Savater: “animalisti barbari e non umanisti”. Concordo.

apparso su Asinus Novus

Utilizzo con riluttanza il termine “umanità”, dato che appartiene a quel genere di espressioni che, al solo pronunciarle, reificano e falsificano le cose cruciali di cui parlano. Ai fondatori dell’Unione Umanistica che mi invitavano a entrarne a farne parte, ho risposto: “Entrerei forse in un club che si chiamasse Unione Inumana, ma a uno che si chiami Umanistico non potrei proprio aderire”.
(Th. W. Adorno)



Ho sempre trovato azioni dimostrative come quelle di Igualdad Animal particolarmente emozionanti e riuscite. Le marce silenziose in cui gli attivisti tengono fra le braccia il corpo di un animale ucciso negli allevamenti – il referente assente che si fa scandalosamente presente, annullando istantaneamente tutti i non so, i vedrò, i ma – mi colpirono già quando la mia pigrizia, perché sempre di pigrizia si tratta, agiva da cintura protettiva e avrebbe continuato ad assolvere a questa funzione per un po’ (pensavo che in fondo gli animalisti avessero ragione, ma dalla ragione non discende necessariamente l’iniziativa, figuriamoci per un’accidiosa). Per questo non riesco a capacitarmi del fatto che, davanti a proteste del genere, qualcuno, non solo dia prova di non apprezzarne in alcun modo l’originalità, la forza e l’alto impatto scenografico, ma esibisca evidenti reazioni di vergogna e di rabbia. Perché? Persino l’intellettuale, che avendo imparato la misura per professione non cede agli improperi dell’uomo comune, aggrotta il sopracciglio austero e addomestica il fastidio in stizza, pronunciando condanne confuse. L’ostinazione con cui Fernando Savater, indispettito dalle dimostrazioni antitaurine, s’adopera a trovare nessi tra barbarie e compassione, tanto da titolare un capitoletto di Tauroetica «La barbarie della compassione» e citare il trito, ritrito, consunto, confutato argomento del vegetarianismo di Hitler, ha qualcosa dell’idea fissa di stampo paranoide che egli proietta ininterrottamente sugli odiosi detrattori della machia. Nella certezza illesa dal dubbio (e dall’argomentazione razionale, perché, come ha abbondantemente messo in luce Leonardo Caffo, Tauroetica manca clamorosamente il suo obiettivo polemico), Savater arriva a dichiarare:

[…] nel suo significato originale e radicale, barbaro non è colui che maltratta le bestie o non ne prova compassione, ma colui che non fa distinzione tra come vanno trattati gli uomini e come vanno trattate le bestie. Da questo punto di vista, la vera immagine di barbarie non è quella a cui assistiamo nella plaza de toros, ma quella che vediamo fuori, dove persone nude si sdraiano a terra e si ricoprono il corpo di false banderillas e di sangue finto per dare a intendere che uccidere un toro equivale a uccidere un essere umano.[1]

Tralasciando il significato originale del termine barbaro, su cui torneremo in seguito, è opportuno soffermarsi sulla distinzione che egli fissa «tra come vanno trattati gli uomini e come vanno trattate le bestie». Già, come vanno trattati gli uomini, come le bestie e, soprattutto, su cosa si fonda questa gerarchia così marcata e indiscutibile? Savater ha chiare risposte soltanto per le prime due domande. La terza, più importante ed urgente perché da essa deriva l’eventuale accettabilità delle pratiche che intende sostenere, riceve repliche rarissime e traballanti, nonostante per tutto il libro il filosofo proceda con la sicumera di chi possiede argomenti inoppugnabili, che però mai ci mostra e tien per sé, come l’avaro di Molière. Certo Savater ha ragione quando individua la specificità dell’umano nella sua capacità di distinguersi dall’animale – già Horkheimer e Adorno indicavano tale opposizione come il «fondo inalienabile dell’antropologia occidentale»[2]– ma, poiché l’altro polo di questa relazione gli è totalmente sconosciuto, non si accorge né può accorgersi di come sia la sua stessa definizione dell’umano – chiusa, autoreferenziale, idealistica – a fare acqua da tutte le parti. Non è prerogativa esclusiva dell’umano avere interessi, sia perché alcuni animali hanno effettivamente interessi, sia perché taluni umani non ne hanno (si legga Caffo), e non è prerogativa esclusiva dell’umano neppure capire la morte – i gorilla parlano della morte con gli umani, gli elefanti hanno cimiteri, i delfini vivono autentici lutti – ed è desolante constatare come l’ignoranza crassa dell’etologia sia vissuta senza imbarazzo alcuno da un autore che pretende di scrivere d’animali.
Il pensiero di Savater non ha altra forza che la sua continuità col familiare, lampante nell’espediente di gridare allo scandalo di fronte all’asettica conclusione singeriana – perfettamente logica, date le premesse – secondo cui, se dobbiamo considerare criterio di rilevanza etica il superiore livello di sviluppo cognitivo, un vitello in piena salute sia da preferirsi ad un neonato con gravi tare mentali, che però in precedenza, non potendo appellarsi al dogma cristiano della sacralità della vita umana, aveva confessato di apprezzare nella sua «coerenza provocatoria»[3]. Ammantato dall’autorità dell’età e del nome e senza aver dato dimostrazione d’alcuno dei suoi assunti, il filosofo pronuncia quindi senza sconti la sua sentenza sugli animalisti: barbari e non umanisti. Ed è un verdetto che io accetto di buon grado, anzi, che rivendico con orgoglio. Il significato originale della parola barbaro (in greco βάρβαρος), al di là della discutibile reinterpretazione savateriana, è legato alla parola onomatopeica con cui i Greci indicavano gli stranieri, i «balbuzienti», coloro che non parlavano greco e non condividevano la cultura greca. Nella Roma imperiale il vocabolo barbarus avrebbe condensato nel significato ellenistico una diversa sfumatura: la mancanza di leggi scritte, di un alfabeto, ma soprattutto il fermo e testardo rifiuto dell’ordine romano. Ebbene io non parlo e ammetto di non parlare la lingua di Savater, né intendo subire il morbido colonialismo del suo ideologismo in frantumi secondo cui una nozione tanto arida di animalità sarebbe l’unico modo serio e adulto di guardare alle altre specie. Quanto all’accusa di anti-umanismo, mi pare che la sua idea così rigida e inesorabile di umanità mortifichi la stessa categoria che avrebbe a cuore d’esaltare, negando la possibilità di tornare a interrogarsi su cosa definisca l’umano e su quale potrebbe essere la sua vita futura. Ascriva anche me all’Unione Inumana: godrò di buona compagnia.


[1]F. Savater, Tauroetica, Laterza, Bari 2012, p. 107.
[2]M. Horkheimer, Th. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1997, p. 263.
[3]F. Savater, Tauroetica, op. cit., p. 17.

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2 risposte a “Savater: “animalisti barbari e non umanisti”. Concordo.

  1. ciao, chi ha scritto questo pezzo? fatti viva, mi trovi qui https://www.facebook.com/francesca.carraro.73

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