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Estremisti animalisti prendono le distanze da estremisti animalisti: di nuovo

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Sui due più noti social network è ormai virale lo screenshoot di un recente stato facebook di Caterina Simonsen, in cui la ragazza invita apertamente i carcerati a suicidarsi, «che il mondo senza di loro sarebbe solo un posto migliore». Così ci si scandalizza degli animalisti che setacciano senza sosta il suo profilo (pubblico) in cerca di qualche neo da diffondere, tacciandoli di pedanteria e inutile moralismo. Sono in parte d’accordo, ma questa accusa mi pare essa stessa gravida di quel male che vorrebbe denunciare. Perché è così ovunque, sono le regole dell’esposizione mediatica. Tanto più che, come sempre accade, l’attenzione morbosa degli Italiani non è stata diretta sull’argomento sperimentazione animale in sé, quanto sull’aberrazione umana de «gli animalisti» (universale generico) che si sono accaniti contro la povera fanciulla innocente: la bella e la bestia, un classico sempreverde.
Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e se l’offensiva contro il movimento antivivisezionista è stata condotta sulla squalificazione della persona dell’avversario (perché la fatwā ha investito tutti gli animalisti), di necessità la contromossa sarà pareggiata sullo stesso calibro. Triste, forse, quanto fisiologico: d’altronde, «gli animalisti» non hanno davvero grandi mezzi per difendersi dal poderoso colpo che questa volta è stato loro assestato. Sebbene non abbiano fatto altro che dissociarsi dalle parole degli aggressori, la narrazione dominante ha completamente passato sotto silenzio questi appelli, gettando piuttosto altra carne al fuoco: dopo Caterina è il turno di Lucia, malata di fibrosi cistica, respiratore e dito medio alzato racconta a Giornalettismo (testata non neutrale) le minacce ultimamente ricevute da «gli estremisti animalisti». Continua a leggere

Planet Terror. Chi semina la paura tra gli animalisti?

apparso su Asinus Novus

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Vorrei qui molto brevemente rispondere all’articolo di Rita Ciatti Tra il dire e il fare ci siamo in mezzo tutti facendo innanzitutto appello al significato della parola animalismo così come lo si può leggere sull’enciclopedia Treccani:

Atteggiamento e comportamento di chi, per amore verso gli animali, interviene attivamente in loro difesa contro maltrattamenti e in genere comportamenti che procurino loro sofferenze e ne limitino la libertà (per es., la caccia, la vivisezione, l’uccisione per ricavarne la pelliccia, l’impiego nei circhi, ecc.).

Nonostante Rita si spinga a definire animalista soltanto «colui che realmente si impegna per porre fine allo sfruttamento degli animali», la quasi totalità dei vocabolari italiani rimanda con questo termine a tutta una serie di generici comportamenti in favore degli animali che non possono essere ridotti al concetto di liberazionismo. Piaccia o meno, zoofilia e protezionismo sono egualmente classificati alla voce animalismo.
E d’altra parte, lasciando perdere i vocabolari, Rita considererebbe l’ENPA un’associazione animalista? È noto che molte delle cene pubbliche dell’ENPA non sono a menù vegetariano (diversi tesserati si impegnano anche duramente nei canili e nei gattili, senza con questo smettere di mangiare carne), dunque forse Rita non considererebbe l’ENPA un’associazione animalista.
Michela Vittoria Brambilla è un’animalista, secondo Rita? Apprezzata e coinvolta nelle sue iniziative da Piercarlo Paderno di Animal Amnesty, la «pasionaria di Green Hill» ha, riguardo alla liberazione animale, una posizione decisamente più scivolosa: pur sponsorizzando iniziative a favore del vegetarismo ed essendo lei stessa vegetariana, è sempre estremamente attenta, almeno per quanto riguarda l’alimentazione, a salvaguardare le intoccabili libertà individuali («Sono vegetariana ma non posso né voglio imporre a nessuno la mia scelta etica»).
E che dire di Edoardo Stoppa di Striscia la notizia, il «fratello degli animali»? Non sono nomi scelti a caso. La chiusura dell’allevamento Green Hill di Montichiari, che Rita celebra come supremo successo degli animalisti, non sarebbe stata possibile senza il contributo delle orde di zoofili commosse dai «cucciolotti» (cit. Edoardo Stoppa) comparsi in prima serata su Canale 5. Continua a leggere

Comunicare

apparso su Asinus Novus

C’è un capitolo de I sommersi e i salvati di Primo Levi che torno di tanto in tanto a leggere, nonostante lo conosca quasi a memoria, perché mi sembra di trovarvi insegnamenti così belli e vivi che non temo, ripassandolo, il gusto mi si possa guastare: Comunicare. Levi descrive il bisogno intenso, a tratti straziante di comunicare dei deportati, una fame dello spirito non inferiore a quella del corpo; e d’altronde, per imparare sottovoce qualche esigua parola di tedesco, Levi barattò il suo pane con un alsaziano.
L’aver sperimentato sulla propria pelle questa asfissiante deprivazione della parola fa sì che egli, anche diversi anni più tardi, condanni come pretto chiacchiericcio teorie molto in voga sulla cosiddetta incomunicabilità umana, e allo «scrivere oscuro» preferisca energicamente un linguaggio articolato e chiaro, che assurge al compito di vero e proprio «servizio pubblico»:

Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno. […] Chi non sa comunicare, o comunica male, in un codice suo o di pochi, è infelice, e spande infelicità intorno a sé. [1]

«In un codice suo o di pochi»: la sanzione di ogni esoterismo, non solo terminologico, è qui evidente. In effetti Levi confessa di scrivere sempre con la curiosa impressione di avere accanto il suo lettore: ed è veramente commovente la premura con la quale si impegna a indossare costantemente i suoi panni, tutto assorto dall’imperativo di non umiliarlo con una prosa troppo aspra o una troppo ammiccante, testimonianza di una fiducia rimasta intatta nel verbo umano, intatta anche dopo quello che aveva passato. Continua a leggere

Ego in piazza (per gli animali)

apparso su Asinus Novus

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Credo che gli attivisti per la liberazione animale dovrebbero ammettere una volta per tutte la presenza di una forte componente di affermazione personale alla base di ciò che fanno nell’impegno di ogni giorno. Lungi dal costituire una nota di demerito o una vergogna, questo li renderebbe semplicemente umani e, se solo non cercassero di scrollarsi di dosso la propria stessa ombra in ogni momento, probabilmente anche maggiormente credibili.
Si scrive di antispecismo perché si crede di avere qualcosa di buono o utile da dire, ma con la speranza segreta di essere letti e apprezzati da quante più persone possibili; si sfila in corteo per gli animali, certo, ma con l’orgoglio traboccante di chi scaglia nel regno delle cose che esistono la propria partecipata visione del mondo; si dice di agire soltanto “per il bene della causa”, ma si è inevitabilmente mossi da idiosincrasie e tic personali, simpatie, antipatie, intromissioni soggettivistiche ed emozionali spesso tutt’altro che strategicamente efficaci: e non c’è nulla di sbagliato o anormale. Incanalare le innegabili spinte narcisistiche che sollecitano ciascuno di noi in qualcosa di originale e realmente proficuo potrebbe rivelarsi persino più saggio (oltre che onesto) che rimuoverle o camuffarle: poiché mi riconosco in quello che faccio, ci sono io in quello che faccio, avrò cura di scegliere ogni singola parola con cui mi rivolgo al mio interlocutore, rendere lo stile della mia scrittura accattivante e mai ripetitivo per non assuefare il lettore alle immagini cruente e quindi immunizzarlo all’altrui dolore, calcolare costi e benefici di una campagna di sensibilizzazione e non commettere errori grossolani nell’azione. Amore di sé non è sinonimo di opportunismo e spesso rappresenta un ottimo antidoto alla sciatteria. Continua a leggere

Federfauna, che circo!

Si sarebbe tentati di reagire all’ultima simpatica trovata di Federfauna – l’istituzione di un «premio Hitler» da assegnare ogni anno a personalità che si sono distinte nel campo dell’animalismo – con uno sbadiglio, una risata, o una liberatoria raffica di improperi: si sarebbe tentati, se non fosse che parlare il linguaggio di Manzi, Bacillieri, Filippi & co – un osceno groviglio di menzogne, provocazioni e trivialità – significherebbe rischiare di assimilarsi a questi ultimi. Il filosofo Carlo Chiurco ha di recente sostenuto che il berlusconismo sia molto che una stagione politica: esso somiglierebbe piuttosto ad una malattia temibile e contagiosa, «occultata nel suo volto ridanciano, nella pochezza intellettuale e umana dei suoi attori e comprimari», tesa a sviare sistematicamente l’attenzione dell’opinione pubblica da questione serie e urgenti, fino a estinguerla del tutto in un colossale buttiamola in caciara. Sempre secondo Chiurco, non fare il suo gioco sarebbe difficilissimo, perché una simile ideologia, votata per sua essenza a impoverire il dibattito politico fino ridurlo a uno scontro simil-calcistico, promuoverebbe una metamorfosi del cittadino in tifoso, capace soltanto di odiare di un odio viscerale la squadra rivale, e pigiar trombette. Ma il lato più diabolico di questo divide et impera con inebetimento mirato, consisterebbe nell’estenuare, col suo sovraccarico di eccessi e volgarità, anche e soprattutto chi ancora fosse in grado di opporre una qualche forma di resistenza, costringendolo alla nausea e al silenzio. Continua a leggere