La cavia di Primo Levi

Primo Levi vent’anni dopo

(di Ernesto Ferrero)

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L’unica sera in cui mia moglie ed io riuscimmo ad averlo ospite a cena (non poteva e non voleva abbandonare l’estenuante presidio delle cure alle madre lungodegente) Primo Levi portò in dono a nostra figlia bambina una cavia di peluche. Lo disse lui, che era una cavia, perché non avrei saputo dare un nome esatto al tenero batuffolo bianco e marrone chiaro. Ci commosse (ma non sorprese) il fatto che fra tanti altri animali di peluche più ovvii lui fosse andato a scovare chissà dove proprio una cavia. Non era un’autorappresentazione simbolica. Primo non metteva mai avanti se stesso, in questo assai simile all’amico Italo Calvino, che preferiva le posizioni defilate, in secondo piano, e come il Barone rampante guardava il mondo dai rami di un albero. Certo, Primo era stato uno dei tanti animali da laboratorio su cui i nazisti (ma diciamo pure i tedeschi) avevano condotto i loro immondi esperimenti di distruzione della personalità, prima ancora che della corporalità. Lui non era stato né passivo né rassegnato. Il neo-laureato partito per Auschwitz aveva impegnato ogni energia intellettuale, tutta la sua cultura già solida e ramificata, nutrita di scienza e tecnica, ma soprattutto di Dante, tutta la sua capacità d’osservazione per imprimere nella mente ogni dettaglio significativo dell’atroce esperienza, e poi restituirlo a tempo debito. Con la sua cavia, Primo voleva alludere al destino di tanti esseri viventi straziati senza colpa. Voleva dire che anche gli animali, le cose, gli oggetti più umili sono, per chi abbia mente e cuore per guardarli, una fonte d’infinita meraviglia e delizia. Persino la spregevole tenia, povero essere cieco costretto ad inventarsi una laboriosa nicchia di sopravvivenza, è ammirevole per la creatività con cui interpreta il copione del dramma darwiniano. Questo concetto viene riaffermato con esplicita chiarezza in uno degli ultimi (bellissimi e inediti) racconti di Primo, lettere scientifiche in cui si spiegano in amabile chiave divulgativa i fenomeni della fisica quotidiana. Perché un uovo bollendo diventa sodo, invece di liquefarsi? Primo lo sapeva perché, come dicevano ammirati i suoi amici dei vent’anni, «sapeva tutto». Scrive: «…Finchè avrò vita, continuerò a meravigliarmi, non solo delle uova, ma anche delle mosche, delle moschee, dei poliedri, dei granelli di polvere e dei ciottoli dei torrenti… Non esiste oggetto che non desti meraviglia o curiosità, purchè sia esaminato con l’occhio a fuoco e con sufficiente ingrandimento». L’abitudine all’ingrandimento veniva a Primo dal microscopio che, bambino, era riuscito a strappare al padre, così come quell’altra abitudine, raccontare montando pezzi di lunghezza più o meno eguale, gli veniva dalla passione per il Meccano. Così come una quantità d’altri atteggiamenti conoscitivi gli sono venuti dal mestiere di chimico: l’abitudine a distinguere, classificare, combinare, sperimentare, e ricominciare daccapo, facendo tesoro delle sconfitte. È un’attività assai simile alla chimica anche la scrittura, ma quanto ce n’è voluto per capire che la sua professione, in cui era al solito bravissimo, non era una diminutio, un handicap lieve ma evidente, quanto piuttosto un accrescimento, un «più» di rigore metodologico e avventurosa ricerca. E quanto ce n’è voluto per scrollarsi di dosso l’altra etichetta riduttiva del testimone: come se testimoniare, anzi rappresentare e analizzare l’incredibile non richiedesse un massimo d’intelligenza e di capacità, un vertice assoluto di scrittura, la misura già classica (a ventisette anni!) di Marc’Aurelio e di Montaigne. Perché il ventennale della scomparsa di Primo Levi, o meglio, della sua crescente presenza nel mondo, della sua indispensabilità, abbia un senso vero, occorre tornare a leggerlo con la stessa attenzione curiosa ed empatica che era la sua. La distanza serve a capire meglio la grandezza dello scrittore, dai racconti troppo poco letti (e persino mal capiti, all’inizio) a Il sistema periodico, di cui Saul Bellow diceva che avrebbe voluto scriverlo lui; dalla Chiave a stella, provocatoria rivalutazione del lavoro manuale e del «pensare con le mani» nel pieno degli anni di piombo, alla riflessione fondativa dei Sommersi i salvati, ai pezzi estemporanei che scriveva per La Stampa, da cui si usciva rasserenati e incantati, proprio quando parlavano di argomenti apparentemente minori. Quante cose ha saputo essere l’uomo che per prudenza e modestia si dichiarava scrittore della domenica: memorialista, narratore, saggista, storico, poeta, scienziato, chimico, zoologo, linguista… Forse soprattutto l’antropologo (Claude Lévi-Strauss, ammirato, gli aveva dato il benvenuto nella corporazione) che ha elaborato la categoria della «zona grigia», vera «chiave a stella» con cui smontare e rimontare i meccanismi banalmente perversi dei comportamenti umani. Non era un neo-positivista, come qualcuno pensava, ma un esploratore che, come quel Kafka che tanto lo turbava, si è misurato tutta la vita con l’ombra e con il dubbio: è questo l’uomo? È il burocrate che pianifica lo sterminio come un qualsiasi problema industriale? È il prigioniero che collabora per un giorno di vita in più? Siamo noi, immersi ogni giorno nella «zona grigia» del compromesso? Tanto era il suo equilibrio, la sua altezza morale, la sua capacità di ricerca, che gli abbiamo firmato una delega in bianco e l’abbiamo lasciato solo. Finchè c’era lui a vegliare alle porte infere del Male, potevamo stare tranquilli. Lui ha indagato e alla fine ha pagato per tutti, anche per i sommersi che non sanno di esserlo. Siano rese grazie al deportato 174517 che riposa all’ombra amica di un acero nel cimitero ebraico di Torino: all’amico discreto e generoso che incarnava le migliori ragioni dell’umano e fu costretto a misurarsi con il massimo della disumanità; al Giusto tra i giusti che ci ha insegnato a ragionare e distinguere, a conoscere i segreti della bellezza della materia vivente, a fissare l’orrore senza disperare.

(La Stampa, 01/04/2007)

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