Veganiani di tutto il mondo unitevi

apparso su Asinus Novus

Scriveva uno dei più famosi epistemologi di tutti i tempi, Sir Karl Raimund Popper, che lo scientismo è a tutti gli effetti una religione, e una religione arrabbiata, totalitaria: mentre lo scienziato riconosce la scienza come opera umana, per definizione fallibile, lo scientista si distingue per una fede cieca, incrollabile nella scienza, estranea al suo spirito più autentico. Non sono dunque i soli critici del dogmatismo positivistico, à la Theodor Adorno, ad accorgersi di come questo possa accogliere in sé lo stesso modus operandi del mito, rimpiazzando idoli e feticci con forze e leggi, in una claustrofobica mimesi del morto, ma pure alcuni tra i più devoti estimatori dello stesso ethos scientifico. In questo secondo caso, il monito dei filosofi risulta ancor più pregnante: in maniera analoga alla religione, costruita con il freudiano «materiale dell’impotenza», qualsiasi sapere che si pretenda certo e definitivo si fa incarnazione di un mai sopito desiderio di tornare a succhiare da quelle mammelle cui violentemente ci sottrassero.
Chissà cosa avrebbe detto il caro Popper se si fosse imbattuto in quella scienza che non solo non si concepisce come falsificabile, ma perde di vista rigore e stringenza d’analisi e dello scientismo conserva solo l’arroganza, finendo per fondarsi sul suo nome soltanto, sul puro fantasma di se stessa, quel camice bianco che già a partire da Milgram mostrò il suo volto di ammaestratore spietato e che, a differenza di pagine e pagine di studi specialistici, immediatamente significa per tutti, immediatamente esercita il suo potere.
Forse, il caro Popper, si sarebbe limitato a cambiare canale, perché ai tempi dell’industria culturale anche Galileo è ridotto a soubrette e i consessi scientifici annoiano e ingrigiscono, tanto che gli stessi professionisti preferiscono essere accolti nei salotti tiepidi dell’every people, la stessa che si è preventivamente conquistata in allegre comparsate da Costanzo, Vespa, Bigazzi – ai tempi in cui Bigazzi ancora non insegnava a cucinare i gatti.
Stiamo parlando, lo si sarà compreso, della puntata di Porta a Porta del 07/03/2012, “Mangiar bene in tempo di crisi”, nella quale si discute, fra le altre cose, di alimentazione vegana. Ospiti del programma sono il dott. Giorgio Calabrese; la dott. Luciana Baroni; un’avvenente signorina; il dott. Giuseppe Paolisso; Wilma De Angelis e infine un pingue e rubizzo sommelier il quale ci tiene a far sapere alla Baroni che il personale dello studio non pare apprezzarla.
Seguo sempre con molto interesse i dibattiti televisivi che toccano il tema veganismo, non tanto perché speri di apprendere qualcosa di nuovo in proposito – ogni persona minimamente informata è al corrente della posizione dei più importanti organi medici mondiali riguardo alla salubrità di una dieta strettamente vegetariana correttamente bilanciata: l’American Dietetic Association, ad esempio, conferma che le diete vegetariane ben pianificate sono appropriate per individui in tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia e adolescenza, e per gli atleti (fonte: Position of the American Dietetic Association: Vegetarian Diets. J Am Diet Assoc. 2009;109: 1266-1282.) – quanto piuttosto perché trovo alquanto istruttivo osservare gli ideologi dell’alimentazione carnea in azione, e come le strategie comunicative che essi adoperano abbiano davvero poco di ‘scientifico’.
Le uniche obiezioni tecniche che il nutrizionista più amato della TV muove all’alimentazione vegana, infatti, riguardano argomenti triti e ritriti – mancanza di Vitamina B12 e di Ferro Eme – cui Baroni, molto pacatamente, risponde, nonostante i ripetuti tentativi di zittirla e parlottarle sopra da parte di interlocutori non propriamente compiti; ed è a questo punto che il malefico Calabrese sfodera il suo vero asso nella manica, che poi è tutta la sua forza, quella della visibilità: davanti ad un pubblico di affezionate casalinghe che già s’inebria del sapor di mare delle alici, ecco che piomba l’accusa, tanto efficace quanto gratuita e scandalosamente falsa, di «mancanza di scientificità». Resta inspiegato chi l’abbia delegato a parlare in nome dell’intera comunità scientifica (Baroni prova a citare l’ADA E Pubmed, ma non le è consentito): l’auctoritas si è espressa, l’oracolo ha parlato, non si osi far notare che la dieta mediterranea non contempla il consumo quotidiano di prodotti carnei, taccia l’eretica e tacciano i veganiani tutti. Veganiani? Sì, perché Calabrese, mutando abilmente la sua carenza d’argomenti in celia, per l’intera serata seguita a definirci così: sebbene non sia da escludersi la sua confidenza con la lingua parlata ricalchi quella con la più recente letteratura scientifica, sembra plausibile la scelta di un termine tanto inusuale miri proprio a ridicolizzare, e forse anche a inasprire, attraverso la sua cupa minacciosità, la diffusa antipatia per quegli odiosi nemici di Goldrake e dell’umanità che intenderebbero privare orde di pensionati senza denti della consolazione della bistecchina, più morbida e conveniente di un piatto di pasta e fasoi (?).
Ma non sono i soli anziani ad essere messi a rischio dalla spaventevole invasione degli ultraveganiani: come non preoccuparsi dei nostri fanciulli? I poveri bambini divengono il luogo che catalizza l’ansietà sulle potenzialità di un mutamento epocale delle nostre vite (la vera posta in gioco non viene mai nominata nel corso della trasmissione), similmente ai figli di genitori omosessuali che suscitano l’orrore e l’ira del senatore Giovanardi, impegnato con Calabrese nella difesa di un conservatorismo cieco targato made in Italy, che in due innamorate che si baciano per la strada riesce a vedere soltanto lo spauracchio di un futuro riconoscimento delle unioni civili, la fine di un mondo – il suo – che finalmente dà i primi segni di cedimento. Cresce il nervosismo di Calabrese che, appoggiato da Paolisso, alza la voce, si scompone, interrompe, finendo per sconfinare penosamente nel personale e incalzare Baroni sui suoi affetti, le figlie, svezzate quando la dottoressa non era ancora vegetariana.
Perché, se seguite da un medico, le madri vegane non dovrebbero allevare bambini vegani? Sarebbe un’imposizione, affermano, perché la società non è pronta. «Se i tempi non sono maturi, bisognerà farli maturare», diceva Dorothy Height. Veganiani, pensateci voi.

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