Noi, mucche impazzite

L’allargarsi del deserto lo vedi anche da questo: in tanto vociferare, parlare tecnico, parlare d’euro, e perfino ridere, di mucche pazze – patologia di spavento – una parola di compassione per tali sventurati animali in sofferenza e martirio fin dalla pancia ruminante da cui sono tratti, non riesci a percepirla. L’allucinazione collettiva viene diretta e centrata sul «calo di vendite» del prodotto, sui «consumi alternativi». La pietà residua è riservata all’ebete – speranza del futuro – che mastica hamburger con la nuca esposta al martello del rock.

L’antropolatria resta il culto dominante e l’antropocentrismo la mappa fondamentale di un mondo di materia sensibile che ci subisce piangendo segretamente. Dappertutto, poi, il soggetto di tanta teorica venerazione è trattato dai suoi simili con documentato, incomparabile e ininterrotto sadismo.

Pensiamoci un momento. Una società che, tra mutazioni storiche incessanti, addirittura frenetiche, non arriva a concepire per sé un tipo di alimentazione a base non carnea, un’economia agricola senza l’allevamento in vista del mattatoio, un’edilizia urbana che non comprenda luoghi dove si abbattono incessantemente animali, un’industria che non trasformi distese di cadaveri in montagne di squisitezze, si può ritenerla creativa, capace di vera immaginazione? Si direbbe obbedire alla cieca a un encefalo che, nei più, si è evoluto senza ravvivarsi, che cambia le cose (in buona parte distruggendole) senza variare nei comportamenti essenziali.

Perché mai la dieta strettamente vegetariana, invenzione di gran lunga più gustosa della mina anti-uomo e dell’ingozzamento delle oche da foie gras, non è adottata che da una insignificante minoranza nel mondo civilizzato? Perché mai in duecento anni di rivoluzioni del costume, di modificazioni della psiche umana, di legislazioni per rinnovare e correggere, siamo riusciti soltanto a migliorare l’igiene del mattatoio e rendere più spediti i sistemi non rituali di uccisione?

E come si può calcolare un benessere sociale in base all’aumento dei consumi di carne? L’invenzione tecnica che fornisce la statistica sarà stupefacente, ma concludere da lì che il benessere sociale aumenta o cala in base al consumo individuale di carni rivela testa letargica, una mummia sifilitica di epoca tolemaica al lavoro con lo strumento elettronico.

Che sia l’umanità tutta quanta la grande, vera, terrificante mucca impazzita? L’umanità coi suoi treni di muggiti, coi suoi luoghi comuni linguistici e mentali di antracite preistorica che regolano, controllano, dirigono, artigliano e impiovrano tutto?

Conosco un poco, ci ho passato sopra una buona parte della vita, le tre grandi religioni della Trascendenza, sempre domandandomi: come mai questo? In migliaia d’anni di esistenza, di creazione, di errori, di guida imperiosa e violenta delle volontà umane, di accompagnamento delle nostre solitudini, questi venerabili sistemi mentali, queste intricate teologie, tante volte sconfitte, tante risorte, mai che abbiano elaborato un progetto per sciogliere il nodo e liberare (per quanto sia possibile e compatibile con la fame) l’umanità che vive e muore all’interno della loro meridiana dalla maledizione del nutrimento carneo?

Tolta la breve parentesi francescana e qualche punta di ascetismo che non fa scuola, segnale verde sempre, per il macello…

Ma come possono cosi tranquillamente convivere, senza il minimo dubbio, la chiesa, la sinagoga, la moschea, case di preghiera, coi treni della disperazione animale, con gli stabulari sperimentali, coi depositi di carni sacrificate appese, grandi due o tre volte la cattedrale di Chartres, su cui proiettano la loro ombra?

Allora, quali preghiere? Che nel piatto non venga mai a mancare la fettina ai ferri? Che l’apparato statale sia efficiente in fatto di allevamenti e di importazioni? Che la Medicina in trono ripeta come una segreteria telefonica le parole che tutti vogliono bere: il male è circoscritto alle bestie, non si trasmette all’uomo, creatura celeste, dormite tranquilli, comprate…?

La vita è una. La trasmissibilità non meccanica, non materiale, di tutto a tutto, è iscritta nella natura.

Lady Macbeth passa le sue ore a lavarsi e a rilavarsi le mani, a profumarsele, ma la macchia di sangue non riuscirà mai a farla sparire.

L’Europa unita mi piace poco – oh talmente poco! La sua colla extrastrong è un’economia mortifera, asfissiante, autenticamente demenziale, che uccide l’anima, le idee, lo spirito, che ci alleva tutti come bovini, che è schiava di logiche sragionanti, epidemica.

L’Unione Europea finanzia l’agricoltura dei pesticidi e delle monoculture e dà soldi agli allevatori intensivi, alle batterie, fissa il numero dei bocconi, ne decide il prezzo. Lasciate fare a Bruxelles e vivrete in camicia di forza.

In Spagna perfino gli allevatori di tori da corrida ricevono finanziamenti dall’Europa. I suoi massimi rappresentanti, quando cenano insieme, credenti e non credenti, sono tutti allegramente carnofagi.

Questa non è novità: è decrepitezza spirituale.

Ci vuole dell’altro. Purgare la mente dalla tenebra. Ci vorrebbe… più luce.

(Guido Ceronetti)

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