L’oca arrosto

Ghiottone e libidinoso fu il Conte Camillo Benso di Cavour, artefice e battezzatore di quella cosa superiore, attesa da secoli, che fu lo Stato Italiano Unitario. Regnanti i Savoia, prima e ultima dinastia del Regno d’Italia, come pochi sanno. Rataplan, era l’Inno Reale: bisognava alzarsi in piedi come per l’Elevazione dell’Ostia Santa… Mio Dio, quale passato!
Una sera il Conte, sbrigati in fretta gli affari di Stato, lavato e profumato, era a cena in casa della Contessa Castiglione, che conoscendolo bene lo ricevette completamente nuda, eccetto un paio di deliziose pantofole.
–  La cena è pronta? –  domandò inquieto il Conte.
La Contessa batté le mani e subito apparvero le zuppiere fumanti. Altre bellissime dame nude attendevano il Conte nella sala da pranzo, tutte parigine, qualcuna col famoso Collare di Venere bene in vista. Il Conte, invece, con quello dell’Annunziata.
–  Virginia, c’è l’oca? C’è il foie gras? –  Il Conte era impaziente. Toccava i seni di Virginia ma il suo pensiero fisso era l’oca arrosto, un piatto che adorava.
La Contessa batté le mani e apparvero piatti dove le oche arrosto, farcite di piselli, uova e groviera del Brabante, avrebbero turbato Sardanapalo. In ammirate porcellane di Meissen, sulla mensa, c’erano porzioni di foie gras alsaziano da far sognare i veterani della campagna di Russia. Il Conte mangiò e trincò come un satrapo, senza mai perdere, neppure per un momento, la sua fortissima lucidità: disse che l’Austria aveva i giorni contati. Aveva intravisto la catastrofe del 1918, la caduta dell’ultimo Imperatore, il tricolore a Trieste: tutto in un lampo.
–  Ancora un po’ di oca, –  balbettò, sfinito. La Contessa lo fece portare a braccia, dai servi, nella sua camera da letto, dove si addormentò, pur così chiaro e veggente, come una talpa. Poi, sollevata, si rivestì perché aveva freddo e invitò le altre dame a fare altrettanto: nessuna si fece pregare. Tutto quel gineceo, poi, si mise a giocare a briscola e a tombola, mangiando sorbetti al limone.
Passato un paio d’ore, o forse meno, il Conte ha un soprassalto e spalanca gli occhi nel buio, terrorizzato. A capo del letto c’è un’Oca, grossa quanto un bel cane lupo, che lo fissa.
– Camillo, –  sussurra l’oca, –  Camillo, sono l’oca che hai mangiato stasera…
– Oh Dio, no… vattene.., se l’inferno esiste (ne dubito) vacci subito…
– Camillo, guarda…
Il fianco dell’oca si aprì come uno sportello delle Poste e dentro c’erano altre oche, più piccole, col collo enfiato dal pastone della gaveuse, tortura spaventosa da cui emerge nel sole insanguinato la meraviglia gastronomica del foie gras.
–  Virginia! – credette di urlare il Conte (ma non riusciva ad emettere nessun suono), – Virginia manda via quest’animale!
L’oca pareva gigantesca, adesso. Occupava metà della camera. Allungò il collo e il suo becco enorme si posò sulla bocca contorta dall’angoscia del povero Camillo, in un tremendo bacio.

(Guido Ceronetti)

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