Non esageriamo

Alla critica delle tendenze della società attuale si obbietta automaticamente, prima ancora che sia stata formulata, che le cose sono sempre andate così. L’indignazione – che viene prontamente respinta – testimonierebbe solo di una scarsa penetrazione dell’invariabilità della storia, di un’irragionevolezza superbamente diagnosticata da tutti come isteria. Si rimprovera, inoltre, all’accusatore, di volersi mettere in mostra col suo attacco, di ambire al privilegio del particolare, mentre ciò che suscita il suo sdegno è triviale e noto a tutti, e non ha senso pretendere che gli altri perdano tempo ad occuparsene. L’evidenza del male torna a vantaggio della sua apologia: poiché tutti lo sanno, nessuno ha più il diritto di dirlo, e il male, coperto dal silenzio, può continuare indisturbato. Si ottempera al precetto che la filosofia di tutte le tinte ha martellato nelle teste degli uomini: ciò che ha dalla sua parte il peso dell’esistenza, ha dimostrato con ciò il suo diritto. Basta che uno si mostri insoddisfatto, ed è già sospetto come riformatore del mondo. L’intesa si serve di questo trucco: attribuire all’oppositore una teoria reazionaria della decadenza, che non potrebbe sostenersi – forse che, di fatto, l’orrore non si perpetua eternamente? – , screditare, col suo presunto errore teorico, la concreta percezione del negativo, e calunniare come oscurantista chi si ribella all’oscurità.

(Th. W. Adorno)

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6 risposte a “Non esageriamo

  1. Questo estratto cade proprio a proposito, sono giorni che rifletto su questo.
    Chi cerca di cambiare le distorsioni del presente viene tacciato come idealista, utopico, sognatore, chi si rassegna invece è “l’adulto sano” che è ha preso atto della realtà, ché essa deve essere accettata così com’è.
    Il peggio è che colui che tenta di opporsi viene accusato di farlo per scopi egoistici, come se dietro il suo impegno si nascondessero istanze personalissime. Sembra davvero così improbabile che qualcuno possa prodigarsi per un fine che non sia diretto alla soddisfazione del proprio ego? Quando ciò appare evidente ecco che veniamo tacciati di presunta ostentazione di superiorità morale.

    • Visto che oggi siamo in vena di citazioni adorniane, te ne regalo un’altra che a me fa impazzire e che credo potresti sentire molto tua:

      Nietzsche ha formulato, nell’Anticristo, il più forte argomento non solo contro la teologia, ma anche contro la metafisica: che la speranza viene confusa con la verità; e che l’impossibilità di pensare, di vivere felici, o anche solo di vivere, senza un assoluto, non dice nulla a favore della legittimità di quell’idea. […] Ma Nietzsche stesso ha insegnato l’amor fati: «tu devi amare il tuo destino». Questa, scrive nell’epilogo del Crepuscolo degli idoli, sarebbe la sua più intima natura. E si potrebbe porre la questione se ci sia più motivo di amare quel che ci capita, di affermare l’esistente per il semplice fatto che è, che di ritener vero quello che si spera. Forse che lo stesso falso sillogismo che Nietzsche rimprovera al passaggio dalla speranza alla verità non conduce dall’esistenza degli stubborn facts al loro insediamento come valore supremo? Se Nietzsche relega nel manicomio la «beatitudine che nasce da un’idea fissa», si potrebbe cercare nella prigione l’origine dell’amor fati. Colui che non vede e non ha più nient’altro da amare, finisce per amare le mura e le inferriate.

      (Minima moralia, aforisma 61)

      • Grazie per la bellissima citazione, in effetti sì, mi piace molto.
        Mi pare, se non vado errata, che anche Rousseau dicesse qualcosa come “la felicità è desiderare ciò che si ha, smettere di desiderare ciò che non si può avere” (vabbè, sto banalizzando, comunque il senso è questo).
        Questo conduce ad accettare, amare finanche le proprie prigioni (simboliche e reali).
        Invece secondo me l’immaginazione è tutto. Immaginare un altro mondo, una realtà diversa, ha già in sé il potenziale per poter attuare ciò che si sogna.
        In fondo, alla fine, non si realizza che ciò che già è stato prima immaginato. Magari in maniera leggermente diversa, ma il cambiamento parte sempre da una progettualità, da un mettere in moto gli eventi.
        Comunque quelli che dicono “bisogna accettare la realtà” in genere sono quelli cui fa comdo che le cose restino come sono perché ne ricavano un vantaggio personale.
        Il mantenimento dello status quo è sempre a vantaggio del potere.
        Strano che Nietzsche poi ne La nascita della tragedia (l’unico suo testo che ho letto) se la prenda con il “rassegnazionismo” cristiano (lo ricordo bene perché mi colpì molto, una critica che ovviamente condividevo, ossia il doversi rassegnare alla sofferenza), per poi non rendersi conto di aver fatto proprio questo concetto di rassegnazione, accettazione e conquista di una felicità terrena, pure se svincolato da qualsiasi riferimento alla metafisica e teologia. “La beatitudine che nasce da un’idea fissa” cos’è infatti se non l’equivalente laico della religione? Certo, Nietzsche per idea fissa non si riferisce certo ad una divinità, ma a qualcosa di reale, tangibile, però il concetto di rassegnazione e di acquietamento della tensione attraverso un abbandonarsi all’idea fissa, vista come porto sicuro, come approdo e conquista della felicità, mi pare molto simile.
        Non so se sto dicendo delle stupidaggini, in fondo Nietzsche appunto non lo conosco bene. E comunque questo concetto dell’amore fati non mi piace. Lo vedo come un arrendersi al male.
        Dunque gli animali rinchiusi negli allevamenti dovrebbero accettare il loro destino?

      • No, non stai dicendo stupidaggini. La beatitudine che nasce da un’idea fissa, però, è proprio un’espressione di Nietzsche: l’adopera contro religiosi e filantropi, che considera lebbrosi morali, lupi travestiti da pecora che, attaccandosi a stupidaggini come Dio o Bene, inquinano il pensiero proprio e altrui, riproducendo la volontà di potenza in una forma strisciante e malata. Anche la compassione è uno strumento di potere, l’umanitario ha bisogno della disgrazia per sentirsi tale, e sempre infetta la stessa ferita che pretende di curare, per potere continuare a curarla. Il suo dire sì alla vita, credo, è accettare che la volontà di affermarsi e sopraffare permea ogni cosa, è la vita stessa. Io non lo sopporto. Mi infastidisce il suo stile, quello che dice, tutto. Adorno, in questo aforisma, gli rimprovera di essere incappato nello stesso errore che contesta alla teologia: vietarsi ogni speranza è conformarsi a ciò che è, porlo come un assoluto. Il critico dell’idea fissa, è vittima di un’altra, opposta, idea fissa.

  2. Pingback: Non esageriamo | il puntino del riflesso

  3. “Adorno, in questo aforisma, gli rimprovera di essere incappato nello stesso errore che contesta alla teologia: vietarsi ogni speranza è conformarsi a ciò che è, porlo come un assoluto. Il critico dell’idea fissa, è vittima di un’altra, opposta, idea fissa.”

    Eh, appunto sì. Concordo con la critica che gli muove Adorno. Esattamente in questi termini.

    Grazie per averlo citato.

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