’illuminismo compare un appunto non molto famoso, apparentemente – ma solo apparentemente – del tutto lontano dal tono e dall’intendimento del resto del libro. Deposte le armi del più sapiente dispositivo dialettico, Horkheimer e Adorno sembrano lasciarsi andare ad una discorsività incredibilmente essenziale, e il lettore, stupito, si trova d’improvviso coinvolto in uno svolgimento curioso ed emozionante. Vi si indaga «la genesi della stupidità». Se «il simbolo dell’intelligenza è l’antenna della chiocciola “dalla vista tastante”», questa «si ritira subito, davanti all’ostacolo, nella custodia protettiva del corpo, torna a fare una sola cosa col tutto, e solo con estrema cautela si avventura di bel nuovo come organo indipendente». Come l’animale spaventato da un male presunto, sconosciuto, è istintivamente portato a rifugiarsi nel proprio guscio, e sotto la morsa del terrore la sua sensibilità, affidata ad un muscolo, si atrofizza, deperisce, così la vita spirituale dell’uomo, ai suoi inizi «infinitamente fragile e delicata», è sospinta verso l’esterno da un movimento ancora incerto, vacillante. Se questo viene inibito, il pensiero torna a rivolgersi verso l’interno, ma già più misero, impoverito. «L’animale diventa, nella direzione da cui è stato definitivamente respinto, stupido e schivo». La chiusura alla possibilità dell’altro, la domanda di senso strozzata, interrotta, è come una ferita mal rimarginata: «È facile che resti, nel punto in cui la voglia è stata colpita, una cicatrice impercettibile, una piccola callosità, dove la superficie è insensibile. Queste cicatrici danno luogo a deformazioni. Possono creare caratteri duri e capaci, possono renderli stupidi – nel senso della deficienza patologica, della cecità e dell’impotenza, quando si limitano a stagnare; nel senso dalla malvagità, dell’ostinazione e del fanatismo, quando sviluppano il cancro verso l’interno».
Se il sé cessa di riflettere gli oggetti, ciò che rappresenta la sua differenza, cessa di riflettere anche se stesso e finisce per estinguersi in un mondo oggettuale morto, rappreso. Si tratta di un vero e proprio stato di autismo che può diventare pericoloso, perché l’unico modo in cui rimane capace di un rapporto è quello della proiezione all’esterno delle proprie rappresentazioni stagnanti e malate: è chiaro che Horkheimer e Adorno stiano velatamente suggerendo che questo sia lo schema dell’antisemitismo.

Mi pare sia anche quello dell’omofobia e del sessismo: la risata scurrile con cui il maschio impegnato a recitare il proprio ruolo allontana da sé qualcosa che si rifiuta di comprendere perché fin troppo familiare reca in sé il germe di quella stessa violenza. Se le più infime manifestazioni del linguaggio, la barzelletta e l’aneddoto, neutralizzano ogni elemento di disturbo all’ortodossia eterosessuale in forma confidenziale, e al gay trasformato in macchietta è immediatamente revocata quell’individuazione che sola potrebbe mostrare a quale prezzo il gioco si tenga in vita, per fenomeni complessi come l’ermafroditismo o l’intersessualità non esistono ancora espressioni adeguate. Essi vengono semplicemente rimossi. A ciò che viola apertamente non solo la presunta norma dei comportamenti di genere, ma la logica stessa del binarismo sessuale, corrispondono piuttosto reazioni ancora fisiche di rigetto, automatismi incontrollati che tendono alla rabbiosità gratuita e al disgusto, spesso al disprezzo. Come nota Lorenzo Bernini nel suo Maschio e femmina, siamo talmente abituati a pensare nei termini del binarismo, che «ci è difficile figurarci un essere umano desiderante che non sia né maschio né femmina, né uomo né donna, né eterosessuale né omosessuale». È una difficoltà dalla quale finiamo per ritrarci: questa volta non succede solo al maschio impegnato a recitare il proprio ruolo. Eppure, come osserva Bernini, esistono corpi umani in grado di «sabotare il sistema che impone a ognuno di avere un vero sesso»: è il caso di Herculine Barbin, detta Alexina, un intersessuato francese vissuto nell’Ottocento. Considerata una ragazza e allevata come tale, Alexina crebbe in un ambiente religoso. Sebbene l’indizio di una diversità palpabile iniziò a farsi strada molto presto – Alexina stessa riferisce di «certe assenze» (la mancanza di seno e mestruazioni che fu attribuita al suo stato cagionevole di salute), di una peluria avvertita come particolarmente tormentosa su guance e braccia, e soprattutto di un «sentimento di pudore», cui obbediva suo malgrado, che le impediva di spogliarsi davanti alle compagne, per il timore di «ferire lo sguardo» – trascorse un’infanzia ed un’adolescenza piuttosto serene. Divenuta insegnante in una scuola femminile, si innamorò, ricambiata, dell’amica e collega Sara, e ne divenne amante. Devota cattolica, Alexina confessò il suo segreto al vescovo di La Rochelle, che scelse di farla visitare da un medico. In seguito una decisione legale determinò che divenisse ufficialmente un uomo e cambiò il suo nome in Abel. Sebbene Alexina stessa giudicasse la ratifica del suo stato civile un «risultato inevitabile», le sue memorie documentano impietosamente lo sguardo estraniato con cui dovette assistere ai procedimenti che la riguardavano. Fu un affare di preti e dottori. Alexina si adeguò docilmente alla sentenza, che pure le pareva «un’enormità ripugnante» . All’età di trent’anni, solo ed abbandonato da tutti, Abel  Barbin si suicidò con le esalazioni di un fornello a carbone.

L’edizione italiana della sua autobiografia, Una strana confessione, reca nel sottotitolo la dicitura Memorie di un ermafrodito. Einaudi si distacca dall’edizione originale, curata nel 1978 da Michel Foucault, che si intitolava semplicemente Herculine Barbin dete  Alexina B. (Herculine Barbin detta Alexina B.) : sembra probabile che tale operazione miri ad accattivarsi una maggiore fetta di pubblico, dal momento che in Italia le queer theories non sono molto famose ed è poco plausibile che il lettore si muova con sicurezza negli studi sulla sessualità di Foucault o nelle analisi non sempre limpidissime di Judith Butler, che in Scambi di genere dedica alcune pagine al caso di Alexina. Dispiace comunque quell’articolo indeterminativo preferito al nome, ché pare un torto ulteriore negare a Herculine questo pur misero riconoscimento postumo. Dell’ermafrodito incontrato in copertina, ad ogni modo, il lettore non troverà più traccia, se non nei testi clinici riportati in appendice. Leggendo le vicende di Alexina, o Camille – questo il nome scelto per l’io narrante, un nome che in francese è sia maschile che femminile – si viene a contatto con una personalità sorprendentemente spontanea, capace di descrivere in modo vividissimo, nonostante il tono ingenuo e spesso melodrammatico (o forse proprio per questo), esperienze straordinarie e comuni. I racconti dei suoi innamoramenti, soprattutto di quelli infantili, ancora inconsapevoli, ispirano istantaneamente una simpatia piena di complicità, e ci si scopre maldestramente a parteggiare perché riesca a raggiungere la cella dell’amica senza venire scoperta dalle monache. La sua fede cattolica è sincera, e agli eccessi dei suoi buoni sentimenti si reagisce con un sorriso. Ciò che le memorie ci consegnano è Herculine l’ermafrodito come figura familiare, verso cui non è più possibile provare né curiosità morbosa né rigurgito, entrambe difese sorde, cicatrici impercettibili ma predisposte a sviluppare infezioni; un antidoto al germe della stupidità: che non diventi virulento prima che ce ne accorgiamo.

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2 risposte a “Un esercizio contro la stupidità: perché leggere Herculine Barbin

  1. Interessante.
    Mi ricorda un bel film visto qualche anno fa: XXY di Lucia Puenzo.

    • Bello XXY, l’ho trovato molto delicato. Purtroppo si parla ancora poco di quel che succede ai neonati intersessuali, spesso alla nascita i medici intervengono chirurgicamente per far sì che i genitali di questi bimbi assomiglino quanto più al “normale” apparato riproduttore maschile o femminile: o uno o l’altro, non è tollerata ambiguità. Sono operazioni che segnano per sempre, sia perché è possibile che le cicatrici riportate durante l’operazione inibiscano o cancellino del tutto la possibilità di provare piacere, sia perché non è detto che il bambino, crescendo, si sentirà a suo agio nel sesso assegnatogli chirurgicamente.

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