Ego in piazza (per gli animali)

apparso su Asinus Novus

gianobifronte

Credo che gli attivisti per la liberazione animale dovrebbero ammettere una volta per tutte la presenza di una forte componente di affermazione personale alla base di ciò che fanno nell’impegno di ogni giorno. Lungi dal costituire una nota di demerito o una vergogna, questo li renderebbe semplicemente umani e, se solo non cercassero di scrollarsi di dosso la propria stessa ombra in ogni momento, probabilmente anche maggiormente credibili.
Si scrive di antispecismo perché si crede di avere qualcosa di buono o utile da dire, ma con la speranza segreta di essere letti e apprezzati da quante più persone possibili; si sfila in corteo per gli animali, certo, ma con l’orgoglio traboccante di chi scaglia nel regno delle cose che esistono la propria partecipata visione del mondo; si dice di agire soltanto “per il bene della causa”, ma si è inevitabilmente mossi da idiosincrasie e tic personali, simpatie, antipatie, intromissioni soggettivistiche ed emozionali spesso tutt’altro che strategicamente efficaci: e non c’è nulla di sbagliato o anormale. Incanalare le innegabili spinte narcisistiche che sollecitano ciascuno di noi in qualcosa di originale e realmente proficuo potrebbe rivelarsi persino più saggio (oltre che onesto) che rimuoverle o camuffarle: poiché mi riconosco in quello che faccio, ci sono io in quello che faccio, avrò cura di scegliere ogni singola parola con cui mi rivolgo al mio interlocutore, rendere lo stile della mia scrittura accattivante e mai ripetitivo per non assuefare il lettore alle immagini cruente e quindi immunizzarlo all’altrui dolore, calcolare costi e benefici di una campagna di sensibilizzazione e non commettere errori grossolani nell’azione. Amore di sé non è sinonimo di opportunismo e spesso rappresenta un ottimo antidoto alla sciatteria.
Pare invece che negli ambienti dell’animalismo radicale sia tristemente diffuso l’annoso retaggio catechesimale secondo cui la prassi del singolo individuo, per ambire alla Palma d’Oro della pubblica approvazione, dovrebbe emanciparsi da ogni investimento egoico e spingersi sino all’assoluta gratuità del sacrificio. Questo, ovviamente, oltre che niente affatto desiderabile – l’autoflagellazione assicura un posto comodo in paradiso, forse, ma non garantisce che si produca qualcosa di veramente incisivo quaggiù – , è del tutto inverosimile, tanto da sfiorare il ridicolo. La stessa molla propulsiva che ha chiamato molti di noi al cambiamento è intrisa di elementi ultrapersonalistici: desideriamo che gli animali siano liberi per il bene loro…e per il nostro, che soffriamo nel vederli stare male. Desideriamo prendere sul serio il disagio che proviamo davanti alla violenza di cui è capace l’umano, e affrontarla a viso aperto, mettendo in discussione le nostre abitudini più consolidate.
La battaglia che si compie in nome di individui di altre specie non è dunque “soltanto per loro” perché “loro” ci circondano e attraversano e prendono parte a quello che siamo. Ciò non significa che l’amore per gli animali sia appannaggio dei soli animalisti e questa strampalata movimentazione riguardi unicamente loro: le pesantissime incongruenze collettive che regolano il nostro rapporto con gli animali, oltre che la prodigiosa opera di occultamento della loro morte e agonia, testimoniano di una lacerazione delle coscienze che sta a noi portare all’estremo, fino a renderla insostenibile. Se la macchina sociale è l’unico vero soggetto, di cui tutti, volente o nolente, rechiamo in noi le tracce, essa soffoca nel silenzio le sue lacrime di coccodrillo, che il lavoro degli attivisti dovrebbe finalmente far singhiozzare.
In effetti, come spesso accade, il tabù del coinvolgimento egoico mostra presto il suo volto ambivalente, producendo effetti caricaturali. Cacciato dalla porta con il brivido del timore religioso, rientra dalla finestra, tingendo di idiozia i modi degli apostoli, ora interamente dominati dai postumi dell’egoità rimossa. Le beghe tra antispecisti sono la triste parodia delle scaramucce di condominio, in cui ognuno sbraita e reclama per sé, marciando infine contro il proprio interesse, se può bastare a rendere la vita un po’ più difficile al vicino. Mentre, con suprema arroganza, si dichiarano promotori di un avanzamento morale dell’umanità, essi si dimostrano capaci, nei rapporti interpersonali, di bassezze e infantilismi che farebbero impallidire Cepparello da Prato. Si vedono militanti di lunga data ostacolare con ogni mezzo realtà più giovani, perché poco inclini ad accettare supinamente le tavole della legge, ovvero le soluzioni da quelli partorite nella propria (fallibile) esperienza decennale; attivisti altrimenti intelligenti e motivati diffamare interi comitati e redazioni per un mero regolamento di conti personale; stimabili teorici mascherare boccacce e motteggi dietro sofismi e citazioni erudite; possibili collaborazioni fruttuose e progetti saltare per vecchi rancori e inimicizie private. E gogne, gogne continue. Di queste realtà il movimento è pieno, o meglio questo è propriamente ciò che avvelena il movimento: un movimento in cui l’accusa più grave e infamante che può abbattersi sulla testa di un attivista (e intendo con attivista sia chi scende in strada sia chi studia o scrive e si sforza di elaborare nuovi discorsi/formule: come ripete sempre il mio amico Antonio, il pensiero È azione) è quella di usare gli animali per parlare di sé od esibire il proprio ego in piazza. Mentre gli ego clandestini nascosti negli scantinati si dibattono come forsennati e rischiano di far crollare le fondamenta della casa.
Lo stesso adagio, in realtà piuttosto sciocco, che riassume in sé gli intenti dell’Animal Liberation Front (“azioni non parole”) è diventato ormai un’arma di distruzione di massa che solleva l’animalista dai travagli della riflessione: l’operato degli attivisti non è mai suscettibile di essere sottoposto a critica perché comunque quelli “si sporcano le mani”, anche se, palesemente e nonostante le loro buone intenzioni, danneggiano l’antispecismo e la percezione che se ne può avere all’esterno. Ed ecco che si perde completamente di vista cosa qualcuno dice per fare processi sommari a chi lo dice e a come lo dice, specie se quel che ha da dire urta tanto (l’ego di) qualcun altro. Ma se le critiche sono puntuali possono condurre a iniziative migliori, e chi fa attivismo non dovrebbe innamorarsi narcisisticamente dei suoi prodotti, quanto essere disposto a rivederli, se perfettibili.
Le ombre si vendicano: a questo punto, meglio lasciarle respirare. Per un impegno gioioso e provocatorio, capace di reinventarsi ogni volta, e non farsi annientare da guerre fratricide: la sola cosa temibile che fino ad ora siamo riusciti a proporre…

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