Piccioni Painting

Qualche giorno fa la mia bambina preferita (23 anni) mi ha chiesto cosa ne pensassi del “Piccioni Painting” (la definizione, inesistente, è sua). La mia risposta, invero piuttosto sbrigativa, deve averla soddisfatta molto poco, e in effetti la frugola, non convinta, ha provato timidamente a insistere perché io ci scrivessi qualcosa sopra. Sul momento, l’ho escluso nella maniera più assoluta: forse che l’arte di dipingere uccelli merita qualcosa in più di una sdegnosa scrollata di spalle? A certe bambine, tuttavia, dovrebbe essere concesso ogni sorta di vizio. La mia è fra quelle.

L’idea di colorare piccioni è di un artista svizzero, Julian Charrière, che in occasione della Biennale di Venezia ha dato il via alla performance Some pigeons are more equal than others, consistente nel donare nuove tinte (rosso, giallo e verde) ai volatili di Piazza San Marco, «patrimonio del nostro landscaper urbano» (Charrière). Ora, se i piccioni fossero giocattoli, l’iniziativa sarebbe anche carina – se farla assurgere al rango di arte non so, ammetto di non intendermene. Il punto è che non lo sono. Charrière non è chiaro sul metodo impiegato per ritinteggiarli, afferma di averli catturati in apposite gabbiette e di aver fatto loro ingerire coloranti naturali che dovrebbero sparire nel giro di poche settimane. Di più non dice: siamo costretti a fidarci. Esistono certamente maltrattamenti di entità ben maggiore, rimango comunque contraria a questo genere di trovate perché temo rafforzino l’idea che gli animali sono oggetti a nostra disposizione, «patrimonio comune», esattamente come Santa Maria della Salute o la loggetta del Sansovino. E poi da dipingerli a impagliarli direttamente, come ha fatto il pagliaccio Cattelan, il passo è breve.

Immaginate che un gigantesco marziano vi schiaffi in una trappola minuscola e, dopo avervi lasciati lì dentro per un lasso di tempo non ben definito, vi maneggi senza garbo alcuno per poi rimettervi in libertà, così storditi, e col culo inspiegabilmente tinto di fucsia.

A chi mi obbietta che il piccione non sa, non si rende conto, sono io che antropomorfizzo, suggerirei caldamente di riflettere sul delirio di onnipotenza di Charrière: «Ogni piccione ha un’identità e se la si riesce a manifestare col colore la si rende riconoscibile». Sono io che antropomorfizzo, eh.

Letture consigliate: L’Antispecismo, di Claudio Gianvincenzi.

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9 risposte a “Piccioni Painting

  1. la solita marpiona!

  2. Condivido il tuo pensiero (tanto per cambiare), ma innanzitutto la domanda che mi sorge spontanea è: l’arte, dov’è? E’ arte dipingere i piccioni? Allora adesso mi faccio una ciocca di capelli rosa e pretendo di espormi come “opera vivente” alla Biennale (un po’ come l’Erminia di Le Vacanze intelligenti”).
    A Pasqua purtroppo si usa anche dipingere i pulcini.
    A proposito di tassodermia invece, ti linko ‘sta roba qua: http://bizzarrobazar.com/2011/01/18/sculture-tassidermiche-iii/
    e anche questa: http://pollymorgan.co.uk/ che però afferma di utilizzare animal già morti (io a proposito dell’uso degli animali nell’arte, vivi o morti che siano, ho scritto qualcosa tempo addietro, mi autocito, forse l’avevi già letto):
    http://ildolcedomani.blogspot.it/2011/09/in-arte-tutto-e-permesso.html

    • Dunque, evito di addentrarmi in annose discussioni sullo statuto artistico di queste opere perché, semplicemente, non ne sono in grado. Su Katinka Simone ho un’idea abbastanza impopolare. Non so se sia arte, probabilmente non lo è, ma io approvo totalmente quello che fa. Per me è antispecismo radicale. Certo che possa sentirsi a sua agio a fare a brandelli animali morti per poi ricomporli sotto forma di gadgets e accessori mi lascia abbastanza agghiacciata, ma va detto che è vegetariana e adopera cadaveri di animali che non ha ucciso (non mi risulta ammazzi polli in pubblico, come dice quel sito, e il gatto che ha soppresso tramite eutanasia era il suo, vecchio e molto malato). In una società che considera gli animali oggetti da mettere nel piatto o nell’imbottitura del divano o nella rifinitura di qualche cappotto, lei accetta questa logica e la spinge sino alle sue estreme conseguenze: perché non farci una borsetta o un soprammobile, a questo punto? Il “materiale” da lavorare le viene passato direttamente dagli obitori delle cliniche veterinarie, dunque il furore forcaiolo che riesce a suscitare nel suo pubblico (non solo negli animalisti, il gruppo facebook “Scuoiamo Katinka Simone” è gestito da onnivori, così come molte delle altre pagine che si propongono di farla fuori nelle maniere più fantasiose) è il segno che ha ragione, che lo ha toccato nel vivo.

      Guarda quest’intervista: http://www.youtube.com/watch?v=-qW8yOCTXn4

      “Cosa è crudele? Io trovo crudele mangiare un hamburger e non lo riesco a concepire”

      • Guarda, ciò che esprime è condivisibile sotto tanti aspetti. Ha ragione, certo. Crudele è mangiare una bistecca, non impagliare un animale morto (purché non lo si sia ucciso all’uopo). Ma perché allora non lo fa pure con gli esseri umani (sempre per denunciare lo sfruttamento e la loro riduzione a cosa?). Semplice. Perché comunque neppure lei è immune al fatto che “usare” un animale (morto o vivo che sia) sia a portata di tutti.
        Voglio dire, il messaggio che passa attraverso le sue opere è comunque quello dell’ennesima riproposizione del corpo dell’animale, usato come oggetto, pure se da morto. Esposto, colorato, mercificato, venduto, osservato, ammirato o guardato con orrore, ma sempre attraverso la prospettiva dell’abuso e dell’ennesima manipolazione che l’umano commette su di esso.
        Non so. Non mi convince. Trovo tutto ciò molto necrofilo.
        Soprattutto non credo sia chiaro il messaggio di denuncia che vuole veicolare. Temo passi più quello della mercificazione degli animali.

      • Bene, è anche consolante che a volte non siamo d’accordo 🙂
        Perché dovrebbe farlo con esseri umani? La provocazione non avrebbe senso. A parte che la legge non glielo consentirebbe, nessuno si troverebbe a dover ammettere che non c’è poi molta differenza tra un hamburger, un cappuccio di pelliccia e una borsa fatta con la testa di un gatto morto. Anche l’essere umano è ridotto a cosa ma questo viene negato, non è considerato giusto e tollerabile, come avviene per lo specismo più sfrenato.
        Anch’io trovo il suo lavoro sia vagamente necrofilo ma la vagonata d’indignazione e isteria (leggi: cattiva coscienza) che è riuscita a scoperchiare negli onnivori mi ha lasciata come ammirata. L’operazione è stata un vero successo.

  3. Mi sa che il mio commento è andato a finire in spam perché ho inserito dei link. 🙂

  4. c: che bel regalino

    hei ganza sta storia di katinka spellapolly poi me ne informo quando torno a casy

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