Nel paese di cuccagna, con Flannery O’Connor

Dire che trovo l’umorismo sfacciato – sfacciato e insieme leggero – di Flannery O’Connor sia qualcosa di meraviglioso è dire nulla. Io, Flannery O’Connor, la leggo sghignazzando. Ne ho già scritto in passato, e continuo a detestare il modo in cui ritrae i suoi amati pavoni; ma diamine, le si perdona tutto. Come sia possibile che questa scrittrice americana del Sud, cattolica fino al midollo («Scrivo come scrivo perché sono – non sebbene sia – cattolica»), perennemente impegnata a tradurre in narrativa l’irruzione violenta della grazia nel «territorio del diavolo», riesca a coinvolgermi sino all’entusiasmo, rimane per me un mistero. D’altronde, è forse l’unico modo in cui posso autenticamente renderle omaggio: ammettere, da qualche parte, l’esistenza di un mistero, e sorridere insieme a lei di quel sano buon senso, più laicista che laico, positivista, che si è dato lo scopo imperativo di emanciparsene, approdando ad una cronica mancanza di speranza. Il nichilismo le pareva il male del suo tempo. Gli uomini non credono più in Dio; non solo, non credono più in niente. Hanno rimosso tutto ciò che non è utile o fungibile. E non leggono romanzi:

Chi è senza speranza non solo non scrive romanzi ma, quel che più conta, non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo sul nulla, perché gliene manca il coraggio. Il miglior modo di piombare nella disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza.

Credo i suoi recensori esagerino il ruolo che la malattia ha rivestito nei suoi scritti, o comunque si compiacciano del parlarne, cosa che certamente non avrebbe gradito. Nelle lettere si contano sulle dita di una mano le occasioni in cui è fatto esplicito riferimento al suo male, e sempre in maniera tale da indurre il suo interlocutore a non dispiacersi, anzi, a riderne con lei. «D’ora in poi sarò una costruzione ad archi rampanti», scrive sardonica all’amica che si preoccupa della sua salute, perché in seguito a un peggioramento repentino del lupus il bastone non le è più sufficiente a reggersi, ed è costretta a far uso delle stampelle. «Non sai come odio farmi fotografare: il più delle volte non sembro nemmeno io, o magari sembro come sarò un paio di giorni dopo la mia morte», celia, mentre la morte le alita sul collo e, secondo le diagnosi dei medici, già avrebbe dovuto portarsela via. Quanto a quel pugno nello stomaco di pudore e statura morale che è il serrato accenno al bagno fatto a Lourdes, quasi certamente di malavoglia, per compiacere la madre, solo chi ne ha letto può capire.

Ai racconti, così belli, continuo a preferire le lettere e i saggi: il paese di cuccagna dei giudizi al vetriolo che le capitò di esprimere sulle personalità, più i casi umani, che le si squadernavano davanti, sulle sue letture e sulle recensioni che numerose le toccava ricevere («Quella sull’Atlanta Journal penosa tanto era stupida. Se non sbaglio l’ha scritta la signora che si occupa di giardinaggio. Non avrebbero dovuto allontanarla dalle petunie»). Flannery, bisogna dirlo, era singolarmente priva di tatto. Per questo è impossibile non amarla.

Prodiga di consigli verso chiunque gliene facesse richiesta e animata da un sincero desiderio di infondere la passione per la letteratura ai giovani studenti per i quali tenne diverse conferenze, non nutriva molta fiducia nella categoria degli aspiranti scrittori, che d’altronde detestava. Memorabile, a mio avviso, la sua apertura di Natura e scopo della narrativa:

Mi pare di capire che questo sia un corso intitolato «Come scrive lo scrittore», e che ogni settimana siate alla mercé di un diverso scrittore che pontifica sull’argomento. L’unico parallelo che riesco a immaginare è uno zoo che si presenti da voi un animale alla volta; e ho il sospetto che quanto udite una settimana dalla giraffa sia contraddetto la settimana seguente dal babbuino.

Memorabile soprattutto il suo proseguimento (e rammento il suo pubblico fosse costituito da una classe universitaria di scrittura):

Ovunque vada mi chiedono se, secondo me, le università soffocano gli scrittori. Il mio parere è che non ne soffocano abbastanza. Con un buon insegnante diversi best seller si sarebbero potuti prevenire. L’idea di fare lo scrittore alletta un bel po’ di inconcludenti, coloro che sono gravati da sentimenti poetici o afflitti da sensibilità.

Dicono questi testi* siano un cult, un passaggio obbligato per chi intende cimentarsi con la nobile arte della narrativa. Io di scrittura non mi intendo, ma immagino sia così: mi pare vi si trovino passaggi illuminanti, sotto questo aspetto. È che non li leggo con il giusto spirito. Per cercare di cavarne fuori qualche dritta, dovrei perlomeno aver finito di ridere.



*Mi riferisco ai saggi raccolti nel volume Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere. Per quanto riguarda le lettere, che mi furono consigliate e a mia volta consiglio, si possono godere nella nuova edizione Minimum Fax di Sola a presidiare la fortezza (quella di Einaudi è esaurita).

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5 risposte a “Nel paese di cuccagna, con Flannery O’Connor

  1. ti piace un sacco

  2. Oh porca miseria, adesso comincia ad intrigare anche me questa Flannery.
    In effetti, come non amarla per questo?: “Il miglior modo di piombare nella disperazione è rifiutare ogni tipo di esperienza, e il romanzo è senz’altro un modo di fare esperienza.”.
    Senti, magari, visto che questo per me è il periodo delle seconde chance agli scrittori, proverò a prendere in considerazione i suoi saggi sulla scrittura. Visto mai riuscissi a cavarne qualche dritta. 😉

    • Ottimo 🙂 Io, come ti ho già detto, metto al primo posto le lettere. Quelle le ho divorate, poi sono passata a Nel territorio del diavolo e ora sto pian piano leggendo tutti i racconti. Una droga. Ho appena ordinato Il volto incompiuto, dove pure sono raccolti alcuni saggi sulla scrittura: poi ti dirò com’è. Tieni conto che spesso parla del romanziere cattolico e del rapporto tra il suo cattolicesimo e il suo modo di lavorare, e infatti mio fratello dopo averlo sfogliato fa: “chissà cheppalle!”. E invece no, altro che palle. Quando risponde ai critici atei che insinuano un cattolico non dovrebbe scrivere narrativa secondo me se li mangia per colazione. Se tutti i cattolici fossero così, diventerei cattolica anch’io. Continuerei a non credere in Dio, ma sarei sicura di godere di buona compagnia.

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