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Estremisti animalisti prendono le distanze da estremisti animalisti: di nuovo

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Sui due più noti social network è ormai virale lo screenshoot di un recente stato facebook di Caterina Simonsen, in cui la ragazza invita apertamente i carcerati a suicidarsi, «che il mondo senza di loro sarebbe solo un posto migliore». Così ci si scandalizza degli animalisti che setacciano senza sosta il suo profilo (pubblico) in cerca di qualche neo da diffondere, tacciandoli di pedanteria e inutile moralismo. Sono in parte d’accordo, ma questa accusa mi pare essa stessa gravida di quel male che vorrebbe denunciare. Perché è così ovunque, sono le regole dell’esposizione mediatica. Tanto più che, come sempre accade, l’attenzione morbosa degli Italiani non è stata diretta sull’argomento sperimentazione animale in sé, quanto sull’aberrazione umana de «gli animalisti» (universale generico) che si sono accaniti contro la povera fanciulla innocente: la bella e la bestia, un classico sempreverde.
Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e se l’offensiva contro il movimento antivivisezionista è stata condotta sulla squalificazione della persona dell’avversario (perché la fatwā ha investito tutti gli animalisti), di necessità la contromossa sarà pareggiata sullo stesso calibro. Triste, forse, quanto fisiologico: d’altronde, «gli animalisti» non hanno davvero grandi mezzi per difendersi dal poderoso colpo che questa volta è stato loro assestato. Sebbene non abbiano fatto altro che dissociarsi dalle parole degli aggressori, la narrazione dominante ha completamente passato sotto silenzio questi appelli, gettando piuttosto altra carne al fuoco: dopo Caterina è il turno di Lucia, malata di fibrosi cistica, respiratore e dito medio alzato racconta a Giornalettismo (testata non neutrale) le minacce ultimamente ricevute da «gli estremisti animalisti». Continua a leggere

Solidarietà a Caterina, ma non tutti i malati sono uguali

Il consumato comunicatore Matteo Renzi ha ragione: Caterina è bella. Questo è ciò che le ha conquistato la prima pagina dei quotidiani nazionali più letti, Caterina è ora una star. Sebbene il segretario del Partito Democratico intendesse probabilmente riferirsi alla sua «forza», a innamorarci tutti di lei è la sua giovane età, la sua gradevolezza. Certo non l’unico dei suoi meriti. Benché favorevole alla sperimentazione su animali, Caterina ha scelto come suoi affettuosi compagni di vita individui non umani (diverse fotografie la ritraggono abbracciata ad un cagnolino), è orgogliosamente vegetariana e si dichiara contraria alle pellicce (ragion per cui, con buona pace di Massimiliano Filippi, Federfauna è stata forse l’unica realtà anti-animalista a non poter agevolmente strumentalizzare questa vicenda). Le provocazioni e gli auguri di morte, dunque, offendono più di quel respiratore di plastica calato sul suo viso. Come offende essi vengano adoperati come rampino per squalificare un intero movimento, che per inciso in questi due giorni non ha fatto altro che dissociarsi pubblicamente dagli insulti rivolti a Caterina – basta una veloce ricerca sul web per rendersi conto della quantità di comunicati che sono stati stesi per prenderne le distanze.
Con o senza la sua volontà, Caterina è stata trasformata in una réclame vivente: la sua storia si presta. Naturalmente, non per tutti i malati è così. A riprova del fatto che nella nostra società gerarchica e quindi specista le gerarchizzazioni binarie si riproducono continuamente entro gli stessi confini di specie – ed entro gli stessi confini delle categorie deboli, quelle più facilmente animalizzate – , sta la circostanza che le provocazioni e gli auguri di morte hanno un peso molto diverso a seconda dei soggetti a cui vengono indirizzati. Continua a leggere

L’antispecismo censura Garattini?

apparso su Asinus Novus

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Gli eventi: alcune pagine animaliste, poi appoggiate da Valter Chiappini, consigliere del Comune di Sarzana e capogruppo del Movimento 5 Stelle, hanno promosso una mail bombing per chiedere al sindaco Alessio Cavarra e alla direzione del Festival della Mente di Sarzana di impedire a Silvio Garattini di tenere il suo intervento “Invecchiamento cerebrale: un’epidemia del terzo millennio” allo stesso Festival. Come specifica Chiappini, la contestazione non verte sul contenuto della conferenza, ma sul ruolo di Garattini, «capofila della sperimentazione animale in Italia».

Insomma a Silvio Garattini andrebbe cucita la bocca neanche per le parole che potrebbe pronunciare, ma perché è un noto sperimentatore: questo Chiappini afferma, e da questo credo sia necessario prendere le distanze.

Il problema sta nel voler cucire la bocca a qualcuno, ovviamente. Se si ritiene, come i creatori dell’evento No a Garattini ospite del Festival della Mente dicono di ritenere, che le pratiche difese da Garattini non abbiano alcuna legittimità scientifica oltre che etica, nulla vieta di smentire le sue dichiarazioni faziose dopo che le avrà eventualmente proferite. O di aspettare che lo facciano altri «Luminari nel campo della ricerca, soprattutto in campo oncologico», se ce ne sono.

Solitamente, simili tentativi di mettere perentoriamente a tacere qualcuno vengono percepiti all’esterno come veri e propri atti di censura (e anche chi scrive non è molto lontana dal pensarla in questa maniera), e per opinione comune il censore è tale perché manca di argomenti. Questo si vuol far passare, che agli animalisti – tutti – non rimanga altro che additare “mostri” davanti a cui sbavare di rabbia e di ribrezzo, perché gli riesce meglio che articolare un discorso?
Certo questo è quello che vogliono far passare i sostenitori più accaniti della sperimentazione animale, e bisogna ammettere che gliene si è fornita l’occasione su un piatto d’argento. Continua a leggere

Vita da cavie. Intervista a Roberto Marchesini sul “benessere” degli animali da laboratorio

Asinus Novus

a cura di Jacopo Sabatini e Serena Contardi

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In un tempo come questo, nel quale si fa un gran parlare di sperimentazione animale, ci pare ai molti sfugga un punto centrale. Preoccupati di stabilire dell’utilità o dell’inutilità scientifica della sperimentazione, nonché della sua difendibilità o indifendibilità etica, ci si dimentica di quelli che rimangono, loro malgrado, i veri protagonisti del dibattere: gli animali da laboratorio, a cui ogni giorno viene estorta la vita. Secondo i sostenitori della sperimentazione, le norme sul benessere animale garantirebbero un’esistenza più che dignitosa alle cavie, mentre gli animalisti si allucchettano nei laboratori paragonando sperimentazione e tortura. Ma come stanno realmente le cose? Abbiamo contattato l’etologo e zooantropologo Roberto Marchesini, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Gli animali più utilizzati nei laboratori europei sono topi e ratti. Se per molte persone è facile comprendere quale sia la sofferenza che cani e gatti patiscono dalla reclusione e dalle sperimentazioni a cui sono sottoposti, più difficile è probabilmente immaginare ciò che può provare un topo o un ratto stabulato. Quali sono le intelligenze e le abilità caratteristiche dei topi e dei ratti? Quali le loro esigenze etologiche e fisiologiche?

Innanzitutto si tratta di animali dal comportamento sociale molto complesso, che pertanto sono abituati a vivere in gruppi che si organizzano sulla base di ruoli e di sistemiche relazionali che ovviamente richiedono una condizione di libertà nella scelta del gruppo e nell’espressione sociale. La separazione in gabbie singole o l’accatastamento in gruppi indefiniti provoca uno stress sociale altissimo che può sfociare in episodi di aggressività intraspecifica, automutilazioni, alterazioni del profilo endocrino e immunitario. Questo determina gravi alterazioni del metabolismo e del bioritmo che se non si traducono in manifestazioni cliniche non è perché non vi siano fenomeni di disfunzionalità interna ma solo per la breve vita di questi animali. Continua a leggere

Brevi precisazioni su diavoli, avvocature, AVS e AVE

Il 10 maggio 2013, dopo la mia consueta doccia mensile, scopro, nella mia casella mail, un invito inaspettato: quello del direttore di Prometeus Magazine, testata che si occupa di fare comunicazione sulle biotecnologie e che ha seguito da molto vicino la vicenda dell’occupazione dello stabulario di Milano, il quale mi domanda se mi interesserebbe scrivere un contributo per il suo sito. Lo scopo, coraggioso e forse anche un po’ folle, è quello di tentare di instaurare un dialogo tra ricercatori e animalisti. Siccome Ederle è gentile e, nonostante la nostra divergenza di vedute sulla SA, pure incredibilmente imparziale, accetto volentieri.

Come d’accordo, butto giù un pezzo che possa fungere da introduzione alle più comuni forme di animalismo, e glielo invio. Mi contesta l’eccessiva lunghezza dello scritto e preferisce spezzarlo in due, ma per il resto è soddisfatto e lo pubblica così com’è, scegliendo il titolo di Animalista e animalista.

I lettori sembrano apprezzare, così la settimana successiva esce anche la seconda parte, rivista alla luce dei commenti che ho ricevuto: Distanze.

Nonostante qualche critica piuttosto accesa, mi stupisco – e mi compiaccio – dello squisito clima di cordialità in cui si svolge il tutto. Fino a che, ieri, leggo questo delirio:

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¡Ay, caramba! Contatto immediatamente il direttore di Prometeus, facendo presente che, dovesse servire, potrei dimostrare in qualsiasi momento, documenti alla mano, che la disputa tra AVS e AVE non è un’invenzione mia per ingannare i lettori di Prometeus, ma una realtà ben nota a chiunque conosca un minimo l’ambiente animalista. In particolare, la rivista antispecista Liberazioni ha ospitato uno scontro storico tra Stefano Cagno, noto medico psichiatra AVS, e Massimo Filippi, neuroscienziato del San Raffaele di Milano, antispecista e convinto AVE, e lo stesso blog su cui scrivo, Asinus Novus, propone diversi interventi di AVE, come Leonardo Caffo, che criticano molto duramente l’AVS.

Attendo impazientemente risposta.

Arriva: “non gli darei troppo peso”.

Un mito.

Annullamento della conferenza sulla sperimentazione animale in Statale: vediamoci chiaro

Sono iscritta all’Università degli studi di Milano, e sono molto affezionata alla sede di Via Festa del Perdono: checché se ne dica, un luogo maestoso e magnifico. Appena appreso, in data martedì 14 maggio 2013 dal blog di Oltre la specie, che la Statale avrebbe ospitato un dibattito sulla sperimentazione animale, sono stata presa da un moto di autentico entusiasmo: finalmente in accademia – nella mia accademia – si sarebbe discusso di animali e della liceità delle pratiche a cui sono sottoposti.
Fino a che, venerdì 17, scopro che l’evento è stato annullato, causa ritiro della disponibilità da parte dei relatori pro-SA. Spazientita, cerco sulle pagine facebook di Fermare Green Hill e Pro-Test Italia una spiegazione convincente dell’accaduto, ma non la trovo. Almeno fino a sera, quando Pro-Test Italia rende pubblico il seguente comunicato:

Il 29 Aprile di quest’anno Pro-Test Italia ha ricevuto via mail l’invito da parte del professor Sandro Zucchi, dell’Università statale di Milano, a intervenire con un proprio rappresentante in un dibattito sul tema della sperimentazione animale da svolgersi Lunedì 20 Maggio, cui avrebbero partecipato anche un altro esponente favorevole e due oppositori.
Ciò che è diventato chiaro solo tre giorni fa è che uno di questi oppositori della sperimentazione animale sarebbe stato tale Lorenzo Lo Prete, uno degli “attivisti” che hanno perpetrato fisicamente proprio quegli atti di vandalismo nei confronti dell’Università di Milano contro cui noi abbiamo veementemente protestato. Fintanto che le leggi italiane non saranno radicalmente cambiate, questo significa che Lorenzo Lo Prete sarà chiamato davanti a un tribunale a rispondere di illeciti penali proprio contro l’università in cui vorrebbe essere ospitato. Continua a leggere

Occupazione del Dipartimento di Farmacologia: attentato terroristico o disobbedienza civile?

scritto a quattro mani con Jacopo Sabatini e apparso su Asinus Novus

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Non abbiamo mai pensato che fosse un gran problema chiamarla sperimentazione animale (SA) invece che vivisezione, anzi, troviamo che la prima sia un’espressione più corretta. Generalmente gli antivivisezionisti temono (mentre spesso i pro-SA sperano) che semplicemente cambiando il nome sia possibile fare scomparire dall’immaginario la cruda realtà della sofferenza degli animali rinchiusi negli stabulari, sottoposti agli esperimenti e infine soppressi. Per noi non è affatto così e non crediamo nemmeno si tratti di una questione puramente esteriore, di effettuare una specie di cambio della scenografia e di far comparire strumenti più moderni, gabbie più pulite, pareti bianche, ambienti sterili e luci al neon: a nostro parere l’attenzione ai termini potrebbe essere un’occasione per ampliare effettivamente le proprie conoscenze (evitare l’uso di foto contraffatte, la divulgazione di dati strampalati, le rappresentazioni caricaturali dei “vivisettori”) e comprendere la sperimentazione animale per quello che realmente è, cercando di inserirla nel sistema di cui fa parte.
C’è un aspetto importante, banale forse, che non viene quasi mai preso in considerazione, oscurato com’è dal contrapposto impegno a far apparire i ricercatori come mostri sadici, o viceversa, come titanici benefattori dell’umanità: per i ricercatori la sperimentazione sugli animali è innanzitutto un lavoro, una fonte di reddito; una prospettiva di carriera e di affermazione personale. Questa investigazione svolta dalla BUAV nei mesi scorsi all’Imperial College London, uno dei più prestigiosi e selettivi istituti universitari di medicina al mondo, è un documento particolarmente importante anche a questo proposito Continua a leggere