Archivi tag: Antonio Volpe

Disgusto e animalità. Brevi note sulla zooerastia

apparso su Asinus Novus

I rapporti sessuali con gli animali sono proibiti, il macello degli animali è permesso. Ma nessuno ha ancora riflettuto sul fatto che potrebbe trattarsi di un delitto sessuale?
(Karl Kraus)

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Forbicine (forfecchie) che si intrufolano nelle orecchie, topi che amano i buchi e si incuneano negli intestini o su per i genitali femminili, pipistrelli che si avventano nei capelli con unghie uncinate, senza più lasciarli andare: notoriamente la mitologia popolare pullula di bestie intenzionate a invaderci. Che non un solo episodio di questo genere si sia verificato nella vita nostra o in quella delle generazioni che ci hanno preceduto non basta evidentemente a interrompere il flusso di questi racconti, né il brivido che essi suscitano in ogni bambino.
La psicanalista Melanie Klein, lavorando sulla nozione di proiezione già affrontata da Freud per la patologia della paranoia, definì per prima l’identificazione proiettiva come il processo in virtù del quale parti scisse e angoscianti del Sé vengono negate con tale accanimento che il soggetto non le riconosce più come proprie, e per questo tornano a lui dall’esterno, sotto forma di oggetti minacciosi e persecutori. Spesso a questa sensazione di pericolo incombente è associata l’emozione sfaccettata e densa del disgusto, una dilazione della paura che ha a che fare col senso dell’integrità del corpo e con ciò che è considerato causa di contaminazione. Come osserva Filippo Trasatti, «questi limiti corporei diventano poi per proiezione dei limiti simbolici che vanno a costruire la sfera dell’identità, personale e collettiva. Come l’odio, anche il disgusto per le stesse cose tiene insieme un gruppo» [1].
Giocando un po’ con la psicanalisi, si potrebbe quasi vedere all’opera, in queste curiose stratificazioni della memoria collettiva, l’ennesimo tentativo di preservazione della purezza dell’identità umana, che agisce sul Sé individuale e collettivo rimuovendo il ricordo-trauma dell’animale (del nostro essere animali e della nostra violenta scorporazione dal resto del regno animale), e quindi producendo l’animalità come insidia. In altre parole, le leggende popolari che hanno angustiato ogni infanzia presenterebbero i tratti della produzione paranoide. Continua a leggere

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Antifa, antispe, anti che?

Un commento all’articolo di Barbara X, Antispecismo è antifascismo, apparso su Anet e poi su Femminismo a sud:

“Certe tiratine d’orecchi agli antifa da parte di alcuni antispecisti suonano dunque assai strane: erano questioni che si potevano chiarire in privato, senza sbandierarle a sorpresa nei comunicati ufficiali.”

Queste righe, fra tante altre, mi paiono esemplificare al meglio la logica irrimediabilmente identitaria del tuo ragionamento, e delle pratiche e logiche di certa militanza antifa da curva di stadio di provincia in cui l’antifascismo è andato ad annegare negli ultimi vent’anni.
Retorica a nastro continuo, disprezzo di ogni sforzo di pensiero che non sia binario e manicheo (luce/tenebre lo suggerisci tu), incapacità totale di lettura della storia – per cui i neofascisti di oggi non si ispirano, ma si identificano tout court con le SS e i loro crimini: una narrazione direi quantomeno oltraggiosa nei confronti delle vittime degli sterminii nazisti, che non hanno preso qualche legnata ma sono finiti nei forni crematori; ma anche miserabilmente megalomane nell’accostare scontri di piazza alla Resistenza – nonché il riutilizzo di argomenti seri e importanti (che così rischiano di essere squalificati) per tirare acqua al mulino di un’attitudine da lotta fra bande che blaterano di “territorio” come farebbero gli spacciatori di coca di Atlanta. Continua a leggere

A proposito di buonismi, cattivismi, e presunti pietismi cattolici…

LINCIAGGI FELICI

(di Antonio Volpe)

“Avvicinarsi al mostro, e chiedergli se ha bisogno d’aiuto”

A premessa della presentazione di questo caso, che andando a sommarsi a tanti altri casi simili – piccoli o grandi che siano, altrettanto inquietanti – comincia a fare paradigma e struttura, vorrei osservare che le discussioni sulla giustizia nel mondo animalista stanno, in generale, diventando sempre più difficili anche a causa di quel non argomento che ha però la stessa natura ed efficacia di un anatema e di una scomunica che è l’accusa, buona per ogni occasione e per ogni interlocutore, di buonismo. Similmente a quella, parallela e facilmente abbinabile, di politicamente corretto, l’accusa di buonismo si basa su un termine che non si sa più che significhi e che concetti veicoli: non è, come detto sopra, un argomento, e non è più – se mai lo è stato – un concetto o un insieme di concetti. Diventato puro segno senza significato, esso assume lo stesso ruolo di un oggetto sempre a portata di mano utilizzabile come arma impropria. A conti fatti, esso quindi un significato lo veicola, seppur non come segno linguistico, ma come oggetto che produce effetti: la violenza linciatoria da scatenare in assenza di argomenti per far precipitare il dialogo in rissa o, peggio, in picchiaggio. Un po’ come il classico posacenere o la bottiglia che si spaccano in testa all’interlocutore di una discussione che non si riesce più a reggere, ma in un mondo talmente designificato che non sa più che cosa siano un posacenere o una bottiglia e quale sarebbe il loro uso proprio. Continua a leggere

Nessun Eden

Spiacevole dirlo, ma le frasi che riguardano l’innocenza degli animali sono false. Gli animali predano anche senza aver bisogno di cibo. Si organizzano in gruppi e fanno la guerra ad altri gruppi. Spesso il corollario alla vittoria è un rituale insopportabile alla vista e al cuore – divoramenti e smembramenti di simili vivi del “clan” sconfitto: guadate i lupi ma anche i primati. Gli animali divorano i piccoli dei propri simili – specie e razza – per avere prede facili o semplicemente per eliminare potenziali avversari. Le estinzioni di intere razze o specie sono all’ordine del giorno e ben prima della comparsa dell’uomo: quindi gli animali compiono anche genocidii. Nel mondo animale si trova tanta cooperazione quanta rivalità, predazione e violenza. Ci si può lasciar affascinare, da questo, oppure trovarlo insopportabile. Ma non lo si può negare né rimuovere, a meno di non voler compiere il primo passo nello specismo da cui si era fuoriusciti. Nessun Eden. Et in Arcadia Ego.

(Antonio Volpe)

“Muori, se vuoi; io sono al sicuro”

apparso su Asinus Novus

Dubito le mie letture abbiano avuto un qualche ruolo nel mio incerto approdo all’antispecismo, e se lo hanno avuto, be’, il mio cervello deve avere lavorato in grande stile, tendendomi all’oscuro di tutta la faccenda. I francofortesi, in effetti, potrebbero c’entrar qualcosina, ma di Singer e Regan conosco il minimo indispensabile: il poco che ho studiato, mi è servito unicamente per potere continuare a guardarmi allo specchio senza sentirmi la fannullona che sono, e avere qualcosa da rispondere alle altrui lacrime di coccodrillo, così frequentemente articolate in forma di obiezione. Gli antispecisti politici argomentano che sia necessario uscire dalla sfera dell’etica perché questa sopravvaluta lo spettro d’azione del singolo, inibendo le possibilità di sviluppare una teoria e una prassi volte a incidere realmente sulla condizione degli animali non umani, che di certo, dato il divario esistente tra l’apparato produttivo e le forze che lo contestano, non può essere modificata con isolate rivoluzioni del consumo individuale. Il fatto è che io nell’ambito dell’etica non mi ci sono mai veramente addentrata. Non perché presagissi la costitutiva manchevolezza di un approccio astratto e miniaturizzato – quello, appunto, dell’etica formale – di fronte all’enormità del fenomeno sfruttamento animale, il quale evidentemente abbisogna di un’adeguata analisi storica e materiale che i concetti di giusto e ingiusto non possono compiere (magari fossi così furba). Continua a leggere

Ecco, appunto:

Una glossa a margine. Siate stupidi: stupitevi davvero.

[Leggetelo, è un articolo bellissimo. Mi fa anche sembrare un sacco intelligente]