L’antianimalismo e quell’indignazione a buon mercato…

apparso su Asinus Novus

Gli animalisti hanno molti difetti. Cocciuti, sentenziosi, verbalmente violenti e talvolta misantropi. C’è pero una qualità che non manca loro, e che spesso colpisce l’osservatore esterno: lo zelo con cui si prodigano per difendere gli animali. Gli animalisti si sbattono, come pochi altri. In un mondo dove regna l’indignazione a buon mercato – «è una vergogna!» ribadiscono il postino, la casalinga, il medico, prima di estinguere la loro rabbia in un cappuccino – che è diventata il surrogato dell’impegno e della presa di posizione perché costa niente, c’è chi il mondo ha voglia di cambiarlo davvero, e non si ferma alle parole dette e ripetute. Chi sceglie di agire incorre in errori; chi vive d’inerzia, gli errori si limita a rilevarli. Non solo, a indicarli con tanto più astio e risentimento, perché diventino la conferma che non vi è nulla di male nel suo adeguarsi: ribellarsi è sciocco e puerile, molto più adulto accettare la realtà, sguazzarci dentro.

Mi sono chiesta, a volte, cosa infonda tante energie agli animalisti, che sono pochi, senza mezzi, canzonati dai più insieme agli ambientalisti: gli scemi per definizione. Hanno contro tutti, è questo il loro elisir. I movimenti umanisti si muovono all’interno di una contraddizione: la stessa società che predica l’uguaglianza umana e la assume come valore positivo, promuove l’ineguaglianza, ne ha bisogno per proliferare. Siamo razzisti, sessisti, omotransfobici, ma sulla carta stigmatizziamo gli stessi atteggiamenti che incarniamo e replichiamo: li “combattiamo” dichiarandoli piuttosto sconvenienti. Come nota Peter Singer, nessuno fra gli accaniti antianimalisti che amano spendere il proprio tempo elencando ad una ad una le incongruenze dei sostenitori dei diritti animali si è mai ridotto in povertà per venire in aiuto ai popoli di altri paesi che muoiono di fame, dando prova di tenere realmente a quell’idea di uguaglianza con la quale non perde occasione d’infarcire i propri bei discorsi (il popolo applaudirà). Questo perché essa è nient’altro che un’idea, una frottola che si apparecchia bene sulla bocca del bigotto e a cui tutti credono o fingono di credere, specialmente quando diventa funzionale a incipriare l’effettiva ineguaglianza e a renderla sopportabile a chi ne guadagna. Lo sfruttamento della vita animale, invece, non solo è praticato ad ogni livello e reso parte integrante del sistema (come quello della vita umana), ma non è neppure disconosciuto, è anzi accettato e approvato dai più, considerato giusto e niente affatto disdicevole. La differenza di specie lo legittima, e, diversamente da quanto accade per la differenza di sesso, razza, ceto sociale, non è necessario nasconderlo sotto al tappeto. Nessuno si occupa degli animali, neppure nominalmente, se non gli animalisti. Non hanno da cambiare solo un sistema ipocrita e falso, che tradisce gli stessi valori su cui afferma di basarsi, ma debbono, loro malgrado, mettere in discussione questi stessi valori: è naturale che ci concentrino tutti i propri sforzi, essendo i soli a farlo.

Questa sollecitudine comincia a disturbare. Chi sullo sfruttamento animale ci vive, e chi in generale è nemico della sollecitudine, perché non la conosce e ne è offeso. Entrambe le categorie reagiscono con piagnistei isterici, insistendo demagogicamente sulla preminenza dell’umano (un umano fatto a loro immagine e somiglianza e geograficamente localizzato: un 20% scarso della popolazione mondiale) e alimentando confusione e qualunquismo attorno al variegato universo animalista, che è composto di protezionisti, liberazionisti, zoofili, generici animalisti e antispecisti: differenze che hanno interesse a tacere. La mossa è quella di ridurre l’intero movimento alla zoofilia, e quindi denigrarlo. Ma la zoofilia, come vedremo, è l’unico atteggiamento che possono tollerare, e che in effetti tollerano.

L’antianimalismo è umanismo?

L’8 luglio, a Kabul, una donna di ventidue anni accusata di adulterio è stata lapidata. Pochi giorni dopo, su alcune pagine dichiaratamente antianimaliste, è comparso il seguente commento:

… mentre per la donna afghana uccisa perché colpevole di aver tradito il marito, la cui esecuzione si è svolta appena un giorno prima rispetto a quella del cane Lennox, per lei, nessuna fiaccolata, nessuna obiezione, niente di niente: quella donna non era coccolosa e pelosetta quindi non merita alcuna attenzione.

Lennox, lo ricorderete, è (era) il cane condannato a morte e soppresso perché somigliante alla razza pitbull, considerata pericolosa in Gran Bretagna e proibita dal Dangerous Dogs Act. Diverse associazioni animaliste si spesero per salvarlo, prima, e per evitare la faccenda si ripetesse, poi. Inutile specificare che il commento sopraccitato ottenne l’estasiata approvazione di diversi utenti, che si sciolsero nel coro piagnone e autocompiaciuto di quel «che vergogna!» di cui si diceva in esergo, che basta a tutti perché non richiede nulla. Qualcuno impediva forse a questa massa di indignati di organizzare fiaccolate, muovere obiezioni, dare una forma concreta alla propria rabbia e al proprio sdegno? Certamente no. Impegnati come sono nell’avversare una causa che ritengono senza speranze e idiota e quindi doppiamente idioti, hanno pensato fosse meglio strumentalizzare la tragedia di una donna afghana di cui non si erano minimamente interessati in precedenza per biechi scopi propagandistici e aizzarsi a vicenda contro l’odioso movimento animalista. Mi pare chiaro che siamo agli antipodi di un atteggiamento genuinamente filantropico.
Lo scandalo Green Hill ha prodotto qualcosa di simile. Fatta eccezione per i giornalisti favorevoli alla sperimentazione animale (pochi), la stampa si è divisa tra chi ha cavalcato l’onda di un animalismo sentimentale, brambilliano (sic) e chi, credendosi più furbo e spregiudicato, ha fatto del moralismo spicciolo contro la rilevanza data dai media al caso dei beagle di Montichiari a scapito di notizie più urgenti. Come mi fa saggiamente notare Leonora Pigliucci, le notizie sui beagle non hanno avuto sul main stream più spazio delle notizie di costume. Si parla del caldo, degli italiani in vacanza, dei danni del sole e delle Olimpiadi più che della Siria e dei quotidiani attentati in Iraq. Gli aneddoti sugli animali d’affezione d’estate si moltiplicano esponenzialmente, eppure nessuno punta il dito contro lo speciale sull’allattamento strappalacrime, il cagnetto che ritrova la strada di casa o ha acquisito qualche strana abilità. Queste notizie sono rivolte ad un pubblico zoofilo. Ciò che dà veramente fastidio nei fatti di Green Hill, è proprio che potrebbero andare ben oltre l’approccio zoofilo comunemente inteso. Per quanto si faccia di tutto per ridurli a un affare di coccole e musetti, essi potrebbero essere l’indizio di qualcosa di inedito, nelle parole di Leonora, un cambiamento effettivo nella considerazione generale della sofferenza, almeno per quanti riguarda gli animali destinati alla sperimentazione: questo scatena l’ondata reazionaria di derisione e bacchettonismo.

Antispecismo e zoofilia

La relazione che passa tra antispecismo e zoofilia è uno degli aspetti più fraintesi da chi non possiede molta confidenza con l’ambiente animalista. Ciò accade per semplice ignoranza, o anche in aperta malafede. Intendo il termine «zoofilia» nella sua accezione negativa, come un affetto smisurato e bambinesco nei confronti degli animali, in special modo pets. Spesso chi contesta l’antispecismo ricorre populisticamente all’immagine di gattini e cagnolini avvolti in cappottini di vernice, o adagiati su cuscinetti di seta lillà. Questo argomento (?) illustra quanto poco sappia dell’antispecismo chi si batte con tanto fervore contro l’antispecismo stesso. Non è affatto necessario provare uno sconfinato amore per gli animali per auspicare vengano trattati come gli esseri sensibili che sono. Potrebbe essere divertente, a questo proposito, riportare un episodio di cui Singer riferisce nell’introduzione di Animal Liberation:

Avevo da poco cominciato a lavorare a questo libro quando mia moglie ed io fummo invitati a prendere il tè – a quel tempo vivevamo in Inghilterra – da una signora che aveva sentito dire che avevo in mente di scrivere qualcosa sugli animali. Anche lei era molto interessata agli animali, disse, e aggiunse che una sua amica aveva già scritto un libro sull’argomento ed era tanto ansiosa di conoscerci. Quando arrivammo, l’amica della nostra ospite era già là, ed effettivamente era ansiosa di parlare di animali. “Io li amo tanto” cominciò. “Ho un cane e due gatti e, sapete, vanno d’accordo a meraviglia. Conoscete la signora Scott? Gestisce un piccolo ospedale per animali da compagnia…” e continuò su questo tono. Nel frattempo venne servito il rinfresco. Fece una pausa, prese un panino al prosciutto, e quindi ci chiese che animali avessimo in casa. Le dicemmo che noi non avevamo animali. Sembrò un po’ sorpresa, e diede un morso al sandwich. La nostra ospite, che aveva finito di servire i panini, si unì a noi e raccolse la conversazione: “Ma lei è interessato agli animali, non è vero, Mr. Singer?”

Per un antispecista non esistono «animali da», nemmeno da affezione. La domesticazione è considerata una tappa nel dominio, un’imposizione e una violenza nei loro confronti, sebbene non paragonabile ad altre forme di sfruttamento. Nel breve periodo la presenza degli animali nelle nostre case è una necessità cui dobbiamo far fronte per tutelarli, ma il fine dell’antispecismo è quello di edificare un mondo in cui sia possibile l’incontro libero tra libere individualità e dunque in cui non ci siano più animali domestici. Questo dovrebbe bastare a mettere in luce tutta l’assurdità di certe critiche.

Antispecismo e umanismo

L’antispecismo, e in particolar modo l’antispecismo politico, che per inciso è quello che dà più fastidio perché non si limita a disquisire di cosa sia giusto o ingiusto in sede d’accademia ma mira a un cambiamento reale dell’assetto sociale, è, in un certo senso, più umanista dei movimenti di contestazione umanisti, di cui peraltro ha sempre cercato la collaborazione. Esso tende a combattere il dominio in ogni sua forma, e mette in discussione un intero sistema che sfrutta l’uomo, l’animale, l’uomo in quanto animale. L’economicismo imperante, un mostro acefalo che ha ormai ridotto tutto il vivente a merce, umani compresi, va neutralizzato alle radici, attraverso una decolonizzazione dell’immaginario che restituisca l’essere umano al mondo e il mondo all’essere umano: il compito che, forse poco modestamente, l’antispecismo si è prefisso. Questo aspetto viene volutamente oscurato dai suoi detrattori, che non credendo in nessuna delle due, hanno tutto l’interesse a slegare la causa della liberazione animale da quella della liberazione umana e porle come contrapposte, mentre invece sono strettamente connesse, fanno un tutt’uno. Ci sarebbe da chiedersi perché tale mistificazione riesca a prosperare con una tale facilità, e allora forse bisognerebbe ammettere che molti degli animalisti che si dichiarano antispecisti fanno il gioco di chi l’antispecismo s’è dato la missione di estirparlo dalla faccia della Terra. Ogniqualvolta un manifestante strilla di vivisezionare i pedofili, contraddice l’antispecismo, che si oppone alla violenza intra e interspecifica, e confonde la percezione che se ne può avere all’esterno, già sufficientemente confusa. Ogniqualvolta un attivista si augura a voce alta che la «schifosa razza umana» si estingua il più presto possibile, nutre certo il suo ego di rivoluzionario mucciniano, ma castra le potenzialità di un pensiero per cui altri hanno lavorato e lavorano tanto. Una società aspecista, se mai si darà, sarà costruita dall’essere umano, con l’essere umano e per l’essere umano: per l’animale umano. Chi si dice tanto convinto dell’abiezione della specie, desse il buon esempio, e si levasse di torno.

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4 risposte a “L’antianimalismo e quell’indignazione a buon mercato…

  1. ovazione in piedi (basta anglismi inutili!)
    in effetti è troppo bello per pubblicarlo su Asinus -.-

  2. Io ho il peggio di entrambi: sono cocciuto, sentenzioso, verbalmente violento, misantropo e manco agisco.

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