Daniel sono io

Nobody wants to kiss you
When you’re dead
(Daniel Johnston)
 

Adoro Daniel Johnston. Mi sembra che ogni sua canzone parli di me. Il che, considerato che Daniel scrive sempre di se stesso – un ciccione depresso completamente gestito dal padre, buono soltanto a strimpellare due note con quella sua voce stridula e a pasticciare mostriciattoli sulla carta – , è anche abbastanza preoccupante.
Daniel, nella vita, non ha combinato molto. Sì, è famoso, ma a causa dei continui crolli nervosi salta una data sì e una no – due o tre anni fa ero convinta di riuscire a vederlo in concerto: annullò le tappe italiane del tour soltanto qualche giorno prima – , e credo il suo successo se lo godano più che altro i genitori. Classe 1961, è cresciuto leggendo fumetti e ascoltando i Beatles. Cresciuto, a dire la verità, è una parola grossa: solo di peso, probabilmente. Continua a leggere fumetti e, pur non sapendo cantare, continua a voler essere i Beatles. La sua musica sembra il racconto confuso di un bambino di sei anni – un bambino nemmeno troppo furbo, fra l’altro – incapace di stare al mondo e letteralmente distrutto da un amore non corrisposto, il primo e l’ultimo.
Come questi goffi lamenti possano trasformarsi nell’incanto di Monster inside of me è qualcosa che onestamente non so spiegarmi. Tutte le sue canzoni di sfigato e respinto – anche quelle senza senso, numerosissime – riescono a nominare verità così sciocche ed elementari che, se solo provassimo a farlo noi, immediatamente peccheremmo di manierismo. Lui, mentre canta, strascica le parole e sputacchia, la bocca gli si riempie tutta di saliva e non riesce più a pronunciare le dentali; ed ecco che a cinquant’anni suonati può permettersi di intonare stupidaggini come «you make a lot of movies in your mind» e lasciarci comunque di stucco. La musa ispiratrice è sempre lei: Laurie. Laurie, Larie, Laurie, dacché gli preferì un ricco imprenditorucolo, e se lo prese in sposo, Daniel cominciò a scivolare lungo la china che l’avrebbe condotto alla malattia mentale, perso nei themes degli horror movies e nei fumetti di Robert Crumb. Innamorato dell’amore, dall’81 ad oggi continua a dedicarle le sue poesie stonate:

Aveva diciannove anni, quando si ritrovò il cuore in mille pezzi. «Se non posso essere un amante, sarò un parassita», si lagnò in uno fra i suoi pezzi più riusciti in assoluto: e divenne un parassita. Fuggito di casa con un motorino recuperato alla bell’è meglio – l’esperienza di libertà più esaltante mai vissuta, alla quale è dedicata Speeding Motorcycle -, si unì ad un luna park itinerante come venditore di pop-corn, e giunse ad Austin (Texas). Qui, tra un lavoro saltuario e l’altro, musicò ininterrottamente i suoi pensieri su cassettine per le quali disegnava egli stesso le copertine, e che poi regalava ad amici e conoscenti. Iniziarono a notarlo. Qualcuno, dietro al fulminato, annusò il talento: Daniel comparve su Mtv. Un bipolare alla ribalta. Tra gli ’80 e i ’90, tutti volevano Daniel: Kurt Cobain (il suo maggiore fan), i Sonic Youth, Mike Watt, David Bowie, Tom Waits. Da parte sua, Daniel continuò ad alternare momenti di lisergica euforia – si pensi a gioiellini come Walking the cow – a grappoli di ricadute nella sofferenza psichica, fino ad esserne esausto. Nel ’94, tentò d’ammazzarsi. Era troppo inetto pure per riuscirci: si ruppe un braccio. Qualche anima pia si rese conto che Danny non ce la faceva più, e fu ricoverato in un ospedale psichiatrico. Sul finire del secolo, i genitori se lo ripresero in casa: per spillargli il grosso dei guadagni, vociferano i maligni. Possibile, ma qui Daniel trovò un ambiente protetto dove riprendere a dipingere e a comporre con lo svago e la spensieratezza di un tempo.
Musicalmente più solide e mature, anche grazie alla collaborazione con Mark Linkous degli Sparklehorse, le nuove tracce rivelano il Daniel di sempre. Sotto quel corpo segnato e smisuratamente grasso, il ragazzino dall’aria stralunata sogna ancora l’amore, si lamenta di venire trattato come un perdente e ha una gran voglia di spaccare tutto. Scoppia in sonore risate ricordando la cagnolina Queenie, sua “amica speciale”, che abbaiava al cielo e agli uccelli, e si augura che, ovunque sia ora, continui a farlo. Ascoltateli, questi pezzi, sono bellissimi. C’è anche un documentario di Jeff Feuerzeig, The Devil and Daniel Johnston, che racconta un po’ di lui. A Daniel, però, non è piaciuto.

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9 risposte a “Daniel sono io

  1. Com’è ridotto…

  2. Notevole scoperta, adoro i perdenti integrali, unici veri eroi: conoscono la verità della vita e non mentono a loro stessi.
    Ti ringrazio.

  3. che scoperta! devo approfondire, grazie! 🙂

  4. Nemmeno io lo conoscevo. Grazie Serena.
    Ho ascoltato qualche pezzo e mi è piaciuto, dovrò approfondire anche io.
    Comunque è strano come a volte ci si riconosca tanto in persone che poi apparentemente sono distanti anni luce dal nostro vissuto (ma forse non lo sono interiormente).

    • Prego. Le melodie di Daniel possono piacere – molte sono immediatamente orecchiabili – o risultare irritanti nella loro surrealità, ma credo che insieme ai testi diventino qualcosa di fantastico. Fondamentalmente è l’adorabile disgraziato che tutti noi abbiamo messo a tacere o trasformato in adulto: in lui è prevalso e continua a permettersi di dire quello noi facciamo fatica ad ammettere anche solo di pensare 🙂

  5. rimango un po’ d’incanto

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