Animalisti, patosensibili e altri perdenti

scritto a quattro mani con Federica e apparso su Asinus Novus

Il motivo per cui fra le pagine dei rotocalchi non mancano mai, anzi abbondano, test di personalità giudicati idioti da chiunque – compresi quelli che non se ne perdono uno – è che tutti, incondizionatamente, amiamo si parli di noi. Ignoriamo chi abbia introdotto per primo questi test su rivista, ma evidentemente costui è un genio: i pochi garbati che ancora ritengono moderatamente disdicevole ridurre l’interlocutore a un paio d’occhi in cui specchiarsi, e pregarlo silenziosamente perché prosegua a incensarci, o a contraddirci – che pure richiede un minimo di stima – possono proficuamente rivolgersi alla carta per concedere un’ora d’aria al proprio narcisismo, e senza scocciatura per alcuno.

Chi scrive non nutre certo la pretesa d’elevarsi al di sopra della media dei lettori: anche noi li abbiamo fatti quei test, sia chiaro. Come avremmo potuto evitarlo? Ne esiste persino uno, non su giornale ma sul web, che pare chiamarci direttamente in causa: quello sui patosensibili.
Per inciso, non risultiamo patosensibili (sob), ma è probabile che il risultato del test sia stato falsato dal nostro deprecabile sospetto nei confronti di ogni ridicolo neologismo. Ci lasciano perplesse, non possiamo farci nulla. Si vede che non facciamo parte della High People. Chi è l’High People? Quella che i ridicoli neologismi li plasma, of course. Noi ce li immaginiamo sulla spiaggia con un fisico sempre migliore del tuo, denti più bianchi e alito gradevole e profumato anche appena svegli. Ma teniamo a freno la fantasia, non diventiamo troppo low. Sul sito dove abbiamo scovato il test – e non solo quello, ora ci arriviamo – si legge faccia parte dell’High people chi si trova “in alto nella piramide esistenziale”. Chi crede la felicità sia possibile, perché “basta comprendere il mondo (psicologia), nutrirsi bene (alimentazione) e fare un po’ di attività fisica (sport) e si potrà far parte di quel 3-4% della popolazione che vive veramente alla grande”. Sono persone “moderne e positive (NEW PEOPLE)” e si riuniscono tutte su albanesi.it (il sito dell’High People). Non hanno una buona opinione degli animalisti, e nemmeno dei vegani. In quanto animaliste e vegane, siamo cordialmente escluse dal consorzio di quelli che vincono (pazienza). Ciò che accomuna animalisti e vegani, il fattore che impedisce loro, ci impedisce, di raggiungere la vetta della piramide esistenziale è proprio, l’avrete intuito, la patosensibilità. Consisterebbe nell’incapacità di elaborare un sufficiente distacco dal dolore che abbiamo attorno, ma che non ci coinvolge direttamente, cui Albanesi dedica una dettagliata analisi.

Ma chi stiamo leggendo? Una breve conoscenza di Albanesi, un’annusatina alla sua biografia: ingegnere elettronico, impiegato nel settore sino al 1993, dice di sé di occuparsi di Well being dal 1987, dal 2000 direttore del sito internet albanesi.it. Nel frattempo ha curato e realizzato testi di informatica. Non ritiene di fornire ai suoi lettori informazioni su un’eventuale formazione personale che abbia contribuito a strutturare la sua attuale attività. Un buco nero tra l’informatica e la saggezza del vivere felici e performanti. Illuminato un giorno sulla via di Damasco tra una performance di jogging ed una partita a scacchi? Nulla è dato sapere. Certo, l’esperienza è fondamentale e molte scoperte o pensieri innovativi hanno preso forma in menti lontane da una preparazione canonica, ma Albanesi, da uomo che sa volare alto, oltre il comune pensiero che ingabbia noi patosensibili in una vita non realizzata, ritiene che una persona dotata di cervello sappia “dedurre logicamente se una proposizione è verosimile o meno, anche se enunciata da un medico. E che per evitare di mettere le dita in una presa di corrente non occorre essere un fisico”. Come dire, e ci scuserete se utilizziamo delle conoscenze di banale psicologia canonica (siamo inguaribilmente zavorrate al terreno di un sapere ben argomentato, sarà per quello che odiamo il running?), che avere una grande memoria in grado di immagazzinare migliaia di schemi strutturati gerarchicamente autorizzi ad assemblare a piacimento informazioni mediche e psicologiche, e, soprattutto, dia credito automatico a modelli teorici del tutto nuovi, come quelli legati alla patosensibilità ed alle altre “personalità” nomenclate da Albanesi. Con tanto di indicazioni per la “diagnosi”.

Nel modello albanesiano (sic), patosensibile è colui che non riesce a elaborare un sufficiente distacco dal dolore che ha attorno, ma che non lo coinvolge direttamente. La sufficienza del distacco è misurata in termini di “conoscenza diretta”: il patosensibile soffre con l’altro, pur non conoscendolo direttamente. A nessuno è consentito di aiutare tutti sempre, quindi la patosensibilità è considerata negativa per il Well being perché rende impossibile essere felici, o perché rende incoerenti, soffrendo per qualche evento o categoria a cui si è più sensibili e ad altre no. Il consiglio per entrare nel cerchio dell’High people è che aspirare alla santità è insulso, essere buone persone all’interno del nostro “cerchio dell’amore” è il massimo dell’umanità. La patosensibilità, l’empatia per gli sconosciuti, umani o animali che siano, del mendicante che tocca le nostre corde più profonde è un fattore di destabilizzazione dei nostri obiettivi e svia le nostre emozioni da attività più gratificanti per il nostro benessere.

In pratica, dopo aver introdotto questo buffo neologismo, Albanesi procede a mettere in luce tutta la problematicità del concetto che esso veicola. Ma è una problematicità che sta tutta nella sua testa, perché non esiste nessuna “patosensibilità” e noi siamo abbastanza furbe per capire che quel pathos non si riferisce soltanto al dolore cui saremmo eccessivamente sensibili, ma alla sofferenza psichica che ci affliggerebbe in quanto patologicamente sensibili. Siamo ad un tentativo, peraltro neanche troppo raffinato, di patologizzazione dell’empatia verso l’altro non umano. E non solo non umano, a dire il vero: le tesi di Albanesi, se prese sul serio, conducono a conclusioni interessanti. Poiché la coerenza intesa come valore astratto ed assoluto, che il nostro intende applicare a qualcosa di complesso come la psicologia e il comportamento umani come si trattasse di risolvere cruciverba, comporta – ma Albanesi non ha interesse a precisarlo – che si debbano escludere dalla nostra considerazione anche e soprattutto altri esseri umani. Dovremmo, molto coerentemente, fregarcene di tutti (famigghia e associazioncina a parte).

Gli Italiani che durante la seconda guerra rischiarono la vita nascondendo Ebrei, pur senza magari conoscerli, perché credevano fosse giusto farlo? Patosensibili. Persone ai piedi della piramide esistenziale. Perdenti. Albanesi, questo stai dicendo: discende dalle tue premesse.

Noi, molto più umilmente, crediamo non sia necessario scomodare categorie nuove e inventate di fantapsicologia per ritenere psicologicamente interessante questa strana tendenza che si sta diffondendo per la rete: una stipsi morale che porta a definire “patosensibili”, “nevrotici”, “malati” tutti coloro che non intendono rimuovere od occultare l’indicibile realtà del dolore animale. Non è un caso gli Antichi la chiamassero male oscuro: mangiate più fibra.

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6 risposte a “Animalisti, patosensibili e altri perdenti

  1. Ah mi sono dimenticata di dire brava hai fatto bene a scrivere questo post perc albanesi è una brutta persona senza fantasia

    un a bracio

    QUELLO STRONZO!

    ciao c:

  2. ciao noi siamo LA GENTE DROGATA

    RUNNIAMO FORTE, SI SA

  3. Ma la maggior parte dei volontari quindi sono patosensibili? Una persona perchè fa del volontariato? Perchè gli da tristezza vedere la sofferenza altrui e quindi cerca di migliorarne la condizione. Se una persona cerca di migliorare la vita di un malato di cancro, di un bambino leucemico oppure di un cane significa che fa in qualche modo suo il dolore anche se fisicamente non gli appartiene. Magari decide di non fumare le sigarette per non far parte di un sistema che sfrutta i raccoglitori di tabacco, magari decide di diventare vegano per non far parte del sistema che tortura gli animali, o magari, o magari, o magari… beh siamo tutti diversi… come tutte le patologie (scusate ma mi vien da ridere…) ci sono vari livelli. Io ho visto ed ho letto testimonianze di persone malate e ci sono stata malissimo. Ho pianto. Ero con la loro famiglia, con i loro figli, ero con la loro paura di morire. Qst condizione di “patosensibilità” mi ha fatto prendere la decisione di diventare donatrice di midollo e salvare una vita. Non importa il motivo per cui lo si fa… l’importante E’ FARE!!! Mi auguro che non si ammali mai di leucemia perchè magari l’unico stronzo in tutto il pianeta che poteva salvargli la vita ha letto un suo libro.

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