Turlupiner. E così l’antispecismo si fece barzelletta

Forse all’interno del movimento animalista in pochi conoscono la differenza tra il concetto di ontico e quello di ontologico, e questo ovviamente può non essere un problema. Il problema è che, all’esterno, questa distinzione è perfettamente nota a chiunque abbia un’infarinatura benché minima di filosofia. Della risposta-video che Leonardo Caffo ha dato a Marco Maurizi, mi ha colpita particolarmente una frase, talmente strampalata da essermi parsa una provocazione, almeno in prima battuta. Non lo era. Commentando un articolo di Maurizi, critico nei confronti dell’antispecismo debole, Caffo ci dice:

Qui c’è qualcosa che io trovo delirante: «di fronte alla richiesta di indagine sull’ontico si corazza nelle certezze vuote dell’ontologia».
Ora, io la distizione tra ontico e ontologia, nonostante una laurea e un quasi dottorato, non la conosco.

Come si legge in un qualsiasi dizionario di filosofia, la coppia di categorie ontico/ontologico risale alla filosofia antica, e indica molto banalmente la differenza tra ciò che riguarda l’ente concreto, empirico (dal greco tό ὄν, «l’ente») e l’idea. Chi ha studiacchiato un po’ Platone ricorderà il motivo secondo cui il mondo delle idee sarebbe «più reale» del mero ente: stiamo proprio parlando di ambiti distinti e separati.
Né si deve pensare che questa contrapposizione sia morta insieme ai Greci. La differenza di significato tra ontico e ontologico, su cui insiste anche Husserl, è adottata e rielaborata dallo stesso Heidegger di Essere e tempo che Caffo cita ne Il Maiale non fa la rivoluzione.

E in effetti l’obiezione di Maurizi non ha niente di delirante, ma è tanto chiara che a risultare difficilmente comprensibile è piuttosto come un filosofo possa avere difficoltà a intenderla. Maurizi, non senza ragione, rimprovera a Caffo di ignorare le dinamiche sociali in cui gli individui sono materialmente inseriti per dedicarsi a un sistema miniaturizzato come quello dell’etica formale, che si staglia fuori dal tempo. Su sua stessa ammissione, le verità etiche di Caffo sono eterne tanto quanto le idee di Platone, e non meno trascendenti.
Liquidare critiche fondate e ben argomentate come “deliranti” e paragonarle a una canzone di Battiato è un malcostume da talk-show filosofico che può far presa solo su chi non conosce la filosofia, o non la ama. D’altronde, la scrittura richiede un’attenzione rigorosa all’espressione e quindi impone per sua natura lo «sforzo del concetto», molto più di quanto possa fare la forma video. Questa darà risalto al tono della voce, alla mimica facciale e, perché no, alla simpatia individuale, ma non allo spessore reale di quello che si ha da dire. Specialmente se si ha poco da dire.

Caffo afferma poi di ignorare del tutto cosa significhi la formula «individualismo metodologico» che compare tanto di frequente nelle pagine di quel noioso documentalista del Maurizi, e ne ridacchia. Ma cosa ridi, verrebbe da rispondere: studia. A parte che una definizione sommaria di individualismo metodologico si trova persino su Wikipedia (!), basterebbe leggersi, che so, Karl R. Popper, secondo il quale «le istituzioni (e le tradizioni) debbono essere analizzate in termini individualistici». Eccola qui una bella descrizione dell’individualismo metodologico. Se non gli basta, può agilmente consultare una celebre rassegna delle più note posizioni al riguardo a cura di Antiseri e Pellicani che si intitola, udite udite, L’individualismo metodologico.

Quanto alla chiusura un po’ smargiassa, secondo cui gli “antispecisti politici” si sentirebbero mancare la Terra sotto i piedi a causa del successo di pubblico che sta ottenendo l’antispecismo debole: sì, personalmente mi sento mancare la Terra sotto i piedi se penso che l’antispecismo verra conosciuto prima facie attraverso un autore che fondamentalmente non sa di cosa parla. Ruzzoloni come quelli che ho sopra elencato al Caffo glieli può perdonare un animalista che si disinteressa delle sue argomentazioni perché ha a cuore soltanto le sue conclusioni («gli animali prima di tutto»), ma non un antispecista serio o, quel che è peggio, uno specista con più di due neuroni.

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Una risposta a “Turlupiner. E così l’antispecismo si fece barzelletta

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