Eppure nessuno crea pagine contro i diritti dei radiatori…

[…] sono due secoli di lotta senza pari, di una guerra in corso e la cui inuguaglianza potrebbe un giorno capovolgersi, tra coloro che non solo violano la vita animale, ma perfino il sentimento della compassione da una parte e quelli che si affidano alla testimonianza irrecusabile di questa pietà dall’altra.
È una guerra sulla pietà. Certo questa guerra non ha età, ma, nella mia ipotesi, attraversa una fase critica. Noi l’attraversiamo e ne siamo attraversati. Pensare la guerra in cui siamo non è solo un dovere, una responsabilità, un obbligo, è anche una necessità, una costrizione a cui, volente o nolente, direttamente o indirettamente, nessuno potrebbe sottrarsi. Ora più che mai. E dico «pensare» questa guerra perché credo che sia in questione proprio ciò che chiamiamo «pensare». L’animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia forse proprio da qui.

(J. Derrida)

Periodo di Pasqua. Dagli accorati appelli per salvare capretti e agnelli degli animalisti alle ricette per ghiottoni a base di abbacchio all’ironia autoproclamatasi politically uncorrect (ah, è così che funziona?) su cuccioli di un mese condannati a morte senza appello, non si fa che parlare di questi animali dal manto niveo, teneri di una tenerezza che illanguidisce o irrita, necessariamente. Qualcuno chiede a papa Francesco di prendere posizione contro la mattanza, qualcun altro si finge direttamente papa Francesco (posso dire che ho riso? Genii!) e da un account farlocco di facebook ordina di filato ai fedeli di risparmiare queste sfortunate creature, nei cui corpicini, soffici e ahimé squisiti, freme – anche in essi – un soffio della scintilla divina.
Pure quest’anno, insomma, come lo scorso e lo scorso ancora, animalisti e antianimalisti, vegetariani e antivegetariani non si danno pace sul web: chi per salvare un animale, chi per salvare una costina. Chi per noia.

Chissà se Derrida, quando nel suo L’animale che dunque sono scriveva di questa guerra sulla pietà, immaginava che essa avrebbe invaso, in maniera così caparbia e insieme farsesca, perfino i social network. Certamente doveva averne più che un presentimento, ma insufficiente, o non l’avrebbe chiamata guerra, ma zuffa, baruffa, parapiglia. Bighellonando su facebook come troppo spesso faccio, mi è capitato di imbattermi in un argomento, apparentemente sciocco e che molti di voi si rifiuterebbero di prendere in considerazione, che riguardo a questa faccenda mi pare invece alquanto rivelatore. Eccolo:

levocidegliignoranti


Analogamente al ritornello “ma neanche tu coltivi le verdure che mangi”, esso non tende affatto a squalificare chi prova tristezza o disagio davanti alla crudeltà sull’animale e si identifica con lui come pappamolle o rammollito, ma a legittimare chi, nonostante quella tristezza o quel disagio, non si astiene dal consumare i prodotti della crudeltà. Questo slittamento è reso necessario dal fatto che, al giorno d’oggi, la maggioranza della popolazione non sarebbe effettivamente in grado di recidere la giugulare di un cucciolo e, non potendo immedesimarsi nel sarcasmo smaccato di chi si vanta di farlo personalmente, abbisogna piuttosto di venire tranquillizzata nelle sue traballanti certezze. “L’occhio dell’animale colpito a morte” non lo vedo e non lo voglio vedere, dunque devio da me quello sguardo e mi racconto che, in fondo in fondo, nulla lo distingue realmente da un tristo radiatore abbandonato, solo, in un angolo di qualche autofficina: nemmeno quello lo saprei maneggiare. Come prima mossa, magari, leggo gli anti-animalisti, Carruthers, Savater o Scruton, e procedo a escludere gli animali non umani dal regno della morale: in fondo anche Kant li chiamava res, e non vorrete negare che quello fosse un grande filosofo. A questo punto, nessuna differenza sostanziale intercorre tra un giovane mammifero e un termoconvettore. Nessuna? Forse quel disagio e quella tristezza…fisime. Muori, se vuoi, io sono al sicuro…

Aveva dunque ragione Derrida. I meccanismi sottesi a bandire quest’inedita empatia verso l’animale che soffre dal campo politico e promuoverne con ogni mezzo l’umiliamento e la rimozione si rivelano l’arma più potente, l’asso nella manica dei “nemici degli animali”. Ma è solo al prezzo di una violenza auto-inflitta che un paragone del genere può essere formulato e accettato come valido: il gesto con il quale si decide di tranciarsi via di netto metà cervello, e uccidere una dimensione conoscitiva fondamentale come quella della sensibilità. Essa non basta, da sola, a renderci umani, e rimane tuttavia necessaria a distinguerci da stupidi automi: ma non svelate questo segreto a chi mangia agnelli giusto perché guida pur senza saper costruire macchine, o non esiterà a guardarvi come uno psicolabile.

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7 risposte a “Eppure nessuno crea pagine contro i diritti dei radiatori…

  1. ¡Brava, ma como sei brava!
    Ti abbraccio animalmente.

  2. Sospendendo per un attimo il giudizio etico e utilizzando solo quello tecnico, le battute antianimaliste non fanno mai ridere.

    • Ma poi son sempre le stesse. E se non ridi è perché “non c’hai il senso dell’umorismo”. Comunque in questo caso sono seri, e quell’argomento è proposto, in forma leggermente diversa, dallo stesso Savater. Che sembra veramente un frequentatore di quelle pagine, solo un po’ più vecchio e un po’ più colto. La tecnica, degna di uno schizofrenico, è questa:

      1) sarcasmo sfrenato sulla mollezza degli animalisti (io mi sono sempre più convinta nel tempo che si tratti di una forma di omofobia latente)
      2) ammissione della propria incapacità di usare violenza agli animali (Savater dice che non potrebbe mai lavorare in un mattatoio…insomma è un mollaccione pure lui)
      3) negazione di una qualsiasi contraddizione tra il primo e il secondo punto, e razionalizzazione della propria e altrui alienazione.

      Vedrai che questo schema si ripete sempre identico nella maggior parte degli omnivori.

  3. Non fa ridere perché non contiene verità.

    Non ci si costruisce l’automobile per mancanza di mezzi pratici (conoscenza, possibilità tecnica, tempo, denaro, etc.). Lo capisce anche un bambino.

    Non si uccide l’animale, nel senso del cartello, per l’intrinseca resistenza a farlo.

    Quindi, rifacendomi a Sdrammy, e al netto di valutazioni etiche, niente di peggio delle battute insincere.

    • Luca, hai parlato benissimo, ma l’operazione che fanno è proprio quella di tentare (convulsamente) di istituire un perfetto parallelismo tra l’abilità del costruttore d’auto e quella del macellaio. Il primo sa mettere mano ai motori e assemblare bulloni, in ciò sta il suo talento; il secondo pratica iugulazioni non lasciandosi prendere da quella “resistenza interiore”: negano una reale differenza tra questi due piani del discorso. Poiché hanno bisogno in tutti i modi di considerare l’animale un oggetto, lo paragonano a una qualsiasi altra merce e raggiungono la “coerenza” al prezzo dell’ottusità.

  4. Serena, la tua scrittura è nitida 🙂 . scrivi di iugulazioni e mi viene un flash, scatta il cortocircuito col racconto ‘Il Macellatore’ di Isaac B. Singer, stupenda descrizione dei tormenti del macellatore ebreo che arriva a odiare il suo lavoro, fino ad avere incubi grondanti di sangue. la risposta giusta ai macellai per procura – in differita – da Savater in giù.g

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