La guerra alla pietà

Pietà, compassione, empatia : sono termini così abusati, specialmente in ambiente animalista, che al solo sentirli nominare provo ormai un crescente senso di irritazione, che lascia spazio, appena svanito, a una strana tristezza. Non esiterei a definirla malinconia. Perché si prova malinconia? Se i dizionari hanno ancora una funzione, è un abbattimento flebile ma costante dell’umore che invade l’animo in conseguenza a un lutto, un lutto che però non ha un oggetto ben identificato e perciò non è suscettibile di venire guarito. Cosa ho perso? Cosa si è perso?
È una virtù, l’empatia, perché ci mette immediatamente in comunicazione con gli altri, umani e non umani, senza fare appello a principi che possiamo sottoporre a verifica certa: è una conoscenza senza teoria, senza astrazione, senza metodo, così elementare, dicono, che ce l’hanno anche le bestie. Eppure io non ne vedo traccia. A furia di parlarne, l’hanno fatta fuori. L’hanno estenuata, bestemmiata – nominata invano – e infine soppressa, ridotta a puro segno senza significato: uno spettro che si invoca senza timore né tremore, e che non accalappia più nemmeno i bambini.

Dovrebbe essere in corso una «guerra sulla pietà», secondo Derrida. Da almeno due secoli, dovrebbe essere in corso una guerra «la cui ineguaglianza potrebbe un giorno capovolgersi, tra coloro che non solo violano la vita animale, ma perfino il sentimento della compassione da una parte e quelli che si affidano alla testimonianza irrecusabile di questa pietà dall’altra». La valanga di meccanismi sottesi a bandire quest’inedita empatia verso l’animale che soffre dal campo politico e promuoverne con ogni mezzo l’umiliamento e la degradazione sarebbe l’arma più potente, dunque, l’asso nella manica dei nemici degli animali, la loro insegna e il loro grido di battaglia. Si presume, si presume e si impone che la compassione vada sezionata e distribuita, si edifica un’economia della compassione il cui modello pare interamente ricalcato sul gioco in scatola del Monopoli: emozioni e sentimenti in luogo delle case, con tanto di trattative, scambi e ipoteche. Non c’è spazio per gli animali. Non ci stanno. Se li ami troppo, non c’è più posto per gli esseri umani.

Questa è ovviamente la più grande cazzata. Si parla di pietà, non di giuggiole o di patate arrosto. Non ha senso blaterare di porzioni, e non ha senso nemmeno tirare in ballo il calcolo utilitaristico («una conoscenza senza teoria, senza astrazione, senza metodo, così elementare, dicono, che ce l’hanno anche le bestie»), che sopraggiunge se mai solo in un secondo momento, a giustificare la violenza su individui non umani e a patologizzare la compassione verso gli stessi: patologizzazione che può anche prendere la forma di una ridicolizzazione, il risultato è il medesimo. Interdizione e silenzio, oblio e disconoscimento. Ma ognuno sa, lo ammetta oppure no, questa storiella dei buoni sentimenti che dovrebbero arrestarsi al confine di specie altro non è che un inganno e un’impostura; ognuno potrebbe, se lo volesse, disinnescare questa gigantesca macchina da guerra che è stata messa in piedi contro gli animali e che si riversa, da ultimo, contro gli stessi umani che dovrebbe proteggere. L’empatia, offesa e vilipesa, si vendica. Come facoltà viva e pulsante ridotta ad affare di ragioneria, atrofizza e deperisce, per tutti. Ognuno potrebbe, si diceva, disinnescare questa gigantesca macchina da guerra, e forse qualcuno dovrebbe: gli animalisti, suppongo, almeno seguendo Derrida. Ignari di ciò, essi lavorano nel frattempo ad un’altra macchina – del tutto simile a quella nella sua opposizione complementare – che agisce però non più all’esterno, ma all’interno del confine di specie e, in un movimento speculare, esclude certi umani – talvolta tutti – dall’orbita dell’umana pietà. Di nuovo il Monopoli, di nuovo la logica delle case: criminali e maltrattatori di animali, evidentemente, non sono degni di giocare. «L’empatia deve essere riservata ad esseri innocenti», così stabilisce, addomesticandola, il guru, e gli amici degli animali stanno lì ad acclamare. Seppelliscono, coi loro applausi scroscianti, proprio ciò di cui dovevano testimoniare. Mentre si riempiono la bocca di paroloni come pietà, compassione, empatia, accade così che ne celebrino il funerale. Spiegata la malinconia, rimane la desolazione. Da guerra sulla pietà, a guerra alla pietà : diversi schieramenti, un unico bersaglio. Perderemo tutti.

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2 risposte a “La guerra alla pietà

  1. sono d’accordo.mi pare che sull’equivoco “gli animali -non umani- non hanno voce” si salti a piè pari le credenziali degli umani traduttori. Ancora persi a dibattersi tra ego non sanno rendersi invisibili a favore d’altre sapienze,altri cuori. Intanto gli animali -non umani- pazientemente continuano ad essere segno, sostanza.

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