Undoing species

Le critiche all’antropocentrismo hanno evidenziato che quando si parla di vita umana ci si riferisce a un essere che è al contempo umano e vivente, e che la gamma degli esseri viventi è superiore a quella umana. In un certo senso, il termine “vita umana” implica una complicata combinazione, dal momento che “umano” non qualifica semplicemente la “vita”, ma “vita” mette in relazione umano a ciò che non è umano e, tuttavia, vivente, collocando l’umano al centro di questa relazionalità. L’umano, per essere tale, deve relazionarsi a ciò che non è umano, a quello che sta al di fuori di sé, ma che, allo stesso tempo, rappresenta la sua continuazione in virtù di una interconnessione tra le forme di vita. Questo relazionarsi a ciò che è altro costituisce l’essere umano in quanto vivente, cosicché l’umano supera i propri confini nell’esatto istante in cui tenta di stabilirli.

[…] Quando Frantz Fanon (1952) dichiarò che “il nero non è un uomo” egli criticava l’umanesimo, mostrando come l’umano, nella sua articolazione contemporanea, possieda una così profonda valenza razziale che nessun uomo di colore potrebbe mai qualificarsi come umano. La sua critica, così formulata, implica infatti anche una critica della mascolinità, asserendo implicitamente che l’uomo di colore è effeminato. Tale formulazione implicherebbe che nessuno che non sia “uomo” nel senso mascolino del termine può essere umano, suggerendo che sia il concetto di maschio che il privilegio razziale abbiano preso parte alla creazione della nozione di umano. La formulazione di Fanon è stata ampliata da alcuni studiosi contemporanei, inclusa la critica letteraria Sylvia Wynter (1997), sino a comprendere anche le donne di colore e mettere in discussione le griglie razziste entro le quali la categoria dell’umano è stata articolata. Queste formulazioni mostrano i differenziali di potere impliciti nella costruzione della categoria dell’ “umano” e, allo stesso tempo, insistono sulla storicità del termine, sul fatto che l’ “umano” è stato forgiato e consolidato nel tempo.

(J. Butler, La disfatta del genere, Meltemi, Roma 2006, pp. 37-38)

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