Rimembranze

Non fu un incidente grave, ma da allora la mia già scarsa propensione alla guida si estinse del tutto. Ventun’anni: io, la mia vecchia clio verde e il mio ex fidanzato torniamo da Lodi verso Secugnago, al volante ci sono io. Un enorme tir sbuca alla mia sinistra e non rispetta lo stop, immettendosi nella mia carreggiata: mentre io sono in quel punto della carreggiata. Sterzo dolcemente verso destra con un movimento lento e automatico – era mia quella mano? – , riesco a rimanere in corsia e a portare a casa la pelle. Ma per alcuni secondi (lunghi, eterni secondi) io e la punta della clio finiamo sotto il rimorchio del camion. La macchina è bassissima, gli scivola sotto. Non alle ruote. Una, l’ultima, rotea a pochi centimetri dalla mia spalla e trancia di netto lo specchietto laterale sinistro, devasta la portiera. Il conducente non si ferma, sparisce nel buio della notte senza che noi si riesca a prendere targa e provvedimenti: mi fermo io, e scoppio a piangere come una bambina. «Sei stata bravissima. Sei stata bravissima».

La storia finì poco dopo. Quella con Lodi, senza speranza di riconciliazione. È una città che mi è sempre parsa triste e vecchia e, pur essendo lombarda, ho da subito preferito l’emiliana Piacenza. Più cinema, più vita, l’Alphaville, i Quaderni Piacentini. Nessun tratto Lodi-Secugnago in cui enormi tir sbucano alla tua sinistra e non rispettano lo stop, immettendosi nella tua carreggiata: mentre tu sei in quel punto della carreggiata.
Qualche volta, comunque, ci finisco ancora. È troppo vicina, e anche se non lo fosse troverebbe modo d’avvicinarsi, ché son sempre prossime le cose che temi.

Quattro anni che non parcheggiavo nel posteggio del Bennet di San Martino in Strada, tratto Lodi-Secugnago, quasi un lustro. In passato ci andavo molto spesso, perché contiguo alla casa dell’ex fidanzato e dotato di un ottimo banco salumi: due motivi per non tornarci. Ma il frigo piange, e s’era di strada.

Non è cambiato in nulla. Quando finirà il mondo, resteranno i supermercati. Stessa disposizione delle merci, stessi negozietti scipiti e scialbi. C’è anche la cassiera con la tinta troppo accesa per il suo incarnato, un po’ più vecchia e un po’ più stanca. Se si ricordasse di me, sono certa penserebbe lo stesso (avrebbe ragione di farlo). Ma sono solo una cliente tra le tante, con l’unico pregio di non essere sgarbata. Non basta.

Percorro a memoria la corsia dei giocattoli per bimbi – la meno frequentata – e sbuco nell’ampio corridio che porta al reparto frutta, augurandomi di trovarci qualche avocado. Mentre studio, disillusa, le bucce e i prezzi (troppo alti per la qualità dei frutti), lo sguardo è colpito da una vasca d’acqua della grandezza d’un televisore al vicino reparto del pesce. Vinco il disgusto per l’odore, e m’avvicino. Dentro, quattro astici, ognuno accucciato ad un angolo dell’acquario. Non sono rossi e lucidi, ma levigati e scuri. Per un attimo fatico a realizzare siano vivi: praticamente non si muovono. Le chele, rivolte verso l’interno della prigione, sono legate da due strisce di nastro adesivo – una gialla e una arancio. Che strazio. Vedo distintamente i loro occhi: loro vedranno me? Chissà cosa vedono quegli astici desolati. Oscillano un po’ le antenne, ma senza convinzione. Da quanto sono lì?

C’erano anche quattro anni fa, i loro fratelli, e sempre ci passai davanti con passo svelto? Non riesco a ricordare. Nel frattempo, tutto è cambiato. La sensibilità, l’olfatto, il gusto. La percezione dei dettagli. Tutto cambia, e ha dell’incredibile: a volte fisso una fetta di prosciutto cotto e mi chiedo come diavolo facessi a non accorgermi che ha lo stesso identico aroma di un sedere. E non di un bel sedere: di un sedere in un bagno pubblico. Inutile, non riesco a ricordare, i ricordi sono quelli che registrò l’onnivora. Non ho neanche il diritto d’alterarmi con l’inserviente che guarda me come se fossi io ad avere qualche problema, o con le tre signore che attendono il loro turno e non si accorgono di quanto siano brutte queste chele legate. Perché sono brutte di una bruttezza che ferisce, e ferisce che nessuno se ne accorga. Ecco perché a volte gli animalisti dicono cose molto stupide: impazziscono di solitudine.

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7 risposte a “Rimembranze

  1. accidenti che brava. Sono senza parole…

  2. Ciao Serena,
    pensa che sincronicità, proprio questa sera nel supermercato dove vado ogni tanto mi sono accorta che hanno messo una vasca per astici ed aragoste. E stavano lì, con le chele legate. Una pena infinita. Se non fosse stato quasi l’orario di chiusura sarei volentieri rimasta a vedere chi è che compra astici vivi e se li porta a casa, vivi. Invece ho lasciato il carello già mezzo pieno di spesa e me ne sono andata. Domani mattina niente caffè. Pazienza. In un supermercato che vende animali vivi non ci compro. Lo so, non cambia nulla tra vendere un animale vivo ed altri già fatti previamente a pezzi, ma sapere che in quel preciso momento c’è un essere vivente che sta soffrendo mi impedisce di entrare in certi posti. Ci tornerò però nei prossimi giorni, regolamento comunale alla mano: vietato tenere astici ed aragoste con chele legate. Già ci avevo discusso una volta con il direttore del medesimo supermercato, tempo addietro, perché avevo visto scampi vivi sul ghiaccio (anche questo vietato dal regolamento comunale), ora si sono organizzati, hanno preso le vasche, ma non va bene uguale. Lo so, attaccarsi ad un regolamento comunale che comunque consente che animali vivi possano essere venduti e portati a casa per poi essere cucinati vale poco, ma se posso rompere le palle a qualcuno che commercia con animali lo faccio comunque.
    Ed è vero: la solitudine di un animalista in determinati ambienti e momenti è immensa. Ma pensa quanto debba essere grande quella di un animale che se ne sta in una vasca con le chele legate in attesa di essere ucciso. E allora mi viene la rabbia, che scaccia via la solitudine, che è più forte di tutto, anche del dolore.
    Coraggio. Facciamoci coraggio e lottiamo. E comunque informati su cosa dice il regolamento comunale per la detenzione di animali negli acquari; se vieta che abbiano chele legate, puoi denunciare il fatto alle autorità. Magari servirà a poco, non ad evitare che quegli animali muoiano, ma almeno rompiamo un po’ le palle agli aguzzini.
    Un abbraccio e un bacio grande.

    • Ciao carissima,
      che coincidenza! Io, però, non ho il tuo carattere (invidia…): sono rimasta imbambolita per un po’, poi ho pensato di chiedere alla ragazza del banco se fosse tutto in regola, alla fine ho rinunciato, dicendomi che mi avrebbe certamente risposto di sì e che sarebbe stato sciocco e inutile rompere le scatole a lei, che si limita a fare il suo mestiere. Tra l’altro so per esperienza quanto possono essere pesanti i clienti, figuriamoci se mi va di infastidire una collega. Ad ogni modo anch’io me ne sono andata senza comprare nulla e in quel postaccio non ci metterò mai più piede: ho chiesto ad una ragazza di Lodi, più risoluta e incazzata di me, di fare qualche controllo.
      Ricambio promiscuamente il bacio e l’abbraccio,
      e grazie!

      Sere

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