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“Pensate che paradiso sarebbe la Terra senza l’essere umano”

Eh già, che meraviglia, che oasi felice, che Eden. Un cartone animato Disney, proprio. Non nel senso che gli animali, nei loro manti color pastello, si sfiorano e scambiano bacetti, ma in quello che un tale paradiso – un paradiso senza l’uomo e possibile solo in virtù della scomparsa dell’uomo – può essere immaginato soltanto da una mentalità disneyana. Detesto quando gli animalisti vengono tacciati di essere stati rovinati da una sovraesposizione alle avventure di Bambi e Dumbo (capolavoro assoluto), sia perché spesso e volentieri questa critica viene mossa in piena cattiva coscienza, sia perché chi si riempie la bocca con parole di questo genere solitamente nulla sa degli animali, e se ne sapesse – ma l’idiozia funge come sempre da cintura protettiva – , troverebbe motivo di vergognarsi fino alla fine dei suoi giorni. Detesto quando succede, dicevo, ma ammetto sconsolatamente che quest’accusa ha in sé qualcosa di vero. Il dolore inflitto da homo sapiens non è differente da quello inflitto da un rapace, da un orso, da un babbuino, da un canide. Continua a leggere

Di grandi misantropie, e misantropie molto piccole

C’è, nelle grandi misantropie, lasciando indeciso se l’eccesso di amore sia la chiave della misantropia, una zoofilia costante, drammatica e compensativa.
(Guido Ceronetti)

Nella galleria dei poeti e dei filosofi del passato che bestemmiarono la nostra specie con un cinismo feroce e bilioso («Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo» scrive l’amato Cioran ne L’inconveniente di essere nati) si trovano senz’altro alcune fra le sensibilità che abbiamo apprezzato di più, e che riesce piuttosto difficile non ascrivere alla categoria di coloro che, «per mancanza di oggetti adatti», non seppero dare altra espressione al loro amore che non fosse l’«odio per gli inetti a riceverlo» (Adorno). Kant, in una celebre pagina della Kritik der Urteilskraft, tenta addirittura un’apologia di questo genere di misantropia, «detta così molto impropriamente», delineandola come uno stato d’animo filantropico che, per effetto di «una lunga e triste esperienza», porta a ritrarsi dagli uomini, perché «tale è l’ardente desiderio che abbiamo di vederli migliori, che per non odiarli, perché amarli non si può, pare un piccolo sacrificio la rinunzia a tutti i piaceri sociali». Giudizi tanto severi e intransigenti sarebbero dunque una forma molto peculiare di legame col mondo, la più sentita e insieme sofferta: quella della polemica. Continua a leggere