Il maiale non fa la rivoluzione (ma neanche il borghese) : una critica a Caffo

apparso su Asinus Novus

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«Posso essere solo più amoralmente indignato», scriveva Karl Kraus sulle pagine del Fackel in risposta ai moralisti che lo rimproveravano di minare, col suo rifiuto spassionato di valori assoluti e universalmente validi, la stabilità delle istituzioni. Kraus, sempre sul Fackel, aveva definito la morale «una malattia venerea», un morbo «che paralizza, monta al cervello, acceca, asciuga le linfe vitali, indurisce le arterie» [1]. Un manganello ghirlandato di fiori, che della sua suasività fa strumento di potere. Eppure Kraus non era certo un immoralista, o almeno non un immoralista della stessa ghisa di Nietzsche e Sade, «gli scrittori neri della borghesia» [2], che celebrarono, di contro alla mollezza dei costumi contemporanei, prevaricazione e assassinio. Kraus non aveva in spregio la compassione, neppure quella verso i più miseri. Non la considerò mai sintomo di fiacchezza. Tutti ricorderanno l’incandescente replica alla lettrice «non-sentimentale» del Fackel che offese nella maniera più dolorosa e volgare la delicatezza con cui Rosa Luxemburg raccontava all’amica Sonja dei bufali rumeni percossi a sangue dai suoi carcerieri: Kraus, che sebbene anti-comunista convinto sapeva commuoversi delle parole della rivoluzionaria «che non possedeva altri beni se non il proprio cuore e voleva guardare a un bufalo come a un fratello, lei (che) avrebbe ben volentieri predicato la rivoluzione ai bufali» [3].
Kraus, come il suo discepolo Adorno, pensava che si potesse agire moralmente senza voler individuare una volta per tutte un Bene assoluto, una Norma assoluta, e che porre in modo astratto e irrelato il dover essere dell’uomo potesse rivelarsi estremamente violento. D’altronde, ciò che il filosofo francofortese rimproverava a sette e partiti eccentrici, pur meritori di non arrendersi alla tirannia del semplicemente esistente, era proprio di non saper tenere fermo all’«inflessibilità senza dottrina» [4], di contrapporre agli imperativi dominanti, per contrastarli, precetti ancor più chiusi e autoritari.

Non stupisce dunque che ancora ad oggi chi si adopera per il modesto fine di cambiare il mondo avverta il bisogno non celato di ricercare la massima stringenza e sostanziare le proprie tesi con il ricorso a principi che risultino immediatamente vincolanti per tutti. Nell’ambito del dibattito sulla questione animale, l’ultima fatica del giovanissimo filosofo Leonardo Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole (Sonda, 2013), si scaglia contro il cosiddetto antispecismo politico proprio perché teoria che gli appare poco rigorosa (leggi: scientifizzata), e quindi si propone di ribadire con forza l’«assoluta giustizia della battaglia animalista» [5]. Secondo Caffo, che si riconosce in una visione platonista in cui il Bene e il Male esistono di per sé, ci sarebbero certezze etiche del tutto equivalenti alle certezze matematiche («Che ‘2+2’ sia uguale a ‘4’ non è opinione, e in questo senso si cerca il parallelo con l’etica e con la non opinabilità di ‘è sbagliato mangiare gli animali’» [6]), e solo allacciandosi a queste un antispecismo finalmente genuino dovrebbe condurre la sua battaglia per liberare gli animali non umani – e solo quelli: per Caffo, e ci tiene a precisarlo, è valido lo slogan «gli animali prima di tutto».
La disinvoltura con la quale Caffo adopera il concetto di “assoluto” (absolutus vuol dire sciolto da ogni legame, e cioè da ogni condizionamento) per riferirsi a un ipotetico universo morale che se ne starebbe al di sopra della storia e delle differenze tra i popoli è totale. Totalitaria? D’altro canto, il richiamo a un «mondo dietro il mondo» che garantirebbe in eterno la bontà del veganismo è costante, senza però venire accompagnato da un’adeguata riflessione su come la sfera dell’esperienza e la sfera dell’idea si rapportino tra loro. Sembra che a Caffo, per dimostrare l’esattezza del suo realismo, basti confutare le teorie che ne insidiano le fondamenta: relativismo, scetticismo e nichilismo.
È da notare che questo avviene rimasticando uno degli argomenti favoriti dai fini intellettuali della Lega Padana: se il giusto è relativo, si deve essere relativisti anche nei confronti delle mutilazioni genitali femminili?
Già nel porre un interrogativo simile si palesa la vocazione civilizzatrice/colonizzatrice dell’etica borghese liberale, che senza calarsi in un determinato sistema simbolico per decifrarne le logiche immanenti, lo aggredisce dall’esterno col suo finto universalismo e implicitamente consolida il dogma della superiorità culturale e morale occidentale; ma nella falsa polarizzazione tra realismo e relativismo, ciò che il new-realist Caffo vorrebbe liquidare è anzitutto il pensiero dialettico, l’unico in grado di passare attraverso i due estremi, mostrandone l’intrinseca falsità. Esso non assume come sua bussola né i crudi rapporti materiali né la Verità sradicata, ma penetra nel tutto sociale, smascherandolo in base alla sua propria idea: una società che punisce per legge chi uccide animali senza necessità, e senza necessità moltiplica il loro massacro.
Caffo cita una frase di Kurt Godel, che dice così: «In realtà sarebbe facile produrre un’etica rigorosa, o almeno non sarebbe più difficile che affrontare altri problemi scientifici basilari. Soltanto il risultato sarebbe sgradevole, ma è una cosa che non si vuole vedere e che si cerca di evitare, in qualche misura anche in modo cosciente» [8]. Ma Godel parla di produrre un’etica, non di dischiudere innanzi ai nostri occhi un cosmo noetico di conio platonico in cui le forme pure possono essere contemplate per modellare il retto agire. E i concetti che abbiamo a disposizione per farlo sono materiali storicamente divenuti: usi linguistici, non datità originarie; così che l’unica universalità cui possiamo approdare per mezzo loro è, a ben guardare, un ben modesto universalismo particolare.

Caffo sembra non capire fino in fondo il diffuso timore nei confronti dell’idea di un’etica assoluta, e ne dà un’interpretazione psicologista, mettendolo in relazione con l’oscuro presagio di quanto in realtà ci troviamo lontani da essa. Non lo sfiora il dubbio che tale purismo morale, comunque carico di elementi empirici non sufficientemente elaborati, venga da molti associato al pericolo di innescare un ottuso fondamentalismo della virtù. Lo sport preferito degli animalisti, in effetti, deleterio per la loro stessa causa, è sempre consistito nella colpevolizzazione iperbolica del carnivoro. Se l’antispecismo politico si sforzava di invertire questa tendenza, surrogando le astratte teorie pratiche di Singer e il suo esasperato individualismo metodologico con l’indagine puntuale dei fasci di potere in cui i singoli sono irrimediabilmente presi, l’antispecismo debole finisce per promuovere una nuova, potenziata iper-responsabilizzazione del consumatore, corroborando le peggiori tare dell’animalismo contemporaneo: la chiusura identitaria e il narcisismo morale.
E allora sia concessa anche a noi una lettura in senso psicologista di questa furiosa pretesa di fondare una Regola oggettiva: edificare l’intero proprio discorso sulla netta bipartizione umano/non-umano per paura che esso possa perdere forza normativa significa ereditare tale e quale il proton pseudos di quella cultura affermativa che ha fatto dell’animale un inessenziale. Dell’animale e di ogni altro termine plasmato su quell’opposizione fondamentale: della natura, del corpo, della femmina… della sensibilità. A dispetto del tono sentimentale col quale si apre il primo capitolo, nella filosofia di Caffo non c’è alcuno spazio per motivi come compassione, desiderio, dono: vezzosi volant sullo sfondo, letteralmente sacrificati all’ideale di una giustizia autonoma, sovrana, razionale. Insomma Caffo non vuol rischiare. Nemmeno quella «frattura virtuale» che sola potrebbe aprire uno spazio di libertà, lo spazio del possibile.


[1] K. Kraus, Essere uomini è uno sbaglio, Einaudi, Torino 2012, p. 17.
[2] M. Horkheimer, Th. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1997, p. 123.
[3] AAVV, Un po’ di compassione, Adelphi, Milano 2007, p. 32.
[4] M. Horkheimer, Th. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, op. cit., p. 255.
[5] L. Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole, Sonda, Casale Monferrato (Al) 2013, p. 102.
[6] Ibidem, p. 97.
[7] Citato in Barbara De Mori, Che cos’è la bioetica animale, Carocci 2007, p. 11.

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4 risposte a “Il maiale non fa la rivoluzione (ma neanche il borghese) : una critica a Caffo

  1. Sì, ma a questo punto si può dire pure: “Basta con l’ossessione della purezza antirazzista che porta alla chiusura identitaria. Non si può iper-responsabilizzare l’individuo. Siamo antirazzisti, ma se ogni tanto ci scappa uno sganassone a uno zingaro, oh, mica siamo fondamentalisti narcisisti morali”.

    • Claudio, spero sia chiaro che io non intendo “assolvere” gli eventuali sgarri alimentari di alcuno – che proprio non me ne frega niente – , ma capire come fare a crescere e guadagnare incisività. Allo stato attuale delle cose, credo che il purismo vegano faccia male AGLI ANIMALI. E comunque il piano del discorso è falsato: pestare un negro è un’azione intenzionale che ha conseguenze immediate e implica un diretto e attivo coinvolgimento del soggetto che mena. Comprare i prodotti del suo sfruttamento – fatti coi suoi nervi, il suo sangue, la sua giovinezza, la sua salute, la sua vita – è già diverso, ed è a questa seconda opzione, se mai, che si potrebbe paragonare il mangiare occasionalmente derivati. Può sembrarti anche più vigliacco, ma questo è un altro discorso.

      • Ma il punto è che per me non si tratta nemmeno di purismo. Voglio dire: è naturale conseguenza dell’essere antispecisti non utilizzare prodotti dello sfruttamento animale. O almeno, dovrebbe esserlo. Non per una questione di purezza settaria, ma proprio per una questione pratica di contributo allo sfruttamento.
        Ti dirò, per me pestare un negro, comprare un pallone cucito da un bambino di Taiwan e mangiare una mozzarella sono atti molto più simili di quanto sembrino. C’è solo la differenza tra esecutore materiale e mandante esterno.
        Posso accettare la buona fede: “Non sapevo che questa maglietta fosse stata prodotta da schiavi in uno scantinato quando l’ho comprata”. Ma nel caso dei prodotti animali, si sa sempre come sono stati inevitabilmente prodotti.
        Per me l’individuo va iper-responsabilizzato eccome. Anzi, la responsabilizzazione non è mai abbastanza. Perché il Sistema è il prodotto degli individui, e viceversa. Parlare di Sistema perdendo di vista l’individuo è tanto cieco quando parlare di individuo perdendo di vista il Sistema.

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