Non resta che far torto o patirlo, ovvero perché dovete essere favorevoli alla sperimentazione animale

apparso su Asinus Novus

Hitler amante degli animali, Hitler vegetariano, Hitler antivivisezionista: sarebbe divertente consigliare, a chi ama tanto ricorrere a questo “argomento”, la lettura de La mia vita, scritta di proprio pugno dal Führer ed edita da Bompiani, e domadargli in seguito se riterrà ancora opportuno richiamarsi al paragone col nazionalsocialismo per screditare le istanze dell’antispecismo. Ora, è molto probabile che il nostro non leggerà l’autobiografia hitleriana, proprio come non si sarà premurato di leggere la puntuale confutazione delle tesi di Luc Ferry sul presunto animalismo di Hitler ad opera di Elizabeth Hardouin-Fugier, ma val la pena dire due parole sulla concezione della Natura che emerge da tale contesto, e confrontarla con le obiezioni più diffuse che certo anti-animalismo muove ai sostenitori della liberazione animale. La Natura è sovente descritta come il regno della lotta e della sopraffazione; da essa, «crudele regina di ogni saggezza», l’essere umano dovrebbe trarre validi consigli per orientare la sua prassi nel mondo. Non è un caso che la massima offesa che Hitler rivolge ai suoi nemici sia quella di andare «contronatura»: contronatura sono i pacifisti, che pretendono di emanciparsi dalla violenza del dominio, e contronatura sono gli ebrei, «razza di eversori della natura», spesso presentati come effeminati e dunque innaturalmente recalcitranti ad un ruolo virile e padronale. Lo sguardo sul mondo animale del Führer trabocca di ammirazione, più che di amore, o comunque di ossequioso rispetto: la superiorità degli animali, di contro alle mollezze della civiltà, sta tutta nell’adempiere senza inutili remore alla durezza che regola i cicli biologici. Essi mirano unicamente a dilagare e a riprodursi, ciò che dovrebbe fare l’ariano: «Inutile blaterare di umanità», perché «un essere beve il sangue dell’altro. Uno trova nutrimento della morte dell’altro».

Qualcuno ha da morire, qualcuno deve venire sacrificato. Chi? «Colui che non ha potere» e che, ipso facto, perde il diritto alla vita, non l’ha mai guadagnato. La stessa Hitler-Jugend veniva educata a ciò che Nietzsche chiamava amor fati: si deve amare ciò che si è, e versare il sangue necessario alla preservazione della Volksgemeinschaft con la fermezza e la serietà che si addicono all’uomo degno di questo nome. Questo è la vita, un tragico imperativo che si presenta nella forma di un lacerante aut aut: il non resta che far torto o patirlo di adelchiana memoria. Ogni aspirazione egualitaria che si proponga di allargare la comunità e comprendere entro le sue cerchie il subalterno, colui che si colloca al di fuori dei suoi angusti confini, rappresenta un tradimento della Natura, e va perciò debellata. Lo stesso marxismo è considerato l’ideologia colpevole nei confronti della Natura par excellance, il degno parto dell’«idiozia ebraica».

È quantomeno curioso che chi s’affanna a trovar nessi tra il regime nazista e l’antispecismo si appelli, come ragione suprema per difendere la sperimentazione animale, allo stesso identico principio su cui Hitler basò l’intera sua propaganda. Le immagini che ritraggono un bambino occidentale («potrebbe essere tuo figlio») e lo contrappongono ad una cavia da laboratorio, intimandoti di scegliere per il tuo DNA, come Natura comanda, sono una particolare specie di ricatto, denso di emotività seppure travestito di razionalismo, che riafferma la validità di quel ritornello: non è possibile si stia tutti un po’ peggio perché si stia tutti un po’ meglio, scegliere è necessario, aut aut. La cosa si fa ancora più interessante quando i paladini della sperimentazione animale si trovano a dover affrontare il tema scomodo e scottante dell’operato delle case farmaceutiche nel cosiddetto Terzo Mondo. Essi sono obbligati dalla forma della propria argomentazione ad affermare che i test tornino a vantaggio di un gruppo omogeneo e coeso noto come «umanità», ma questo caso particolare mostra che non esiste, non è mai esistita, una fantomatica umanità che beneficia omologamente del nostro modo di condurre la ricerca: essa è un artificio retorico, un gioco di prestigio o, se vogliamo, un tipo particolarmente crudele di sineddoche, la parte per il tutto, l’Occidente ricco per la specie. Coerentemente con una definizione di umanità tanto parziale ed esclusiva, i diseredati della Terra, meno-che-umani, possono venire sacrificati: e in effetti su di loro si sperimenta. Lontano dagli occhi e dal cuore, mentre noi ci becchiamo le fiale.

Nel gennaio di quest’anno i giornali di tutto il mondo hanno diffuso la notizia della multinazionale americana del farmaco GlaxoSmithKline (GSK) condannata a pagare un risarcimento di 180mila euro per avere sperimentato nuovi vaccini su neonati di famiglie povere (i test sono costati la vita a 14 bambini). La circostanza ha contribuito ad attirare l’attenzione pubblica sulla spietata logica del profitto che muove le case farmaceutiche, le quali hanno molto da guadagnare dalla continua ideazione di cure – certamente più che dalla prevenzione – , e lo fanno calpestando i più basilari diritti umani: l’ennesimo segnale che avrebbe potuto/dovuto condurre ad un ripensamento dell’attuale sistema socio-economico, cui la ricerca scientifica è necessariamente sottoposta, che per sua stessa natura prevede una minoranza dell’umanità tenga la maggioranza in scacco per continuare a riprodurre il proprio modus vivendi, socialmente ed ecologicamente insostenibile, la escluda dalle risorse, la usi come discarica e infine la ammali, per ricavarne nuovi farmaci. Questo non è avvenuto, perché il culto dell’attività scientifica e l’illimitata fiducia nel suo progresso impediscono se ne colgano il legame con un determinato interesse sociale e il suo essere irrimediabilmente invischiata nella spirale autodistruttiva che accompagna l’espansione dell’Occidente capitalistico, che mentre progetta nuove cure a beneficio dell’«umanità», sta demolendo pezzo per pezzo l’oikos planetario, bruciando, di fatto, le stesse possibilità di sopravvivenza della specie. Si dice la scienza sia ammalata di antropocentrismo: macché! Si cominci piuttosto a parlare di provincialismo…

La reazione che lo scandalo GlaxoSmithKline ha suscitato nei supporters della sperimentazione animale è tanto grottesca quanto densa di significato. Abituati ad additare come complottista chiunque osi sollevare il problema del nesso tra interessi privati e ricerca, si sono improvvisamente trovati nella situazione di dover fare i conti con una serie impressionante di scheletri nell’armadio, scheletri usciti da ogni dove e di cui, forse, da perfetti adepti della religione positivista, beatamente ignoravano l’esistenza. Lo stratagemma messo a punto per cavarsi fuori d’impiccio è stato, incredibile ma vero, dare la colpa agli animalisti. Visto che gli animalisti ci rompono i coglioni e rendono sempre più difficile condurre test su animali, noi siamo costretti a farlo sui figli dei pezzenti. Animalisti, siete dei mostri: guardate cosa ci costringete a fare! E così, accanto alla foto del figlioletto bianco contrapposto al sorcio, ne compare un’altra, sottratta ai reportage di qualche missione umanitaria, di occhietti lucidi che fanno capolino da faccini neri e tristi, e manine ossute che si affidano alla carità dello spettatore: «se la Sperimentazione Animale venisse abolita, non è difficile intuire chi potrebbe prendere il posto delle cavie animali, per garantire le cure mediche all’occidente…». Uno slogan che è un’allusione, pedopornografia, molto di più. È la firma della miseria spirituale, dell’alienazione scientista e tecnocratica, della «volgarità aperta, cosciente di sé del capitalista» (Marx). Il re è nudo, si è denudato da solo, e non trova motivo di vergognarsene. Esibisce anzi le sue vergogne, le ostenta, e con ostentazione gorgheggia l’antica cantilena: non è possibile si stia tutti un po’ peggio perché si stia tutti un po’ meglio, scegliere è necessario, aut aut. Da una parte l’umanità di serie A – curarlo o non curarlo, quell’angelo? – , dall’altra, inesorabilmente, l’umanità di serie D – qui la scelta cade diversamente: si può solo eventualmente risparmiarlo, quel poveraccio. Avanti, è il vostro turno. Che sia la domanda stessa ad essere sbagliata, che sia frutto di un’enorme, marcescente, falsa dicotomia, può vederlo soltanto chi a quel re, nudo, ha smesso di obbedire da tempo. Gli altri pronuncino la loro risposta, e subito saranno chiusi «tra quelle sbarre donde non s’esce più».

 

 

 

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14 risposte a “Non resta che far torto o patirlo, ovvero perché dovete essere favorevoli alla sperimentazione animale

  1. ahah, finalmente detto in modo chiaro e tondo ciò che si meritano i nostri amichetti. Ottimo post. Mi raccomando non osare postarlo su Asinus che abbassi troppo il livello… :PPP

  2. pure l’Adelchi manzoniano…

  3. ma come fai a toglierlo, è il titolo…va bene così

  4. Francamente l’argomentazione “Hitler era vegetariano, quindi essere vegetariani è sbagliato” non l’ho mai capita per un motivo semplice: non è che se una persona cattiva fa una cosa buona, allora la cosa buona diventa cattiva.
    Se Charles Manson mi aiuta a spingere la macchina in panne, non credo se ne possa dedurre che aiutare a spingere una macchina in panne sia sbagliato.

    E non usare “pornografia” in senso dispregiativo!

    • Sai che mentre scrivevo ho pensato: Claudio disapproverà moltissimo! è che mi è venuta proprio naturale quella parola, non saprei sostituirla con un’altra. C’è un modo per separare la pornografia deteriore da quella divertente, che so, alla Puzzy Power? Ora non so se è il caso di parlare del mio rapporto col porno, ma sono cresciuta con due fratelli maschi e durante l’adolescenza l’ho abbastanza subito. Comunque se hai un termine migliore e hai capito cosa intendevo dire, suggeriscimelo e faccio un cambio (non scherzo).

  5. Sono commosso.
    E l’unica pornografia deteriore è quella degli snuff movie. Magari molta pornografia tradizionale fa passare la voglia di scopare invece di farla venire, ma non la chiamerei comunque deteriore.
    Ovidie docet.
    C’è materiale interessante e degno anche nel porno tradizionale. Per dire, i film con Stoya sono molto più simili alla pornografia tradizionale che alla postpornografia, ma offrono un’immagine del sesso quantomai gioiosa. E in fondo è bene che ci sia anche il degrado goliardico amatoriale alla Alex Magni.
    Visto che l’immagine e lo slogan utilizzano i bambini, la sostituzione è servita: pedopornografia.

    • Pedopornografia! Come ho fatto a non pensarci? Ho già corretto, sia qui che, ovviamente, sull’Asino.

    • A me la pornografia piace, ci sono cresciuta anche io e non perché avevo due fratelli più grandi, ma una coppia di zii molto aperti mentalmente che lasciavano in giro per casa giornaletti e riviste. 😀
      Non l’ho mai vista come una cosa sporca e nemmeno finta (in fondo scopano sul serio).
      E non sono nemmeno una di quelle che sostiene che la pornografia classica sia solo ad uso e consumo degli uomini.
      (ma perché ogni volta che interviene Sdrammy si finisce sempre a parlare di sesso?).

      Comunque il termine pornografia non implica solo il sesso, per me è tutto ciò che riduce l’altro ad oggetto, ma senza che vi sia consentaneità. In un certo senso nei film porno la consentainetà c’è perché l’attrice sta interpretando un ruolo ed è consenziente.
      Un uso deteriore e spregevole della pornografia è invece quello appunto degli snuff-movie, così come quello che coinvolge esseri non consapevoli di quello che si sta facendo e non consenzienti: nello specifico bambini ed animali.

      Lo sapete che il commercio degli animali per tali scopi è in crescita, ad esempio? E che in alcuni paesi è addirittura legittimo (mi pare in Svezia, ma non sono sicura).
      Dovremmo un giorno scrivere un articolo pure su questo. Una forma molto squallida e bieca di sfruttamento.

      • Va be’ ma voi avete una cultura, io so e poco niente. Ho solo ricordi sfocati, di ‘sti maschi ormonici vicino a me e lei, in video, che non mi pareva troppo contenta. Mi dava anche un sacco fastidio che spesso fosse da sola con più uomini enormi intorno, e infatti pensavo: “Lasciatela stareee!” e, più che di fare chissà cosa, mi veniva voglia di andare a salvarla.

        Io non saprei cosa dire sull’impiego di animali nella pornografia, non potrei proprio scriverlo quell’articolo.

      • Serena, è necessario che tu legga Pornomanifesto di Ovidie Becht, testo fondamentale del femminismo pro-sex.

      • Mi era stato già caldamente consigliato da un’altra ragazza, visto che ti ci metti anche tu vedrò di colmare questa lacuna.

  6. Vabbè, il discorso sul porno magari lo continuiamo in privato, ché qui non mi sembra il caso 😀

    In merito all’articolo, di certo nemmeno io penso di poter addentrarmi sulle ragioni e motivazioni per cui certe persone sfruttano gli animali in quel senso, però pensavo più ad un articolo asettico, che tratti il fenomeno dal punto di vista statistico. Al momento non ho tempo comunque per documentarmi, né in effetti mi va molto di farlo, magari in futuro. Quello che secondo me è importante dire è che si tratta dell’ennesima forma di abuso sugli animali da parte dell’uomo, come se tutto quello che solitamente gli vien fatto non fosse abbastanza. Umiliarli anche in quel senso, boh, davvero mi sembra l’oscenità massima che la mente umana possa progettare. E poi bisognerebbe informarsi sulla legge, ad esempio in Svezia appunto pare sia legale usare animali per questo tipo di cose, in Italia non saprei.
    Un attivista di recente mi ha parlato di questo fenomeno in crescita. Pare che uno dei canali attraverso poi questa gente si procura gli animali siano le adozioni. Per questo prima di dare in affido un cane, gatto bisogna stare molto attenti e seguire l’intera pratica. Ecco, un articolo informativo, per mettere in guardia, secondo me va fatto.

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