Dacci oggi la nostra cattiva coscienza quotidiana…

Devo scusarmi con lettrici e lettori del blog: mi rendo conto, nell’ultimo periodo, di essere diventata alquanto monomaniaca. A mia parziale discolpa, posso confessare di esserci diventata mio malgrado, e di non esserne granché felice. Sopportatemi come si sopportano gli scemi, o i matti. La monomania c’è nel DSM? Chissà. Gesù, ora anche questo tono intimistico…siamo proprio messe malino. Il fatto è che quanto circola in rete contro vegani e animalisti supera, in astio e rancore, gli attacchi che subisce da Pontifex ogni omosessuale che non si pente strenuamente di esserlo e non si vive come sconcio e malato. E sì che non è facile battere Pontifex, ve lo assicuro. Omofobi e anti-antispecisti: le due categorie di persone che più mi spiazzano in assoluto. Non tutto mi scivola addosso. Osservo stupita il gonfiarsi di tanto risentimento, e me ne chiedo le ragioni (ora diranno che faccio la vittima: pazienza, scriverne mi aiuta a fare chiarezza).

Non sto parlando di quelli che sono incappati in qualche vegan scassapalle e ne hanno dedotto che tutti i vegani devono avere inscritto nel DNA il gene-intolleranza: nella loro ristrettezza mentale, questi infelici ragionano proprio come i razzisti, ma almeno li si spiega. Mi riferisco a chi ce l’ha con un vegano a prescindere, ed esprime tale veleno in ogni singola riga che esce dalla sua penna – o dalla sua tastiera. L’idiosincrasia prende spesso la forma di uno sfottò: l’ironia, però, non è mai leggera e deliziosa, non danza sul suo oggetto. In effetti, non è nemmeno ironia. È sarcasmo, e il suo oggetto lo vuole distruggere ad ogni costo. La forza e la persistenza degli attacchi mostrano un bisogno spasmodico di ridicolizzazione che mi sembra rivelatore.

Ipocriti e smidollati, smidollati e ipocriti: questi sono i due punti su cui si insiste di più. Rammolliti dal benessere delle opulente società occidentali, non sapremmo più accettare l’esistenza del dolore e la sua necessità; non potendolo eliminare, ci limiteremmo quindi ad allontanarlo in un rinvio che rimane fine a se stesso: l’importante non sarebbe estinguerlo – cosa impossibile – , ma sentirsi le mani fintamente pulite. Ipocriti e smidollati, smidollati e ipocriti.

Io mi chiedo in che diavolo di società viva chi si esprime in questa maniera, e se abbia mai messo il naso fuori dalla finestra di camera sua. Mi chiedo anche, ma sinceramente, quale sia la sua auto-percezione. Posso infatti accettare le critiche che mi muove, ma a patto che ammetta si possano rivolgere, e in maniera tanto più pressante, alla stragrande maggioranza della popolazione che divora bistecche. Perché temo il consumatore medio non assomigli in nulla alle magnifiche bestie bionde di Nietzsche, forti e spietate e insieme innocenti come leoni – no, ma sul serio: è così che vi vedete? – , credo piuttosto affoghi nella sua cattiva coscienza, e che sia proprio questo il motivo del suo sputar sentenze. Non vi è nulla di tragico nel mordere una salamella, fatevene una ragione. Lo sarebbe, forse, sgozzare un maiale: ma è chiaro voi non lo facciate. E quando dico tragico non lo intendo certo in senso nietzchiano; detesto Nietzsche, come lo detestava Levi («Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un’affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare; mi infastidisce il suo tono oracolare; ma mi pare che non vi compaia mai il desiderio della sofferenza altrui. L’indifferenza sì, quasi in ogni pagina») e mi domando perché gli animalisti amino tanto citarlo: vivesse al giorno d’oggi, probabilmente non farebbe altro che chiamarci tacchini, proprio come chiamava tacchini i cristiani e chiunque cedesse all’infrollimento della compassione. È tragico, anzi tragicomico, che un abbondante 90% di chi s’è scelto l’hobby dell’anti-antispecismo paghi altri per fare ciò che lui non vuole fare, altri che lavorino lontani dai suoi occhi e dalla sua sensibilità, borghese quanto la mia, in luoghi che, chissà perché, nutrono da sempre l’immaginario dei film dell’orrore. È tragico che questi altri siano solitamente degli ultimi, inconsapevoli di quante e quali sensazioni provi il maiale intelligente e curioso che massacrano, oppure abbastanza consapevoli da sviluppare tutta una serie di problemi psicologici, oppure ancora costretti, per rimaner sani, ad alienarsi nella sofisticata parcellizzazione della macellazione industriale – si legga e rilegga l’intervista a Timothy Pachirat, un documento illuminante. Rido, amaramente, di un ingordo pusillanime come Fernando Savater, che mentre cerca affannosamente di dimostrarmi la correttezza etica delle sue azioni mi esibisce tutta la sua miseria umana, e dopo aver deriso il mio sentire confessa involontariamente il suo non se ne discosti affatto («Io non pratico la caccia né la pesca – anche se ne consumo i prodotti – e non sarei capace di lavorare in un mattatoio: conosco ciò che ripugna alla mia sensibilità»). Rammollito come me, al salame non ci vuole rinunciare. Il maiale che strilla, però, non lo sa sostenere: ripugna alla sua sensibilità. E allora chi è l’ipocrita, chi, con le mani fintamente sporche, rimuove, occulta, respinge la realtà di un dolore che non si può estinguere, ma certo non è necessario moltiplicare? Ogni vegano con il suo gesto limitato – limitate sono tutte le cose umane – , a tratti insensato e fatalmente votato al fallimento, quel dolore lo guarda in faccia, e reagisce. Le mani non le ha pulite, ma si rifiuta di farle insanguinare agli altri – e di farci retorica sopra. In effetti, il prurito contro i vegani non si spiega col fatto che vorrebbero allontanare sempre e sempre di più tutto questo male, piuttosto con la loro stessa presenza non consentono di scacciarlo a chi millanta di averlo saputo accettare e, innamorato della morale dei signori, si trova a dover riconoscere di vivere nella condizione di schiavo. Schiavo di altri schiavi, che fan fuori altri schiavi per lui.

Ed è paradossale che dopo aver cercato di sminuirmi in ogni modo, l’anti-antispecista di turno mi provochi dicendo che io sarei proprio come lui. Mi è capitato talmente spesso di sentirlo! Se lo ripetono come un mantra. No, caro, io non sono come te. Questa, in effetti, è l’unica cosa che ho. E me la tengo ben stretta.

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6 risposte a “Dacci oggi la nostra cattiva coscienza quotidiana…

  1. tu ti sminuisci troppo, questo post è molto bello. Sintetico, chiaro ed efficace; è vero che dovresti passare meno tempo a frequentare gente idiota e in malafede, però ognuno ha le sue perversioni 😀 D’altronde, se la loro fastidiosa nullità intellettuale ed etica ti stimola a scrivere queste cose, forse hai ragione tu 🙂

    • O forse dovrei smetterla di frequentare TE: son tre giorni che ogni cosa che mi capita mi suscita la voglia di scriverci un pezzo. Non sarà che la grafomania è contagiosa? 😀

      • per sua enorme regola (come diceva Freak Antoni) io NON sono grafomane! è vero che mi viene facile scrivere ma purtroppo riesco ad esercitare questa nobile arte solo negli interstizi vuoti tra il buio del lavoro alienato (sarà intellettuale ma sempre alienato è!) e la luminosità della familiarità faticosa (sarà gioiosa ma sempre faticosa è!) 🙂

      • Ma infatti non è la grafomania, è che rammolliti lo siamo davvero. Come diceva Kraus, si scrive perché non si ha abbastanza carattere per non scrivere 🙂

  2. Clap clap clap!!!
    Bellissimo articolo in effetti.
    Serena sei il mio mito, anzi no, non un mito – ché mitizzare non è bello – ma una ragazza reale che stimo moltissimo.
    Ho sempre pensato anche io che noi vegani diamo tanto fastidio perché ricordiamo l’orrore che avviene quotidianamente nei macelli (ed in mille altri luoghi). E invece la gente non vuole pensare alla sofferenza e alla morte, no, preferisce divertirsi tra amici a farsi una grigliata in giardino. E se per caso osassimo intervenire nel bel mezzo della festa ricordando loro che il maiale invece si è divertito assai poco ad essere trasformato in salsicce, siamo visti subito come guastafeste. Roviniamo l’armonia e la spensieratezza della serata, eh già.
    Parola d’ordine della società odierna: rimozione.

    • Grazie Rita!! Non dico niente perché le attestazioni di stima più gradite mi provocano così tanto imbarazzo che poi me ne esco con scemenze sentitissime ma troppo troppo scontate e rovino tutto: insomma grazie, un abbraccio!

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