Planet Terror. Chi semina la paura tra gli animalisti?

apparso su Asinus Novus

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Vorrei qui molto brevemente rispondere all’articolo di Rita Ciatti Tra il dire e il fare ci siamo in mezzo tutti facendo innanzitutto appello al significato della parola animalismo così come lo si può leggere sull’enciclopedia Treccani:

Atteggiamento e comportamento di chi, per amore verso gli animali, interviene attivamente in loro difesa contro maltrattamenti e in genere comportamenti che procurino loro sofferenze e ne limitino la libertà (per es., la caccia, la vivisezione, l’uccisione per ricavarne la pelliccia, l’impiego nei circhi, ecc.).

Nonostante Rita si spinga a definire animalista soltanto «colui che realmente si impegna per porre fine allo sfruttamento degli animali», la quasi totalità dei vocabolari italiani rimanda con questo termine a tutta una serie di generici comportamenti in favore degli animali che non possono essere ridotti al concetto di liberazionismo. Piaccia o meno, zoofilia e protezionismo sono egualmente classificati alla voce animalismo.
E d’altra parte, lasciando perdere i vocabolari, Rita considererebbe l’ENPA un’associazione animalista? È noto che molte delle cene pubbliche dell’ENPA non sono a menù vegetariano (diversi tesserati si impegnano anche duramente nei canili e nei gattili, senza con questo smettere di mangiare carne), dunque forse Rita non considererebbe l’ENPA un’associazione animalista.
Michela Vittoria Brambilla è un’animalista, secondo Rita? Apprezzata e coinvolta nelle sue iniziative da Piercarlo Paderno di Animal Amnesty, la «pasionaria di Green Hill» ha, riguardo alla liberazione animale, una posizione decisamente più scivolosa: pur sponsorizzando iniziative a favore del vegetarismo ed essendo lei stessa vegetariana, è sempre estremamente attenta, almeno per quanto riguarda l’alimentazione, a salvaguardare le intoccabili libertà individuali («Sono vegetariana ma non posso né voglio imporre a nessuno la mia scelta etica»).
E che dire di Edoardo Stoppa di Striscia la notizia, il «fratello degli animali»? Non sono nomi scelti a caso. La chiusura dell’allevamento Green Hill di Montichiari, che Rita celebra come supremo successo degli animalisti, non sarebbe stata possibile senza il contributo delle orde di zoofili commosse dai «cucciolotti» (cit. Edoardo Stoppa) comparsi in prima serata su Canale 5. Sebbene la campagna contro Green Hill sia stata avviata da attivisti radicalmente antispecisti, si è poi velocemente evoluta in una movimentazione di massa, imprevista, scompigliata e a tratti ingenua (le foto dei liberatori sono addirittura state diffuse sui social network, rendendoli così perfettamente riconoscibili), letteralmente trascinata dal rifiuto viscerale che una popolazione a maggioranza zoofila prova nei confronti degli esperimenti condotti sul “migliore amico dell’uomo”. Inutile nascondersi che topi e ratti non avrebbero destato lo stesso clamore. Chi merita il titolo di animalista e chi no, in questa vicenda? Davvero è possibile paragonare gli eventi di Montichiari all’occupazione degli stabulari di Farmacologia dell’Università Statale di Milano?

Sembra che nella fretta di demolire il cliché negativo dell’animalista, Rita si limiti a cambiargli di segno, promuovendo una nuova, solo più rosea, generalizzazione. Animalista è sinonimo di antispecista, e dunque antispecisti sono i manifestanti di Green Hill (sicuri che tutti i liberatori fossero vegani?), i cinque attivisti di Milano coraggiosamente impegnati nella disobbedienza civile e i simpatizzanti del PAE di presidio a Pomezia davanti alla Menarini. Anche i Centopercentoanimalisti che hanno disturbato la manifestazione del primo giugno di Pro-Test Italia, tutti animalisti e ipso facto antispecisti.

Qualcosa non torna. Così come purtroppo non torna la lapidaria asserzione secondo cui gli atteggiamenti poco “consoni” tenuti da alcuni – parecchi – attivisti su facebook (ricordo che dietro gli avatar ci sono persone reali, pienamente responsabili di quello che scrivono) e durante le manifestazioni sarebbero un fenomeno isolato e marginale, ascrivibile al cattivo carattere di qualcuno. Non si capisce come un movimento fatto in massima parte di persone equilibrate e compassionevoli abbia potuto scegliersi come vate, ad esempio, Mr. Gary Yourofsky, che sostiene da anni gli animali cavia dovrebbero essere sostituiti, negli esperimenti, da assassini, stupratori e pedofili [1]. O forse si capisce, leggendo qua e là qualche striscione.

I meriti degli animalisti, che nessun mefistofelico “antispecista politico” intende sminuire [2], non dovrebbero portare a negare un problema che esiste, ed è centrale. Centrale perché connaturato ad un certo modo di intendere la lotta in favore degli animali. Il culto feticistico di personalità prodotte in serie – si pensi al già citato Yourofsky o ad altre popstar internazionali del veganismo – e il furore forcaiolo rivolto contro privati cittadini [3] sono l’inevitabile corollario di un pensiero che grossolanamente fraintende il rapporto tra società e individui, sovrastimando di continuo il peso di questi ultimi. Da una parte gli eroi, dall’altra i mostri. Come molti, troppi animalisti, Yourofsky dichiara a gran voce di empatizzare con le vittime assolute di questo sistema, e di non conoscere pietà per i loro carnefici. Si disinteressa delle dinamiche politiche e sociali in cui tutti siamo presi, scegliendo di rivolgersi solo ed esclusivamente ai singoli, concepiti come “levette” da posizionare sul tasto giusto, on/off – dove “on” ovviamente coincide con la “scelta vegana”, l’accensione (e l’ascesi). È un predicatore e un moralista, e ha grande seguito. Ha soluzioni. Violente: già a partire dalla sua impostazione di pensiero.

Eppure, in un totale capovolgimento della realtà, viene fatto ora passare che gli “antispecisti politici” starebbero seminando il terrore tra gli animalisti, arrogandosi il diritto di parlare ex-cathedra e ordinare loro come muoversi. Anzitutto non è chiaro chi sarebbero, questi “antispecisti politici”: si tratta di un’etichetta di comodo costruita ad hoc per colpire persone che dicono cose diversissime e non sovrapponibili (probabilmente ad accomunarli è la loro antipatia?); in secondo luogo, è davvero curioso che vengano accusati di questo, quando sono i primi a rifiutarsi di fornire precise disposizioni per la prassi – l’imposizione del veganismo e l’invito a non pagare le tasse (a proposito, chi è che comincia davvero a non pagarle?), al contrario, sono precise disposizioni per la prassi: e rimangono tali anche quando formulate in un linguaggio gentile – , che non possono essere calate dall’alto ma devono essere elaborate nel tempo e a più voci, da un intero movimento.

Ora, se un problema di violenza animalista c’è, e c’è, credo sia più utile – e sano – affrontarlo, anziché fingere di non sapere, o nasconderlo sotto al tappeto. Non è chiaro perché chi nomina questa violenza debba essere considerato “giudicante”, quando poi chi la mette in pratica non esita a chiamare “nazisti” il restante 99% dei propri conspecifici.


[1] Cfr. S. Contardi, What’s wrong with Yourofsky?, http://asinusnovus.wordpress.com/2012/09/01/whats-wrong-with-yourofsky/.
[2] A questo proposito, mi permetto di fare presente che su questo stesso blog i liberatori di Farmacologia sono stati strenuamente difesi dalle accuse di terrorismo e dalle calunnie di maltrattamento proprio da me e da Antonio Volpe: trovo profondamente ingiusto che qualcuno possa fingere di ignorare l’impegno profuso.
[3] Cfr. A. Volpe, Mostri animalisti, «Liberazioni», n°10, Autunno 2012

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2 risposte a “Planet Terror. Chi semina la paura tra gli animalisti?

  1. Davvero grottesche quelle ormine disegnate sullo striscione

    • Ahahah, sì.

      [Bimbi, ma lo sai che hai questa particolarità di venirmi a trovare quando sto proprio malino? Il che può voler dire due cose:
      – hai una finissima, preconscia capacità di sintonizzarti sulla mia tristezza
      – porti una SFIGA NERA, BOIA]

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