Cummannari è megghiu ca futtiri?

Ognuno ha le sue piccole perversioni, e anch’io, naturalmente, ho la mie: leggo assiduamente blog di tauromachia, allevamento e caccia. I taurini sono colti, e per quanto mi riguarda decisamente più destabilizzanti; allevatori e cacciatori sembrano molto più prevedibili, tanto che diventano immediatamente noiosi. Sostengono di amare gli animali, ma li considerano macchine (i primi) o cose (i secondi), e io non ho mai nutrito alcun feticismo nei confronti della merce. Se muggisce, nitrisce e raglia – o crepa – , poi, ho proprio qualche difficoltà a considerarla merce. Gli articoli che si succedono sui loro siti si limitano a una ripetizione dei soliti motivi, e persino gli insulti che ci rivolgono (numerosi) hanno un costante tono caricaturale e allarmistico, così che per i vituperati animalisti – questi disgraziati – , alla fin fine, non si può che provare una blanda simpatia (ma suppongo l’effetto sia del tutto involontario). Li si capisce con una certa facilità, o almeno così mi pare. A loro volta figli di allevatori e cacciatori, ritengono che ciò che fanno sia buono e giusto, e non si pongono troppe domande. In fondo è così che è sempre andata. Già più difficile comprendere il godimento estetico che un aficionado può trarre dalla spettacolo del toro ucciso: ma è possibile. Ci sono fior fiori di scrittori pazzi per la lidia, e loro pagine sono obiettivamente belle. Forse ha ragione chi sostiene che non è una gran cosa, l’Einfühlung, visto che ti trascina, volente o nolente, nella testa di chiunque: non sempre l’esperienza è di tuo gradimento. Non puoi odiare chi caccia, ammazza e sperimenta, e qualcuno comincerà a pensare che in te ci sia qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va se ti senti infinitamente più vicino a un compagno che mangia carne piuttosto che a un vegano favorevole alla vivisezione di criminali? Forse dovrei cominciare a porre dei limiti… Anche se dei limiti fisiologici, a dire la verità, ce li ho già: non riesco a capire gli addestratori. Loro, gli animali, li conoscono. Sanno quanto soffrono in cattività. Si sente sempre più spesso di “incidenti del mestiere”, orche che trascinano al fondo della vasca i loro istruttori fino a farli affogare, tigri e leoni che sbranano o cercano di azzannare i loro domatori, e via di questo passo. A dar retta agli esperti, tutte queste disgrazie accadono perché chi lavora con animali da preda o da branco “non si è fermato prima”. Cosa vuol dire “non si è fermato prima”? Un addestratore si pone come capobranco: gli animali che si esibiscono per lui gli sono sottomessi. Può succedere, e di fatto succede, che alcuni individui, al raggiungimento di una certa età, rifiutino il suo ruolo, e cerchino di conquistare la supremazia. Si instaura allora una strana lotta per il potere di cui può non accorgersi, oppure, più probabilmente, che non vuole perdere. Subentra l’orgoglio, l’assurdo desiderio di sfidare la “belva” e averne ragione, piegare con la forza dei propri limitatissimi strumenti naturali l’incomparabile dirompenza fisica di quest’ultima. Una scarica di adrenalina che diventa come una droga, una sensazione di onnipotenza che non si riesce a raggiungere in nessun altro modo e che spiega, forse, il “coraggio” o l’incoscienza del matador Padilla: la scena indimenticabile del corno dell’animale che penetra nella calotta oculare e gli strappa di netto metà faccia, a cui assistono, da casa, moglie e figli, non è stata sufficiente a farlo desistere dal toreare. Qui si infrangono i margini della mia capacità di immedesimazione. E lo dico prima di ridere, piangere o indignarmi: mi è proprio impossibile capire. Coinvolgere un essere in carne ed ossa di un’altra specie, che non può domandarsi e comprenderne le ragioni, nelle proprie piccole o grandi brame di potere, mi sembra autentica follia. Ricavarne una qualche forma di affermazione personale. Cummannari è megghiu ca futtiri, si dice in Sicilia: comandare è meglio di fottere. In effetti, il senso di quel proverbio mi è sempre sfuggito.

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