Archivi tag: Adorno

Il maiale non fa la rivoluzione (ma neanche il borghese) : una critica a Caffo

apparso su Asinus Novus

79347104_animal-far_340402b

«Posso essere solo più amoralmente indignato», scriveva Karl Kraus sulle pagine del Fackel in risposta ai moralisti che lo rimproveravano di minare, col suo rifiuto spassionato di valori assoluti e universalmente validi, la stabilità delle istituzioni. Kraus, sempre sul Fackel, aveva definito la morale «una malattia venerea», un morbo «che paralizza, monta al cervello, acceca, asciuga le linfe vitali, indurisce le arterie» [1]. Un manganello ghirlandato di fiori, che della sua suasività fa strumento di potere. Eppure Kraus non era certo un immoralista, o almeno non un immoralista della stessa ghisa di Nietzsche e Sade, «gli scrittori neri della borghesia» [2], che celebrarono, di contro alla mollezza dei costumi contemporanei, prevaricazione e assassinio. Kraus non aveva in spregio la compassione, neppure quella verso i più miseri. Non la considerò mai sintomo di fiacchezza. Tutti ricorderanno l’incandescente replica alla lettrice «non-sentimentale» del Fackel che offese nella maniera più dolorosa e volgare la delicatezza con cui Rosa Luxemburg raccontava all’amica Sonja dei bufali rumeni percossi a sangue dai suoi carcerieri: Kraus, che sebbene anti-comunista convinto sapeva commuoversi delle parole della rivoluzionaria «che non possedeva altri beni se non il proprio cuore e voleva guardare a un bufalo come a un fratello, lei (che) avrebbe ben volentieri predicato la rivoluzione ai bufali» [3].
Kraus, come il suo discepolo Adorno, pensava che si potesse agire moralmente senza voler individuare una volta per tutte un Bene assoluto, una Norma assoluta, e che porre in modo astratto e irrelato il dover essere dell’uomo potesse rivelarsi estremamente violento. D’altronde, ciò che il filosofo francofortese rimproverava a sette e partiti eccentrici, pur meritori di non arrendersi alla tirannia del semplicemente esistente, era proprio di non saper tenere fermo all’«inflessibilità senza dottrina» [4], di contrapporre agli imperativi dominanti, per contrastarli, precetti ancor più chiusi e autoritari. Continua a leggere

Annunci

Un passo oltre la liberazione animale. Intervista al gruppo Assoziation Dämmerung

a cura di Marco Maurizi

1. La scorsa estate, la vostra associazione liberazionista Tierrechtsaktion-Nord ha cambiato il proprio nome in Assoziation Dämmerung. Nel vostro “manifesto” dite di aver fatto un passo “fuori” dal movimento di liberazione animale “senza rompere con esso”. Potete darci un quadro del movimento di liberazione animale in Germania e dirci perché avete fatto un passo del genere?


Beh, Tierrechts-Aktion-Nord (TAN) era il più vecchio gruppo animalista e liberazionista di sinistra in Germania. All’inizio dello scorso anno, quando eravamo prossimi al nostro punto di trasformazione, aveva avuto una storia di 25 anni di lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione animali. Abbiamo accumulato un sacco di esperienza in tutti questi anni riguardo alle posizioni politiche dei vari gruppi, delle varie correnti, di tutta la gamma di azioni che è stata messa in pratica dal movimento e così via. La cosa più importante era, ed è tuttora, che il gruppo conosceva lo sviluppo politico e l’orizzonte teorico del movimento perché aveva partecipato al processo di creazione della sua storia. E il risultato della nostra analisi di tutti questi aspetti è stato il seguente: abbiamo dovuto fare il passo successivo nel nostro sviluppo, un passo che avevamo discusso internamente prima di riuscire a trasformare il gruppo attraverso un processo più lungo che è si è concluso, alla fine, con la pubblicazione del nostro manifesto.

Continua a leggere

Di grandi misantropie, e misantropie molto piccole

C’è, nelle grandi misantropie, lasciando indeciso se l’eccesso di amore sia la chiave della misantropia, una zoofilia costante, drammatica e compensativa.
(Guido Ceronetti)

Nella galleria dei poeti e dei filosofi del passato che bestemmiarono la nostra specie con un cinismo feroce e bilioso («Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo» scrive l’amato Cioran ne L’inconveniente di essere nati) si trovano senz’altro alcune fra le sensibilità che abbiamo apprezzato di più, e che riesce piuttosto difficile non ascrivere alla categoria di coloro che, «per mancanza di oggetti adatti», non seppero dare altra espressione al loro amore che non fosse l’«odio per gli inetti a riceverlo» (Adorno). Kant, in una celebre pagina della Kritik der Urteilskraft, tenta addirittura un’apologia di questo genere di misantropia, «detta così molto impropriamente», delineandola come uno stato d’animo filantropico che, per effetto di «una lunga e triste esperienza», porta a ritrarsi dagli uomini, perché «tale è l’ardente desiderio che abbiamo di vederli migliori, che per non odiarli, perché amarli non si può, pare un piccolo sacrificio la rinunzia a tutti i piaceri sociali». Giudizi tanto severi e intransigenti sarebbero dunque una forma molto peculiare di legame col mondo, la più sentita e insieme sofferta: quella della polemica. Continua a leggere

Lettera ad un comunista

di Marco Maurizi

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
Dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
Al mio dolore. Ed io risposi, prima
Per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
Gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
Sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

(U. Saba)

Per il sistema idealistico gli animali hanno virtualmente lo stesso ruolo degli ebrei per quello fascista.
(Th. W. Adorno)

Caro B.,

finalmente riesco a scriverti il mio pensiero sul rapporto tra animali e lotta di classe. La tua prospettiva teorica mi ha sempre colpito per la radicalità con cui afferra i problemi e, anche laddove certe volte incorri, a mio avviso, in errori di valutazione, ho sempre imparato molto da te. Devo dire che, sul tema in oggetto, non è così. La tua versione dell’animalismo è una semplice celebrazione del “lato animale” dell’essere umano e le tue osservazioni a volte critiche sull’addomesticamento dell’animale nella civiltà non riescono a togliersi di dosso il retrogusto amaro dell’antropocentrismo. Per quanto possa farti dispiacere sentirtelo dire, sul tema dell’animale sei molto più nietzschiano che adorniano.
Dobbiamo dunque parlare un po’ degli animali, ma degli animali veri, quelli che muoiono nei nostri mattatoi, quelli vivisezionati, quelli umiliati e offesi. Insomma, dobbiamo proprio parlare di ciò che oggi passa come questione dei “diritti animali”. So quanto poco entusiasmo possa suscitare la questione dei “diritti animali” in un marxista. E, diciamolo subito, a ragione. Continua a leggere

Animali, scusateci. ep. 2

«Se sapessi con sicurezza che c’è un uomo che sta venendo a casa mia con il piano consapevole di farmi del bene, scapperei a rotta di collo», scriveva Henry David Thoreau nel Walden. Ed io ho il sospetto che se gli animali sapessero usare carta e penna, butterebbero giù qualcosa di simile sul conto degli animalisti. Ora, non è che io goda sconsideratamente nel criticare la mia stessa parte: è che, essendo la mia parte, la vorrei migliore. Spero sia chiaro.

Associare immagini truculente alla sperimentazione animale per indurre lo spettatore a rigettare con forza questa pratica non è sempre una tecnica vincente. Non se la foto è tratta da un pessimo film horror degli anni ’70: Federfauna ringrazia.
Per quanto riguarda le numerosissime fotografie di gatti e scimmie con elettrodi impiantati in testa: un individuo mediamente istruito è a conoscenza del fatto che il cervello non è dotato di nocicettori. Gli esperimenti dolorosi sono altri, e spesso il dolore vero riguarda il post-operatorio. Continua a leggere

“Muori, se vuoi; io sono al sicuro”

apparso su Asinus Novus

Dubito le mie letture abbiano avuto un qualche ruolo nel mio incerto approdo all’antispecismo, e se lo hanno avuto, be’, il mio cervello deve avere lavorato in grande stile, tendendomi all’oscuro di tutta la faccenda. I francofortesi, in effetti, potrebbero c’entrar qualcosina, ma di Singer e Regan conosco il minimo indispensabile: il poco che ho studiato, mi è servito unicamente per potere continuare a guardarmi allo specchio senza sentirmi la fannullona che sono, e avere qualcosa da rispondere alle altrui lacrime di coccodrillo, così frequentemente articolate in forma di obiezione. Gli antispecisti politici argomentano che sia necessario uscire dalla sfera dell’etica perché questa sopravvaluta lo spettro d’azione del singolo, inibendo le possibilità di sviluppare una teoria e una prassi volte a incidere realmente sulla condizione degli animali non umani, che di certo, dato il divario esistente tra l’apparato produttivo e le forze che lo contestano, non può essere modificata con isolate rivoluzioni del consumo individuale. Il fatto è che io nell’ambito dell’etica non mi ci sono mai veramente addentrata. Non perché presagissi la costitutiva manchevolezza di un approccio astratto e miniaturizzato – quello, appunto, dell’etica formale – di fronte all’enormità del fenomeno sfruttamento animale, il quale evidentemente abbisogna di un’adeguata analisi storica e materiale che i concetti di giusto e ingiusto non possono compiere (magari fossi così furba). Continua a leggere

Il miglior discorso che potrai mai sentire? Gary, io direi piuttosto che non ti si può sentire

apparso su Asinus Novus

Questo sarà un post impopolare. Gary Yourofsky è considerato, da molte persone che conosco, un idolo, un esempio da imitare, il non plus ultra dell’attivismo animalista di stampo internazionale. È belloccio, ha una parlata sciolta e una gesticolazione contagiosa, un curriculum spaventevole di azioni e incarcerazioni da sfoggiare alle innumerevoli conferenze cui viene invitato in tutto il mondo. I suoi video sono tradotti in chissà quante lingue diverse, il suo sorriso buca lo schermo. Io non sono nessuno, il mondo l’ho girato poco e niente, e le tre occasioni in cui ho parlato in pubblico sono stata costretta a inghiottire, lo confesso, una decina di goccine calmanti consigliatemi dall’erborista di fiducia. Se però mi è concesso scrivere contro esimi professori universitari che deridono animalismo e ambientalismo – e lì nessuno trova niente da ridire – , deve esserlo anche prendere posizione contro il mostro sacro del veganismo etico: Gary Yourofsky. Ossia colui che riesce a dotare di un senso le critiche più assurde che gli odiatori di vegetariani di professione vomitano compulsivamente contro i vegetariani stessi, allo scopo di negare una qualsiasi dignità a questa strana forma di disobbedienza civile. Continua a leggere