Un tango con Flannery

Il tango, a differenza di quanto comunemente si crede, è un ballo tragico. L’elemento romantico, sensuale, è sicuramente presente, ma non assomiglia in nulla alla versione caricaturale che ne viene data nelle rappresentazioni più note. Il tango muove da una passione triste, languisce. Languisce anche chi si avvicina ad esso per gioco, e scopre suo malgrado che l’apparente naturalezza di quei movimenti è un’impostura. Il tango è tragico e complicatissimo, e richiede uno sforzo sovrumano, prima di tutto al corpo: la prima cosa che si impara è che i piedi e le gambe devono restare ben piantati a terra e saggiare il terreno, mentre la parte superiore del busto deve aprirsi e tendere ininterrottamente verso l’alto. Si danza all’interno di questa tensione, che deve rimanere irrisolta; se non si possiede il controllo sufficiente per farlo, si finisce per spaccarsi in due e trattenersi troppo a terra o troppo poco a terra, il movimento perde in fluidità e segue la musica a tentoni.

Leggere Flannery O’Connor è come ballare un tango. Io, che tengo agli animali, sono sempre incuriosita da uno sguardo che sappia posarsi su un pollo – sì, su un pollo – e Flannery, di primo acchito, sembrerebbe vivere per i suoi volatili. Quel possessivo, in effetti, dice già tutto sul suo conto, sebbene Flannery in qualche occasione tenda a rifiutarlo – ma non vi è nulla di sincero in quel rifiuto, che è tutto funzionale, non so quanto ne sia consapevole, a sospendere in un alone di grazia la cornice in cui ha incastonato i suoi uccelli, soprattutto i suoi pavoni. Leggetela, e ditemi se è possibile non rimanere rapiti dalla perizia con cui osserva ad uno ad uno il maschio, la femmina e i piccoli di pavone, o non sorridere del trasporto totale con cui ci restituisce le loro abitudini. E non si accontenta di descrivere: commenta, suggerisce, dà interpretazioni. Sempre un passo avanti a quelle degli altri, sempre deliziose: «Il maschio apre la coda scrollandosi con veemenza fino a quando la solleva lentamente a formare un arco che lo sovrasta. Poi, prima che chiunque abbia avuto la possibilità di ammirarlo, si volta, dando la schiena al pubblico. Qualcuno lo prende come un insulto, altri come un capriccio. Io ritengo semplicemente che il pavone sia ben soddisfatto di entrambe le prospettive sfoggiate». La bellezza della sua scrittura duella con l’orrore che suscita in me il suo sguardo sul mondo animale, uno sguardo che giudico, in ultima analisi, mostruoso. Ne traggo impressioni violente e contrastanti. Flannery ama i suoi animali come una bambina ama la sua casa di bambola, e come una bambina sceglie i suoi bambolotti favoriti: i polli smarriscono la loro magia non appena il Railway Express le consegna, dalla Florida alla Georgia, il suo primo pavone; le falene sono odiose; il vitello venduto a un’altra fattoria non merita una parola, non una. I commentatori di Flannery adorano questo suo vezzo come si apprezza la bizzarria del genio, spesso è inteso come prova della sua spiccata sensibilità e del suo amore per gli animali. Ma tutti noi abbiamo amato le nostre bambole. Il suo occhio, attento e curioso, è già da sempre disponente. Rimane un’allevatrice, o, più propriamente, una collezionista. Anche laddove sembra lasciare il pavone alla sua «pavonità», non fa che esibirci se stessa e il suo mondo interiore, un mondo interiore enormemente ricco che desta stupore e meraviglia, ma da ultimo straborda sull’ignaro pavone e lo ingloba. Flannery cuce vestitini per polli. Flannery, nelle lettere, ferisce i suoi interlocutori, e non se ne accorge. Non c’è da stupirsi a consigliarmela sia stata una stronza.

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13 risposte a “Un tango con Flannery

  1. Purtroppo spesso si ha la tendenza ad identificare l’amore con il possesso. Anche il collezionista di farfalle si può dire che ami le sue farfalle, pure se ne trafigge il corpicino con lo spillo e ne fa mostra in un quadretto.
    Tanta tanta gente, troppa, per quanto mi riguarda, asserisce di amare gli animali e limita questo “amore” ad una cura esagerata per il proprio cagnolino o gattino.
    Amore, non per essere retorica, ma lo penso veramente, è desiderare il bene e la felicità dell’altro, ANCHE in assenza nostra, ANCHE senza di noi. Così amare gli animali dovrebbe significare lasciarli dove sono, liberi di vivere nel loro habitat, e non portarseli a casa per poi osservarli ed ammirarli.
    Non mi viene tanta voglia di leggerla, per lo stesso motivo per cui ho mollato a metà “Cane e Padrone” di Mann, che pure è scritto divinamente e descrive benissimo questo rapporto tra un uomo ed il suo cane e le loro scorribande nei boschi, in mezzo alla natura, un rapporto però fondato sulla logica del possesso, appunto sul concetto che l’uomo sia soggetto ed il cane il suo adorabile oggetto di venerazione.
    Un abbraccio. 🙂
    P.S.: comunque molto raffinata la tua analogia con il tango per descrivere l’effetto di questa lettura.

    • Ahahahah, che ho fatto! No, ma leggila Flannery, credo anzi possa piacerti molto…io, forse, l’ho leggerissimamente usata a pretesto. Anche se si presta benissimo, penso davvero ciò che ho scritto. E poi l’ultima edizione Minimum Fax de Nel territorio del diavolo (da cui è tratto Il re degli uccelli, che ho linkato e commentato) ha l’introduzione del tuo amico Christian Raimo!
      Scherzi a parte, il mio ormai noto masochismo mi porta a leggere con un certo interesse tutto ciò che si discosta radicalmente dalla mia visione, quindi è probabile cominci anche Mann (se non sbaglio Cane e Padrone lo avevi nominato anche sul tuo blog).
      Restituisco l’abbraccio, e grazie per il generoso P.S. 🙂

      • ah beh, allora se c’è l’introduzione di Raimo corro subito in libreria… 😀
        Sì, di Cane e Padrone avevo già parlato in un post sulla letteratura e i cani, o i cani nella letteratura (scrittori cani a parte). 😀 Dicono che avrei dovuto leggerlo fino alla fine, che in fondo quel rapporto è una metafora ecc.ecc. però a me dava fastidio l’impostazione e poi anche il fatto che andassero a caccia.
        Io vorrei fondare una critica letteraria antispecista, come esiste quella femminista, anticolonialista ecc.: rivedere tutte le opere del passato sotto una nuova luce critica, ma soprattutto quelle del presente. Chissà se si può fare.

      • Occielo no, credo una critica letteraria antispecista non sia in alcun modo possibile né auspicabile: massacreremmo tutta la storia della letteratura! Meglio piuttosto scrivere questi post così smodatamente ingenerosi e poi pentirsene…perché me ne sono già pentita, e sono sempre più convinta la cara Flannery si sia beccata strali che avevo più che altro bisogno di lanciare. Hai letto il racconto dei pavoni? E’ breve, e mi interesserebbe molto il tuo giudizio, sapere se sei d’accordo con me. Di lei mi fu consigliato Sola a presidiare la fortezza, che poi sono le lettere: bellissime, tra l’altro pervase da questo umorismo meraviglioso che in certi punti ti fa piegare in due dal ridere da quanto è leggero e insieme sfacciato. Perdonami, Flannery! Però che hai l’approccio della collezionista è vero.

  2. mah, quel finale?! spiegacelo

  3. Letto il racconto dei pavoni. Vuoi la verità? Non mi è piaciuto per niente. Traspare, e nemmeno tanto velatamente, il tono di superiorità dell’autrice, a dispetto di quello che dice dei suoi amati pavoni. Per lei sono cose, oggetti da rimirare e basta. Come un bell’arazzo, un dipinto, un caleidoscopio. Non ho percepito nemmeno il più flebile segno di affetto. Empatia zero.
    Le descrizioni sono accurate, ma anche troppo ridondanti. Il fatto è che per seguire queste descrizioni e riuscire ad immaginarsi un pavone bisogna già averne visto uno. E sai perché? Perché rimangono fredde, come un esercizio letterario, non sono vivificate dal “sacro fuoco dell’amore”. La letteratura per farsi viva e non rimanere parola morta deve trasmettere al lettore il medesimo amore che l’autore prova per tutti i personaggi che descrive (reali o immaginari che siano), anche quelli negativi. Non mi sembra affatto che Flannery ami i suoi pavoni, o almeno questo amore non traspare. Dunque, se non traspare, le cose sono due: o è una pessima scrittrice perché non comunica quello che realmente vuole comunicare, o non li ama proprio, ed io propendo per la seconda ipotesi.
    Non mi piace la maniera in cui parla degli animali in genere (“quelle grosse e odiose falene”).
    L’ironia sì… è soffusa, ma deriva appunto da un sentimento di superiore distacco che l’autrice mette in atto nel momento in cui osserva. Il distacco è necessario per l’esercizio dell’ironia, ma il rapporto tra l’osservato e l’osservatore deve essere alla pari affinché l’osservatore possa riconoscersi nell’osservato e da lì far scaturire il riso. Invece Flannery mostra ammirazione per i pavoni, ma li osserva sempre dall’alto in basso, consapevole della superiorità data dal suo status di essere umano.
    Non è nemmeno un racconto che ti fa innamorare dei pavoni semplicemente perché l’amore, appunto, non traspare. Non vi leggo il trasporto che ci hai visto tu.
    Vedi, tu potresti obiettare che dovrei limitarmi a giudicare il mero aspetto letterario formale, senza portarmi appresso il “vizio antispecista”, ma il punto è che forma e contenuto non possono essere mai davvero disgiunti. Non posso essere d’accordo con te (una volta tanto non siamo d’accordo) quando dici “La bellezza della sua scrittura duella con l’orrore che suscita in me il suo sguardo sul mondo animale” perché io non separo mai forma e contenuto. Il contenuto è sempre inscritto nella forma e viceversa.
    In particolare nella O’ Connor mi sembra che la qualità veramente letteraria dei suoi scritti (ossia di questo suo scritto) non sia altro appunto che il riflesso pungente ed ironico del suo sguardo sul mondo – e quindi di quell’ironia che però, nel suo caso, nasce da uno sguardo “paterno” superiore, come di un Dio che osservi dall’alto le sue creature e se ne compiaccia e poi si diverta a vedere quanto esse siano così dignitose tanto da snobbarlo, ma senza che egli ne abbia tanto a risentirsi perché in fondo sa che potrebbe annientarle con un battito di ciglia, ché esse sono “creature sue” (visione che riflette anche il suo essere cattolica fervente) e se esse sono lì davanti ai suoi occhi è perché lui le ha messe lì, le ha allevate… anzi, collezionate e in fondo dipendono dal suo volere, a dispetto di quella chiusa finale in cui sembrerebbe voler concedere – ma come appunto una concessione caduta dall’alto – l’ultima parola ai pavoni. Una chiusa che percepisco come non autentica. Chi colleziona oggetti potrebbe anche stancarsi e passare a ciò che è capace di suscitare ed allettare ancora più meraviglia.
    Dopo aver letto Il re degli uccelli non mi è venuta voglia di leggere altro di suo, ti prendo in parola e non metto in dubbio che le lettere siano bellissime, ma non sento alcuna affinità tra me e questa scrittrice. Vedi, non è che io rifiuti tutto ciò che non è affine alla mia maniera di pensare, tutt’altro, anche perché allora non dovrei che leggere o guardare sempre quei quattro o cinque libri e film. Però da chi ha una visione antitetica alla mia devo pur apprendere qualcosa, che mi si mostri almeno una visione inedita – pure se non condivisibile – dell’esistenza. Non mi pare che Flannery mi abbia detto qualcosa di nuovo, né mi ha colpita in particolare la sua scrittura.
    Forse non si dovrebbe giudicare la qualità letteraria di un autore solo da uno scritto perché ogni prosa è come una lingua nuova che deve essere appresa pian piano, ma questa prima impressione è negativa.
    Sono stata spietata, eh? 😀
    E dire che io detesto fare critiche negative, preferisco parlar bene di chi mi piace, anziché male di chi non mi piace. Però è anche importante capire perché un autore o un’opera non piacciono.
    Un abbraccio. 🙂

    • Non hai idea di quanto mi onori con questo tuo commento. Penso sia molto bello e che tu sia riuscita a dire alcune cose che io volevo esprimere nell’articolo, non so quanto riuscendoci. Grazie grazie grazie, forse potresti cavarci fuori un post per il tuo blog e non lasciarlo qui a marcire, cosa dici?
      Al di là del tuo appunto su forma e contenuto, che mi spiazza un po’ (dopo ci torniamo, sii clemente però, io ho letto molta meno narrativa di te e di critica letteraria non so un bel niente), credo che sostanzialmente concordiamo. Flannery non ama i pavoni come li ameremmo tu od io, d’altronde è una fervente cattolica – con questo non intendo sminuirla, io la leggo con interesse anche quando parla di San Tommaso, figurati – e il suo sguardo sul mondo animale è quello. Ti ricordi come rispose Raimo alle tue critiche su minima et moralia? Sono uguali, ma lei è sicuramente una grande scrittrice (non è una frecciatina: lui non l’ho mai letto, devo essere onesta. A Leonardo piace). Per lei l’uomo è fatto a immagine di Dio, di lì non la smuovi: “Se non ci fosse l’inferno saremmo come animali. Niente inferno, niente dignità.” Ovviamente tutto questo a me ripugna nella maniera più assoluta e mi chiedo come potesse, con una sensibilità come la sua, non accorgersi di quanto le sue belle uscite sui pavoni fossero vuote (sulla chiusa sono così d’accordo con te!) e, in una certa misura, sentimentali. Sì, sentimentali, perché vagamente edificanti ma senza sentimento, questo lo hai notato molto bene anche tu. Tra l’altro se sapesse che ho usato questa parola per descrivere qualcosa di suo troverebbe il tempo di alzarsi dalla tomba e venire personalmente a sputarmi in un occhio.
      Questo racconto non ti fa innamorare dei pavoni, hai ragione anche su questo. Ti fa innamorare di lei, o almeno, a me è successo (ma conta che io mi innamoro sempre di tutti, sono una specie di incontinente). Per me non esiste quella distinzione tra forma e contenuto che mi attribuisci: la forma di Flannery è esattamente il suo contenuto. Io leggo lei, e mentre leggo lei penso esattamente come lei, il che è anche un po’ schizofrenico perché ovviamente non posso liberarmi della mia ombra. Mi muovo nel suo mondo e sono conquistata da come ne parla, dalla cura e dall’entusiasmo con cui lo fa. In questo senso sono combattuta e la bellezza della sua scrittura riesce per qualche istante a rendermi accettabile e comprensibile anche il pavone-bell’arazzo, dipinto o caleidoscopio. Qui penso proprio che siamo diverse io e te: tu i taurini non riesci a leggerli, io cerco di entrare nelle loro parole e probabilmente a volte ci riesco anche troppo, visto che mi emoziono. Poi torno in me e comunque in me ci sono sempre stata e meno fendenti a destra e a manca. Se non mi avessero toccata, probabilmente non avrei neanche bisogno di farlo.
      Sì, sei stata spietata, e di questo non posso che ringraziarti. Siamo al quarto ringraziamento, forse è necessario chiudere prima che ce ne scappi fuori un quinto 😀

  4. Ciao Serena,
    sono felice che il mio commento ti sia piaciuto, ma in fondo sono io che devo ringraziare te per lo spunto offertomi di fare alcune considerazioni.

    “In questo senso sono combattuta e la bellezza della sua scrittura riesce per qualche istante a rendermi accettabile e comprensibile anche il pavone-bell’arazzo, dipinto o caleidoscopio.”.

    Sì, lo capisco questo e non dico che non succeda anche a me spesso, altrimenti davvero non sarei in grado di provare piacere alcuno nella lettura.
    L’approccio alla lettura dev’essere sempre di pura totalizzante immedesimazione. In quel momento si fa molto di più che leggere il Taurino di turno (tanto per fare un esempio, visto che li hai citati), si diviene lui, si fa proprio il suo sguardo su quel mondo e quindi si provano le sue stesse emozioni. Il che, aggiungerei, è il presupposto fondamentale di ogni arte perché se non fosse così non potremmo esserne coinvolti a livello sensoriale e non ci sarebbe quella che definiamo esperienza estetica.
    Poi arriva il momento in cui subentra la mediazione intellettuale e si fa entrare in gioco la propria capacità critica, ed è a quel punto che ci si domanda: “ma in tutto questo il toro dov’è?” ed ecco quindi che si riapre l’abisso tra noi e il Taurino.
    Il punto, come hai scritto nell’altro articolo, è che negli scritti dei Taurini il toro è del tutto assente. Il che, converrai con me, è un tantino paradossale. Il loro sguardo è miope, diretto verso un’unica direzione che è quella strettamente autoreferenziale. La mia sensibilità ormai mi rende impossibile non immedesimarmi anche con il toro e questo finisce per prevalere su tutto il resto.
    Pensa quanto diverso sarebbe un racconto interamente – o anche – incentrato sulla paura, le sensazioni le emozioni del toro; pensa solo a quanto il lettore, immedesimandosi nella sua paura, potrebbe, tramite la semplice esperienza estetica, riflettere anche sulle implicazioni di tipo etico (“che diritto ha l’uomo di uccidere e torturare un animale?”) e tutto questo senza che vi sia stato un fine dichiaratamente pedagogico (in effetti per riuscire a diffondere l’antispecismo dovremmo ricorrere più spesso all’arte – con la speranza di suscitare l’esperienza estetica – e meno alla teoria).
    Fare proprio lo sguardo altrui è comunque un’esperienza necessaria per la comprensione e la scoperta dell’altro, e bisogna che in quel momento vi sia la sospensione di ogni giudizio. Mi domando però se nello sguardo – nostro o dell’altro – non sia anche già sempre implicito un giudizio. Lo sguardo è sempre violento e non è mai neutro, secondo me.
    Quello che non mi piace dei Taurini è che loro per primi non compiono il minimo sforzo per mettersi nel panni del toro. C’è nei loro scritti una scontatezza ed una cecità che mi amareggia assai. Perché allora io dovrei fare lo sforzo di mettermi nei loro panni se loro per primi negano al toro la possibilità di essere visto ed ascoltato?
    A quel punto penso che c’è ancora tantissima roba che devo leggere, tantissimi capolavori, perché devo perdere tempo con i Taurini? Allora se proprio devo mi leggo Hemingway, Taurino anch’egli.
    E’, sempre in definitiva, una questione di scelte e priorità. Quindi di etica.
    Mi rendo conto di essermi un po’ contraddetta in questo commento, prima ho parlato dell’esigenza di sospendere ogni giudizio nell’esperienza estetica, poi dell’impossibilità di affrancarsi da un giudizio etico che è sempre espressione valoriale della nostra visione esistenziale.
    Il punto è che non esiste una critica oggettiva e neutra. Portiamo sempre sul testo le nostre aspettative ed il nostro patrimonio esperienziale. Per quanto riusciamo ad immedesimarci, alla fine è a noi stessi che facciamo ritorno.

  5. ehi, ce l’hai con me?

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