Alcuni commenti

Riporto uno stralcio dello scambio di battute che si è svolto su Asinus Novus in calce al mio articolo Siate affamati, siate stupidi, perché c’è un commento che mi è parso tanto bello e illuminante e mi piace tenermelo vicino, che non vada perso nei meandri del web, tra le cose che nessuno legge più:

Anton: Ode alle vite in-fami.
(Peccato per il titolo: ma forse è ironico)

Serena: (Sì, è ironico. Ma è così brutto? Non è piaciuto a nessuno. Mica è un omaggio a Jobs, è venuto così…)

Anton: Più che altro mi fa pensare alla campagna della Diesel. Don’t be smart Be stupid. Ma è se ironico, ok
(Non so se ricordi quella carrellata di orrori:  http://theinspirationroom.com/daily/2010/diesel-be-stupid/)

Serena: Occielo che obbrobrio, avevo rimosso. Quella però è proprio idiozia, il concetto di stupidità che ho in mente io è da intendersi come la negatività e la negazione di un certo tipo di razionalità, quella che poi critico. In effetti dovrei trovare qualcuno che scelga i titoli al posto mio.

Marco: io metterei un disclaimer prima di ogni tuo articolo in cui precisi che non fai l’apologia dell’irrazionalismo, della follia ecc.

Serena: Ci scriverò un articolo.

Anton: Io lo metterei solo per questo: NO DIESEL.
Anche se in realtà, sta bene così, sto titolo, come rovesciamento ironico (e giustamente un po’ sarcastico) di quella logica (di merda: tanto per parlare: ma vi rendete conto della caterva di messaggi discriminatori, stereotipizzanti e struttatòri, in ognuna di quelle immagini gggiovani?)

Serena: Rido sulla logica (di merda). Non le ho guardate molto bene quelle immagini, mi è venuto il nervoso e ho chiuso. Ora evito perché mi guasterebbero l’appetito. Riapro dopo, così magari salta fuori bel pezzo contro la DIESEL e anche contro la follia intesa in senso nietzchiano e finalmente tutti capiscono che non sono così “pop” e neanche nietzchiana, che è peggio.

Anton: Ecco, scrivi un articolo sulla DIESEL.

Rita: Comunque dobbiamo nominare un “titolista” ufficiale per Asinus, nel caso in cui qualcuno (tipo me) avesse difficoltà a trovare titoli appropriati per i propri articoli.
Io il titolo di Serena nemmeno l’avevo ricondotto allo slogan di Steve Jobs, sarà che quell’uomo mi è sempre stato talmente sulle scatole che non l’ho mai seguito in maniera attenta.
Credo che la campagna della Diesel volesse lasciar intendere comunque un recuperare la parte “sentimentale” a dispetto di quella più propriamente razionale o calcolatrice (il che è paradossale, visto che si tratta di una campagna di marketing), quindi quel “be stupid” stava per “segui il tuo cuore”, qualcosa del genere… (non ho cliccato sul link che avete messo, potrei sbagliarmi sulle reali intenzioni del messaggio, ma è ovvio che per la Diesel sotto sotto debba aver significato: “siate stupidi, lasciatevi abbindolare dalla nostra campagna, comprate i nostri prodotti!), o almeno è così che il target cui era rivolta (gli adolescenti, soprattutto) l’hanno recepita. Tempo addietro mi capitò di leggere una discussione proprio su questo ed erano più o meno tutti concordi nella decodificazione del messaggio.

Anton: Attenzione, perché quello slogan non era un innocuo (ma poi che ci sarà d’innocuo in uno stimolo – imperativo – al consumo?) “va dove ti porta il cuore” – che già innocuo come messaggio non è: si veda la sistematica sostituzione del sentimento col sentimentalismo nel mondo che ci capita di abitare: l’imporsi dei “valori” come equivalente universale dello scambio emotivo ed etico.
Quello slogan *vende*, ma non vende una merce, vende insieme alla merce un brand: cioè vende uno “stile di vita”, in un mondo in cui lo “stile di vita” – Serena sembra accennare a un simile giudizio, io premo sull’acceleratore – ha sostituito l’esistenza come essere al mondo, essere con gli altri, essere interroganti, ecc… insomma l’esistenza come essere esposti, essere estroflessi da sé. A quello che Husserl e i fenomenologi chiamavano “mondo-della-vita”, un lifestyle per soggetti individualizzati, introflessi e insieme svuotati, pronti a sostituire la propria esistenza, il mondo su cui essa è aperta, con merce che non è fatta più solo di oggetti materiali, ma di simboli (ridotti a segni che vigono senza significare), contenuti cognitivi, “valori” (appunto), modelli di socialità e interazione relazionale, tutti intercambiabili fra di loro. Vende simulacri di esistenza, di vita. E’ molto di più, tutto questo, dell’imporsi dell’imperante astrazione della ratio borghese e della sua meccanizzazione della vita. Molto più del feticismo delle merci. Ed è perfino di più della radicalizzazione incondizionata e volgare di quel che Fink chiamava “oblio del mondo”. Questo è un rovesciamento dell’esistenza a mò di calzino, il suo annientamento in quanto esistenza (una forma di annientamento che Derrida forse non sapeva manco immaginare: ci sono destini peggiori della morte e non sono solo il dolore, il lutto, la menomazione fisica). E’ la sua riscrittura da cima a fondo da parte del potere: altro che controllo e disciplinamento. Qui il biopotere è *sovranità* ontologica capillare.
E al contrario di chi crede che noi si sia davanti al rischio – e alla chance – di crollo del capitalismo, e che ci si debba tutti preparare a un’aurea era neoprimitivista, la crisi in cui siamo immersi è strutturale ma nel senso che è cosostanziale al capitalismo stesso: è una fase di ridefinizione dei rapporti di potere e delle gerarchie. E “gerarchia” va inteso qui in senso forte: nel senso etimologico di “ordine sacro” che promana da un sacro principio che è principio di comando e sovranità. Il capitalismo non è semplicemente “ateo”: esso ha scalzato Dio come equivalente universale del “traffico” delle anime e degli enti in generale. Ha scalzato Dio dalla sua posizione di creatore di esseri a sua immagine e somiglianza. E se ora il capitalismo è Dio (lo avvertono in tanti, anche se in modo insufficiente, quando parlano del “Dio mercato”) noi *rinasciamo* a immagine e somiglianza del capitalismo. E benché questo duri da molto, la capillarizzazione neoliberista, il suo incorporare il soggetto “pensante” (dicesi capitalismo cognitivo), la sua riscrittura del pensiero stesso in termini di calcolo economico (si badi bene: non semplicemente di calcolo, ma di calcolo dell’economia delle decisioni e dei giudizi: e questa non è una mia deduzione, sono teorie che riempiono i testi neoliberali) produce un salto di natura e non solo di grado. Qualitativa, non quantitativa.
Tutti, che lo si sappia, lo si ammetta, o no, siamo innervati da questo nuovo Dio (quello che avrebbe dovuto salvarci?) fin nel nostro corpo: nervi in senso proprio, per quanto riguarda il nostro corpo vivente e significante.

Il titolo di Serena sovverte dall’interno questa logica, rovesciando il senso dello slogan brandizzante. Il suo articolo è un abbozzo di sovversione ontologica. Stupidi come *stupiti*: e non di nuove merci, ma del fatto che non siamo solo merce (produttori-consumatori calcolanti). Uno stupore che con timore e tremore e attraverso vie tortuose può portarci sul margine del mondo ridotto a mercato, forse a rivedere il *mondo*. Bisogna fare esperienza di una grande povertà, però: e non certo di quella materiale (comunque non basterebbe). Ma della povertà del “tempo della povertà” di cui parla Hölderlin, in cui si è “segni non significanti”. In cui solo i poeti (fanciulli stupiti: in-fanti) possono “più in fretta scendere all’abisso”, per “capovolgerlo da cima a fondo”. Perché sia cacciato questo sedicente “ultimo Dio”.

Con meno poesia: se il capitalismo ci innerva, dobbiamo fabbricarci davvero e finalmente corpi senza organi: cominciando con lo strapparci via questi nervi del potere.

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2 risposte a “Alcuni commenti

  1. la stupidità proposta in un marketing non può che essere confezionata. ma hei, non dico questo con pregiudizio.

    la stupidità vendibile è quella sciocca ed esagerata, quella che dice: hei non importano le tue emoz. frutto di anni & anni di condizionamento culturale, io sono ganzo quindi posso orinarti sulla panda e sentirmi ok! Quella stupidità che mira all’assoluz. del giovinetto o dell’adulto insoddisfatto. Quella che magari guardi un video su youtube e dici ahahaha è così che si dovrebbe vivere TE LO DICO IO!

    la pubblicitò della diesel ha dei toni proprio da parroco giovane che ascolta la musica rocks. Cioè quella mano sulla fronte come a dire hei, puoi pure essere scemo, vai tranq., noi tiamiamo lo stesso, anzi ti amiamo proprio per questo, perc la tua stupidità ti rende speciale.

    io non ho intolleranza contro le stupiditò confezionate, ma loro nei miei riguardi sì. cioè non è una confez. che accetta tutto. accetta solo certi tipi di colori e soprattutto il: we are young, we are fre, give us a friend, give us the night we’ll be alright cioè ci siamo capiti? quella banalizz. della adolescenza spensierata e.t.c.

    e tutto ciò che è bruttosporcizia e/o non è di plastica non va mica ok.

    mi vengono un pochettissimo in mente gli youtubers con le loro cam HD e i UN ATTIMO C’È IL SERVIZIO SUL BONDAGE SU RAITRE

    dicevo, le loro cam HD e i banner accantivanti e i mille colori, e la sessualità ambigua, le parukke, i colori, la gay wave, io magari ci rido pure però non è che non mi rendo conto dai.

    insomma l’occhio vuole le sue numerose parti, etc.

    sono trasgressioni finte, ecco. Sono programmate, sono un pomeriggio, sono le reazioni dei passanti, sono il sole e le magliette arancioni sui marciapiedi, sono stupidità ordinate, brrr! non mi ci fate pensare, che io ci rido eh! dico magari mi fanno ridere, ma se ci penso poi spello.

    io non ho niente contro l’estetica&le mode e la bellezza e l’armonia e l’accostamento dei colori e i parametri per uoei essere fichi è solo che io sono proprio ossessionata dal desiderio di contraddire l’ordine

    tanto che non so nemmeno che dico, dico, non lo so nemmeno io.

    infatti non mi interessa molto un discorso di fuga dalla responsabilità, cioè non mi feriscono in questo caso le implicaz etiche&morali, ciò che mi ferisce è la necessità domandaofferta del ok da qui in poi sei figo, se fai questo sei fico, PER ESSERE FICO DEVI, e altre storie.
    cioè a me sta antipatica la stupidità che si sopraeleva. la stupidità dell’essere al di sopra di tutto, del piscintestismo. quella stupi dità cioè che assomiglia tanto alla cattiveria viziata.
    la cattiveria & il sadismo occorre saperli portare, mi sembra una faccenda da tenere sempre a mente.

    la mia stupidità significa riuscire a giocare nel tutto, riuscire a rotolare su se stessi per la vita con una faccia da gatto intenerito
    essere sorridenti e privi di astio&risentimento
    mi riferisco a quelle persone che ti odiano se tua nonna muore mentre siete in vacanza. ecco quelle sono le persone che più mi terrificano in assoluto, di loro ho una paura folle.

    Comunc il freddo calcolo del razionale orripila anche me, approvo il vivere a sentimento se c’è consapevolezza, e sopratt. se c’è la volontà di guardare veramente l’altro. non dare per scontato che l’altro sia banale, fagocitat. nel sistema, uno come tanty. ci si può avvicinare a tutti e fuggire con altrettanta velocitò se ciò che perc.p.iamo non ci piace.

    Hei ma c’è un sorrisino minuscolo in fondo alla pagina!

    la stupidità cieca non è creatività.
    la stupiditò che non guarda all’altro, la stupiditò che si autoreferenzia è antipatica. e non è che gli altri sono stronzi perché non la capiscono. non sopporto la stupidità presuntuosa, che se gli altri non stanno al gioco allora sono stronzi. e no! il gioco deve essere un gioco d’amore, e l’altro devi guardarlo negli ok ky, e non forzare perc i mezzi per raggiungere un fine possono essere variopinti

    la stupidità delle tenerezze soffre per lo sguardo altrui quando è carico d’astio e ostinato nella non-comprensione, e per questo va liberata, coccolata, incoraggiata. ha un bisogno disperato di esprimersi ma tutto si ripiega su di lei per soffocarla, che brutto.

    uffa

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