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Comunicare

apparso su Asinus Novus

C’è un capitolo de I sommersi e i salvati di Primo Levi che torno di tanto in tanto a leggere, nonostante lo conosca quasi a memoria, perché mi sembra di trovarvi insegnamenti così belli e vivi che non temo, ripassandolo, il gusto mi si possa guastare: Comunicare. Levi descrive il bisogno intenso, a tratti straziante di comunicare dei deportati, una fame dello spirito non inferiore a quella del corpo; e d’altronde, per imparare sottovoce qualche esigua parola di tedesco, Levi barattò il suo pane con un alsaziano.
L’aver sperimentato sulla propria pelle questa asfissiante deprivazione della parola fa sì che egli, anche diversi anni più tardi, condanni come pretto chiacchiericcio teorie molto in voga sulla cosiddetta incomunicabilità umana, e allo «scrivere oscuro» preferisca energicamente un linguaggio articolato e chiaro, che assurge al compito di vero e proprio «servizio pubblico»:

Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno. […] Chi non sa comunicare, o comunica male, in un codice suo o di pochi, è infelice, e spande infelicità intorno a sé. [1]

«In un codice suo o di pochi»: la sanzione di ogni esoterismo, non solo terminologico, è qui evidente. In effetti Levi confessa di scrivere sempre con la curiosa impressione di avere accanto il suo lettore: ed è veramente commovente la premura con la quale si impegna a indossare costantemente i suoi panni, tutto assorto dall’imperativo di non umiliarlo con una prosa troppo aspra o una troppo ammiccante, testimonianza di una fiducia rimasta intatta nel verbo umano, intatta anche dopo quello che aveva passato. Continua a leggere

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Per un’umanità che sappia piangere: olocausto e animali in Theodor W. Adorno

apparso su Asinus Novus

Come la fine, anche l’origine della musica va oltre il regno delle intenzioni, ed è imparentata al gesto, strettamente affine al pianto. Il gesto dello sciogliere: la tensione della muscolatura facciale cede, quella tensione che, nel volgere il viso verso l’ambiente in vista dell’azione, lo isola al tempo stesso da questo. Musica e pianto schiudono le labbra e lasciano libero l’uomo che trattenevano… L’uomo che si lascia defluire in pianto e in una musica che non gli assomiglia più in nulla, lascia contemporaneamente rifluire in sé la corrente di ciò che egli non è e che aveva ristagnato dietro lo sbarramento del mondo degli oggetti concreti. Col suo pianto e il suo canto egli penetra nella realtà alienata.
(Th. W. Adorno)

Una fra le cose più lampanti che il magistrale saggio di Susann Witt-Stahl esibisce, è che la PeTA, contro Adorno, dimostra quanto Adorno avesse ragione. Contro Adorno, perché con tutta probabilità la ‘citazione adorniana’ utilizzata dall’associazione per la campagna Holocaust on your plate è un falso [1]; che avesse ragione, perché, come Jean Améry intuì nel suo «saggio amaro e gelido» [2], presto anche le testimonianze dei sopravvissuti sarebbero state ridotte a merce: l’industria culturale non avrebbe risparmiato neppure Auschwitz dalla sua morsa. Continua a leggere