A proposito di buonismi, cattivismi, e presunti pietismi cattolici…

LINCIAGGI FELICI

(di Antonio Volpe)

“Avvicinarsi al mostro, e chiedergli se ha bisogno d’aiuto”


A premessa della presentazione di questo caso, che andando a sommarsi a tanti altri casi simili – piccoli o grandi che siano, altrettanto inquietanti – comincia a fare paradigma e struttura, vorrei osservare che le discussioni sulla giustizia nel mondo animalista stanno, in generale, diventando sempre più difficili anche a causa di quel non argomento che ha però la stessa natura ed efficacia di un anatema e di una scomunica che è l’accusa, buona per ogni occasione e per ogni interlocutore, di buonismo. Similmente a quella, parallela e facilmente abbinabile, di politicamente corretto, l’accusa di buonismo si basa su un termine che non si sa più che significhi e che concetti veicoli: non è, come detto sopra, un argomento, e non è più – se mai lo è stato – un concetto o un insieme di concetti. Diventato puro segno senza significato, esso assume lo stesso ruolo di un oggetto sempre a portata di mano utilizzabile come arma impropria. A conti fatti, esso quindi un significato lo veicola, seppur non come segno linguistico, ma come oggetto che produce effetti: la violenza linciatoria da scatenare in assenza di argomenti per far precipitare il dialogo in rissa o, peggio, in picchiaggio. Un po’ come il classico posacenere o la bottiglia che si spaccano in testa all’interlocutore di una discussione che non si riesce più a reggere, ma in un mondo talmente designificato che non sa più che cosa siano un posacenere o una bottiglia e quale sarebbe il loro uso proprio.

Premesso questo, il caso che presentiamo, è – guarda caso, non a caso – un caso di linciaggio. Un caso peggiore degli altri e, in qualche modo, di un linciaggio duplice: duplicato all’infinito, in realtà.

Qualche giorno fa, su Facebook, è cominciato a girare il post di un utente italiano che condivideva un’immagine e un commento di un utente – almeno a suo dire – brasiliano.

L’immagine era quella di un uomo, fotografato da lontano, sdraiato in una pozza di sangue. Il commento, nella traduzione dell’utente italiano, suonava più o meno: “Questo è quello che facciamo nel nostro paese a chi fa del male agli animali. Quest’uomo aveva ucciso a bastonate una cagnetta dopo averla stuprata: è stato linciato e ucciso a coltellate”. (Perdonateci l’impossibilità di una precisione millimetrica, ma nessuno dei documenti di quella vicenda pare essersi salvato). L’utente italiano chiosava che sebbene non fosse d’accordo con quei metodi, non si dispiaceva per la fine dell’assassino. Il suo post era già stato condiviso diverse volte. Come nei casi di morti “accidentali” di cacciatori, in genere colpiti da “fuoco amico”, i commenti di felicitazione si sprecavano. Qualcuno ai soliti “bastardo, te lo sei meritato” e varianti sul tema, aggiungeva che fosse “un doppio bene che un mostro simile” fosse stato “tolto di mezzo, perché uno così quello che fa agli animali lo fa anche ai bambini”. Notando solo di passaggio la scarsa conoscenza della sessualità umana degli “animalisti” coinvolti nella vicenda, constatiamo che questa ha avuto vita piuttosto breve, benché significativa, probabilmente a causa di segnalazioni allo staff dello stesso social network. L’intenzione di segnalare il caso alla polizia postale, avanzata da qualcuno, come apologia di reato e possibile istigazione a delinquere, sarebbe quindi sfumata, per la cancellazione, da parte di Facebook, delle prove, e, de facto, del reato stesso. Il post è scomparso da tutte le bacheche, e l’utente italiano si è lamentato, da un altro profilo in suo “possesso”, della chiusura del suo primo account. Lo ha fatto con veemenza, ringraziando sarcasticamente “i benpensanti del cazzo” che gli hanno fatto “bloccare l’account XXX per aver fatto girare la foto del bastardo che aveva stuprato e ucciso una cagnetta e poi è stato linciato”, minacciandoli di far bloccare uno a uno i loro account segnalando le foto di cani martoriati che avrebbero pubblicato.

Prima di allegare qui un commento che mi è capitato di scrivere sotto ad uno dei post che condivideva quello originario, vorrei fare notare almeno un paio di cose, piuttosto gravi – tanto per usare un eufemismo.

La prima è l’escalation di violenza nel mondo animalista che il passaggio dal festeggiare la morte “accidentale” – è la seconda volta che lo metto fra virgolette, e il motivo è semplicemente che scatenare una guerriglia, benché totalmente asimmetrica e contro creature inermi, implica qualcosa di più che il rischio di “incidenti” – di cacciatori, al celebrare e indicare come esemplare l’esecuzione sommaria di un singolo colpevole di violenza, ancorché certamente efferata, implica. Un’escalation fragorosa, perché se anche nel caso dei cacciatori c’è poco da festeggiare – come si suol dire, due torti non fanno una ragione –, si tratta comunque di morti causate dagli stessi che esercitano una violenza, nell’esercizio di tale violenza. Non che la morte, di nuovo, sia una conseguenza augurabile, o, peggio, una giusta punizione – comminata poi da che tribunale? dal Fato, dalla Natura? Ma, appunto, lì non c’è una mano esterna che punisce, tanto più a mente fredda: si tratta degli incidenti fisiologici del mettere in atto la violenza con mezzi – le armi – fatti apposta per uccidere. Nel caso in questione invece c’è un colpevole di violenza su cui un altro esistente (anzi un gruppo) si prende il diritto della vendetta in nome di un terzo esistente colpito dalla violenza del primo. Quindi né autodifesa, né, in alcun modo, giustizia. Ma l’arroganza di una punizione senza processo sommata all’arroganza di agire la violenza in nome di chi la violenza l’ha – già – subita. Di nuovo, due torti non fanno una ragione. Anzi, tre, dato che al linciaggio mortale con pretesa di giustizia si somma poi il linciaggio mediatico, simbolico e morale, della seconda vittima. A cui è sottratto perfino il diritto di una difesa postuma, sia circa l’effettività della violenza – e se non fosse stato lui? A nessuno è venuto il dubbio, pare, ripetendo la sicumera dei giustizieri – sia circa i motivi che possono aver spinto ad essa. Motivi che non la toglierebbero di certo, la violenza, ma la renderebbe forse comprensibile e quindi, detto in generale, forse disinnescabile. Nel caso particolare, non sanabile, almeno in parte? Dato che togliere la vita di un assassino non la restituisce alla sua vittima, come non pensare almeno a una conversione – non mi imbarazza affatto usare questa parola – che possa rendere un assassino un difensore della vita? La violenza dell’assassinio non certo viene tolta, né la vita assassinata restituita. Ma il senso di colpa controrimosso, o generato, creando così le condizioni per una dedizione alla presa in cura della vita, che può diventare un compito, proprio in nome di quella vita tolta. Ma se all’assassino viene tolta, a sua volta, la vita, non c’è nessuna possibilità di conversione, di senso di colpa, di presa in cura come compito. C’è solo una seconda esistenza cancellata, e un corpo morto.

La seconda cosa che vorrei far notare, almeno di passaggio, è la duplicazione infinita del linciaggio, ripetuto simbolicamente per via mediatica. Questa infinita duplicazione, più che monito e minaccia a potenziali attori di violenza, è una lezione che si dà ai propri simili – umani animalisti – su come considerare la violenza e soprattutto il chi l’ha agita: non uomo, nemmeno animale, ma pura feccia, escremento e insieme mostro, quindi pervertimento sia dell’uomo che dell’animale. Benché chi condivida la prospettiva del linciaggio tenda a considerare l’Umanità intera una corruzione della Natura – che non si capisce mai che sarebbe – , allo stesso tempo non manca mai di stigmatizzare in modo irreversibile chi agisce violenza come un mostro fra gli umani. Una contraddizione che permette però, nella confusione dei discorsi, di raddoppiare la stigmatizzazione: un mostro umano è IL mostro fra i mostri. Inutile far notare che se qui si trattasse di mostri, essi non avrebbero nessuna colpa, dato che seguirebbero la loro Natura mostruosa: in un secondo raddoppiamento, la mostruosità coincide con la colpa stessa. Escremento supremo fra escrementi, portatore di una colpa moltiplicata per se stessa, il mostro umano merita solo di essere spazzato via con un’operazione igienica.

Esemplare la prospettiva di un utente che proponeva, in uno dei vari thread di “sterminare tutti gli umani, eccetto quelli che amano gli animali”. Per i mostri non mostruosi una piccola possibilità si lascia. Un po’ comodo, per dei misantropi. Un po’ “razzista”. Un po’ totalitari.
Infine, la notazione quasi ovvia del fatto che tutti questi fenomeni si dànno in una totale inconsapevolezza e, ancor più, nel più totale deserto di riflessione e tematizzazione. A dominare è l’automatismo della reazione. Non che avere giustizieri consapevoli e consapevolmente risoluti al linciaggio sarebbe meglio, ci mancherebbe. È solo una constatazione.

Qui di seguito la risposta, un po’ riveduta, che ho dato a un utente che condannava “la violenza a mente fredda”:

Qui il problema non è arrabbiarsi o meno davanti ad atti di singoli, ma essere in grado o meno di leggere le logiche speciste, che non implicano semplice discriminazione morale dei non umani, ma che sono piuttosto un insieme di dispositivi dell’assegnazione di valore ai viventi, umani e non umani che siano. Si parla non a caso di “macchina antropologica”, come quell’insieme di meccanismi di assimilazione e distinzione, incorporazione ed espulsione dei viventi dall’aureo alveo degli “umani”. Ora, ciò che deve essere chiaro di questi processi è che essi non investono solo le “altre specie”, ma tutte quante, cioè quella umana compresa. La macchina antropologica decide del valore dei viventi in generale, e insieme del loro essere “degni” o meno di vivere – o di morire, in un mondo in cui anche la morte è sottratta alla decisione dei singoli: la negazione del testamento biologico è simmetrico e speculare alla pratica vivisettiva. Quindi, ad essere catturati nella decisione di valore, oscillando fra umanità e non umanità, in-umanità, dis-umanità, non sono solo gli “animali”, ma pure tutti quei “non abbastanza umani” che ci si può permettere di emarginare, colpire con la forza della legge o della violenza, recludere, coartare, deportare, uccidere. Ovvero stranieri, migranti, nomadi, negri, ebrei, armeni, malati di mente, tossici, piccoli delinquenti, e così via, e, ovviamente, “pervertiti” e maltrattatori di animali. Chi partecipa dei meccanismi di assegnazione di valore agli umani, legittimandone l’espulsione verso l’inumano, il disumano, il mostro e l’anormale, partecipa della stessa “macchina” che decide del valore degli animali non umani. Chi discrimina, emargina, uccide umani, o legittima tali comportamenti, partecipa allo stesso dispositivo che isola, reclude, sfrutta e uccide animali – che siano quelli protetti come “animali da compagnia” (un’estensione antropocentrica dell’uomo) o quelli da massacrare nei macelli e nei laboratori. Quindi chi crede di “fare giustizia” e “vendicare” animali spargendo sangue umano, in realtà sta preparando, di nuovo, lo spargimento del loro sangue, la loro cattura, la loro prigionia, la loro tortura, la loro uccisione. Non è un caso che l’antispecismo si batta contro ogni forma di discriminazione, oppressione e violenza: non è questione di dirsi: siamo buoni con tutti gli animali, persino i cani che, maltrattati o meno, mordono e a volte uccidono, perché non esserlo anche con gli umani, magari anche con gli assassini? Abbiamo fatto 30, perché non far 31? Non è questo! È che se vanno messi in arresto i meccanismi che decidono cosa sia umano e quindi degno di vivere, non si possono decostruire solo i discorsi che fanno degli animali dei mostri o dei viventi di serie B. Non si può denunciare solo la violenza sui non umani. È la violenza simbolica e materiale contro tutti gli esistenti, quella contro cui ci si deve battere. Così come vanno vigilati e smontati i discorsi che fanno degli assassini non umani dei mostri, negando i processi che li hanno portati alla violenza – cioè esattamente un inanellamento di catene di violenza che li ha agganciati e incatenati, negando altre possibilità di esistenza – così va fatto con gli umani, smettendola di negare la violenza che li precede e li decide. Questo, signore e signori, non è affatto buonismo: al limite può essere pietà, che non si capisce per quale motivo sarebbe “meritata” – la pietà manco si “merita” – da cani mordaci che uccidono umani – spesso bambini – e non da umani. Ma è sicuramente – al contrario del “cattivismo” tanto di moda, effetto di un benpensare infinitamente più politicamente corretto di ogni impegno a comprendere la multicausalità dei fenomeni e la complessità dei loro contesti, nonché, lo dico francamente, di ogni pietà per il carnefice – questo, dicevo, è sicuramente realismo.

E cosa c’è di più scorretto, in questa società specista, discriminatoria, oppressiva, qualunquista e xenofoba in senso allargato – cioè che teme, isola e lincia qualunque estraneo alla sua artificiale normalità – di impegnarsi nel capire? E, addirittura! Eresia! Di compatire l’assassino? E di più corretto e buonista dell’urlare alla gogna e alla forca per farsi passare da buoni e paladini dei più deboli, indossando la divisa dell’ordine che si indigna un tanto ‘ar chilo, condanna, lincia, e se ne frega – in perfetto stile fascista – della violenza strutturale e quotidiana che investe tutti, proprio a cominciare da chi si “impegna” alla ricerca di capri espiatori da sacrificare per perpetuarla?

Io, sinceramente, preferisco l’eresia.

Annunci

11 risposte a “A proposito di buonismi, cattivismi, e presunti pietismi cattolici…

  1. La società ha sempre sentito il bisogno di additare mostri, per non riconoscere i propri.
    Che dire? D’accordo con te su tutto.
    Mi è piaciuta particolarmente la parte in cui parli della conversione dell’assassino (nemmeno a me imbarazza usare questo termine perché qui è inteso in un’accezione laica), mi ricorda molto le tematiche espresse da Tolstoj in Resurrezione, ma anche da Dostoevskij in Delitto e Castigo (pure se in loro ovviamente erano intese in senso più propriamente cristiano). Se chi ha commesso una colpa viene ucciso non avrà più la possibilità di redimersi e, eventualmente, di compiere del bene. Una doppia vita andrebbe perduta dunque, quella della vittima e quella dell’assassino, ché è vita anch’essa.
    Per questo mi sono sempre opposta alla pena di morte.
    Sono temi importanti. Non credo nella giustizia vendicativa e riparatrice dei torti. Credo nella possibilità di ognuno di redimersi e poter in qualche modo riparare non al male commesso in precedenza, ma alla propria vita, dandole un senso migliore risolvendosi ad aiutare il prossimo. E credimi, non c’è nessuno di più autenticamente predisposto al bene di una persona pentita del male commesso in passato. E parlo di un pentimento esistenziale, non religioso ovviamente.
    Il buonismo io l’ho sempre inteso come comportamento volto a far del bene, ma in maniera ipocrita, non sentita, solo per convenienza o perbenismo. La cosa che più mi infastidisce è che però nessuno può conoscere le intenzioni o la sincerità di un atto. Voglio dire, si fa presto a dire “sei buonista”; a me l’hanno detto perché facevo l’elemosina ad un povero. Io rivendico invece il mio diritto ad essere buona, ossia di fare del bene quando mi è possibile, negando l’accusa di buonismo.
    Mi pare un termine inventato da chi davvero ha il cuore duro e non è capace di provare empatia e di credere che possano esistere persone davvero portate a far del bene in maniera disinteressata.
    Del resto a noi animalisti ci accusano spesso di esser tali, ma solo perché incapaci di comprendere l’autentico slancio di rispetto e difesa della vita animale che ci muove.

    Idem vengo accusata di buonismo quando mi rifiuto di comprare prodotti di multinazionali che so essere realmente implicati nello sfruttamento dei minori, degli operai, delle donne, o quando mi ergo in difesa dei diritti degli omosessuali. Ma il mio non è buonismo, io credo davvero in quello che faccio, io davvero soffro al pensiero dei bambini che lavorano e vorrei che non ci fossero più discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
    Insomma, il termine buonismo, ormai diventato uno spauracchio da agitare per offendere l’interlocutore quando non si sa più come replicare, a me pare l’arma – come giustamente rilevi tu – rivolta contro quelli che davvero si impegnano per qualcosa da quelli che non sono capaci di interessarsi a qualcun altro che non sia il loro piccolo ego. Da rimandare al mittente, corretta con “bontà” (etica, sentimento morale, rispetto della vita dell’altro, chiamala come vuoi).

    • Ciao Rita 🙂

      Il pezzo non è mio, ma di Anton, ai tempi in cui ancora scriveva cose a me comprensibili. Ora dei suoi articoli capisco a malapena la metà – lo odio e lo invidio per questo, ma insieme lo ringrazio perché mi spinge a fare di più. La vicenda del brasiliano linciato risale a quest’inverno, e capitò proprio negli stessi giorni di un’altra storia per certi versi “analoga”, quella del circense ucraino (o almeno mi pare di ricordare fosse ucraino, sicuramente dell’est) che, ubriaco, infilò per scommessa una mano nella gabbia della tigre, che gliela tranciò di netto con un morso. Il fratello, che lavorava con lui nelle sue esibizioni, si suicidò. I soliti imbecilli (mica solo vegani e animalisti…), su “Anche io aspetto questo giorno!” si produssero in un coro di risolini entusiasti e felicitazioni, e io feci notare che per reagire così davanti ad un morto e ad un invalido dovevano avere un lotto di merda al posto del cervello. Ricoperta di insulti, ovviamente. Buonista, cattolica! Che poi, curiosamente, sono gli stessi identici commenti che ho ricevuto quando ho osato toccare Yourofsky. Altrettanto curiosamente, sono le stesse identiche banalità che mi ripetono, con intenti opposti e complementari, onnivori in malafede e compagni specisti: buonista, cattolica! E mica solo quelli. Tanto che ormai credo vadano interpretati come complimenti. Si preocuppasero almeno di definire in cosa consisterebbe il mio cripto-cattolicesimo…se no quest’accusa ha appunto il sapore di un trucchetto da quattro soldi per squalificare l’interlocutore e sottrarsi ad un confronto serio e argomentato. Faccio notare, en passant, che la storia del cattolicesimo non brilla propriamente per umanitarismo e pietà, configurandosi cristianesimo e cattolicesimo, nei fatti, come alcuni fra i soggetti collettivi più violenti e sanguinari che l’umanità abbia mai conosciuto. “Non sono venuto a portare pace, ma una spada” (MT 10, 34). Davvero non se ne può più di questo cinismo à la page, riguardi animalisti, antianimalisti o chicchessia.

      • Ah, già, avevi pure messo il link al pezzo originario di Anton 😉 Non ci ho cliccato sopra ed ho creduto che da un suo pezzo tu avessi scritto poi un tuo ulteriore post sull’argomento 🙂
        Comunque poco male, quel che conta è il contenuto del bel pezzo.
        In effetti cristianesimo e cattolicesimo (basti leggere il Vecchio Testamento, ma anche alcuni passaggi del Nuovo sono pieni di violenza, vendette, ire, castighi, orrori sanguinari. Che poi il messaggio di Cristo sia stato salvaguardato e populisticamente diffuso nei suoi aspetti più altruisti (questa la vera rivoluzione) è un altro conto.
        Purtroppo accade il solito vecchio giochetto dell’umanità divisa in due: buoni e cattivi, per cui i cattivi devono essere puniti ed eliminati. Una visione per l’appunto veterotestamentaria.
        Che poi magari quelli che esultano per un domatore morto, sono gli stessi che fino a qualche mese prima andavano al circo. I propri mostri non si guardano mai però, sempre quelli degli altri.
        Sia chiaro, pure a me di fronte alla notizia di un torero infilzato viene istintivamente da dire “ben gli sta” perché comunque è uno che sta esercitando violenza su un altro essere e se l’altro essere riesce a difendersi e ad avere la meglio non la vedo come una disgrazia, ma come l’esito probabile di una certa azione. Insomma, se giro con un’arma, prima o poi quell’arma sparerà (dicono i “giallisti”) e non è detto che non possa ritorcersi contro di me, quindi, in un certo senso, ben mi sta. Ma è cosa diversa dall’augurare la morte o dall’esultare per la morte. Allo stesso modo il domatore cui viene tranciata via una mano, non è vittima di una disgrazia, ma di un qualcosa che è lecito aspettarsi, nel momento in cui si sta seviziando un grosso felino. Come si dice… non stuzzicare il can che dorme, se lo stuzzico poi non vale che mi lamenti o che mi senta vittima innocente di una disgrazia. Insomma, istintivamente mi viene da dispiacermi di più per una morte bianca che non per la morte di un cacciatore, ma non, SIA CHIARO, perché attribuisco un diverso valore alle due vite, ma solo perché la morte del secondo rientra in una probabilità che è lecito aspettarsi, quindi mi colpisce meno.
        Un po’ come quelli che perdono la vita scalando vette altissime e pericolosissime in cui la consapevolezza del rischio è più che mai evidente. Oh, dico io, ma chi te l’ha fatto fare? Ovviamente quella vita persa ha valore, ma se il legittimo proprietario ha ritenuto che valesse la pena metterla in pericolo, beh, evidentemente era egli stesso a non dargli il valore che meritava.
        Una morte è sempre una vita persa, una vita che avrebbe anche potuto prendere una strada diversa. Ma non per tutti la vita ha un valore, come vediamo.
        Ovvio che però non ha senso lottare per la fine dello sfruttamento degli animali se non si riesce a capire il valore della vita di tutti, persino dei cosiddetti “mostri” o “aguzzini”.

  2. Gioisco anch’io quando i cacciatori si sparano a vicenda o quando un circense o un torero subiscono la ribellione dell’animale oppresso.
    Non vedo perché dovrei dispiacermi o non provare almeno un po’ di piacere per la morte accidentale dell’oppressore, o avvenuta “per zampa” dell’animale, cosa ben diversa dall’esecuzione sommaria da parte di un essere umano. Se Marchionne fa un incidente stradale sono ben contento, come mi rallegro se l’aggressore che sta per accoltellarmi viene colpito da un fulmine.

    • Claudio, in questo caso la fotografia era raccapricciante, e nel caso del circense pure, c’erano delle immagini terribili, davanti a cui qualunque essere umano mentalmente sano sarebbe rabbrividito. Saresti rabbrividito anche tu, ne sono sicura, se non altro perché hai un senso estetico molto sviluppato. Poi forse non sono normale io: mi commuovo davanti alla ribellione di uno schiavo ma non provo piacere se un umano viene ferito/ucciso.

      • Sì, per questo ci tengo sempre che si faccia distinzione tra sostegno a pena di morte/esecuzioni sommarie/vendetta sanguinosa e innocui auguri di mali o di morti accidentali e relativa gioia.
        In quei casi ad esempio l’idea del brasiliano linciato mi ripugna, mentre la tigre che morde l’aguzzino coglione già mi appare una cosa ben diversa.
        Le foto mi avrebbero disturbato perché sono molto schizzinoso. E sul mio senso estetico c’hai preso (che cara).
        Diciamo che posso non provare piacere per la morte o il ferimento di un essere umano, ma nemmeno dispiacere. Quando Pacciani è morto in circostanze misteriose non mi sono sentito molto affranto.

      • P.S. A tal proposito, nota di colore: gli irresistibili insulti sessisti e specisti di Pietro Pacciani alla moglie in quel capolavoro di grottesco perfetto che è stato il processo al Mostro di Firenze http://www.youtube.com/watch?v=RzpSWJAKTvI

      • Oddio. E non so se lo dico per il Mostro di Firenze o per Lucarelli.

  3. sono sempre più convinto che facebook non fa altro che rimbecillire la gente. Questi messaggi sono contagiosi, perchè vengono generati in massa e in quantità tale che influenzano facilmente le opinioni delle altre persone: «beh, se tutte queste persone la pensano così, allora è sicuramente giusto così!». E così la massa di stupidità cresce sempre più e diventa sempre più contagiosa. Almeno sui classici forum ci sono moderatori (che si suppone debbano moderare), su facebook invece qualsiasi idiota può esprimersi in piena imbecillità almeno finchè non viene segnalato da qualcuno (e immagino comunque che passi sempre qualche giorno).

    > Ora dei suoi articoli capisco a malapena la metà

    ah, meno male, io quando ho letto qualcosa di suo pensavo di essermi totalmente rimbecillito! (metà già lo sono)

    • Ma infatti a volte ho la tentazione di cancellarmi, in modo che tanta idiozia non possa più raggiungermi/contagiarmi. Ma sarebbe giusto? Poi non potrei più rendermi conto della quantità di stupidità che dilaga in rete, e che effettivamente esiste.

      Anton(io) è mostruoso, io riesco a digerirlo solo poco alla volta. Ma val la pena.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...