Requiem per la fine della specie

Il requiem che si suonerà stasera non è per l’estinzione umana. Ma per la fine dell’umana signoria sugli esistenti di tutte le specie, compresa la propria. Il crollo di un regno che si è trasformato da dispotismo a tirannia totalitaria in cui lo stesso sovrano è rimasto intrappolato. È la stessa sovranità a cadere a pezzi, aprendoci il colpo d’occhio sull’ignoto spazio profondo di un futuro che a stento riusciamo a immaginare.

È tutta la catena di comando a saltare per aria: gerarchi, generali, ufficiali, soldati e guardie di un mondo specista che implode. E sono gli anelli della catena di un tempo cumulativo e ascendente, di cui l’uomo si è spacciato come il culmine, a disgiungersi nel crollo. Sopraggiunge una disseminazione orizzontale delle specie e degli esistenti, dell’intera struttura delle cose, come in un’esplosione multipla di stelle che generano la trabocchevole materia di un nuovo universo. L’essere è finalmente in abbandono, permettendoci l’abbandono alle nostre esistenze e delle nostre esistenze le une alle altre: l’essere si svela come il transito punteggiato degli esseri e come il gioco delle loro relazioni. Umani e non umani.

Ma è la stessa categoria di specie a incrinarsi nell’urto con le esistenze singolari e irripetibili esposte le une alle altre nel gioco della con-divisione e del con-tatto. Il gioco infinito del’accadere di ogni singolo con-tatto reale che avviene, attimo per attimo, incalcolabilmente, relega ogni categoria identitaria (specie, razza, genere) all’astrazione. Il mondo è finalmente visibile come il gioco di rimandi di questi tocchi singolari, inafferrabili dal concetto, sondabili nella loro abissalità insondabile soltanto dalla partecipazione della singola esistenza alle altre, dal salto in questo gioco abissale di ogni esistente singolare in carne ed ossa. L’essere si declina ormai alla seconda persona: tu, per ogni tu che viene nominato, e ancora prima toccato, incontrato.

Eppure il mondo specista dura. Ancora si tiene insieme, si dibatte contro la sua estinzione, resiste al proprio trapasso dovuto. Si scatena anzi in una violenza cieca. Perché la catastrofe di un mondo è insopportabile per chi ne detiene il dominio, materiale e simbolico. Insopportabile appare il lutto per chi lo abita avendolo accettato rassegnandosi alla sua ingiustizia.

E allora tocca a tutti, cioè a chiunque partendo da te e da me, in tutti i gesti e discorsi che offriamo in dono al nostro prossimo, prendersi il carico di questa ingiustizia opponendovi la giustizia che può accompagnare l’immondo al suo trapasso verso un mondo liberato, ovvero un mondo degno di questo nome.

Offriamo il dono della giustizia: offriamolo alla sua inesausta circolazione.

Cominciamo a suonare questo requiem gioioso.

(by Munus Umanus, http://munusumanus.blogspot.it/)

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