Minima et immoralia

apparso su Asinus Novus

Si dice che Adorno non fosse un tipo simpatico. Mentre Horkheimer, l’amico e fratello, nonché co-autore di quel miracolo a quattro mani che è la Dialettica dell’illuminismo, era noto per le sue maniere gentili e la affabilità, Theodor passava per l’intellettuale snob, capriccioso e inconciliante. «Il tipo d’uomo che ad un pranzo tra amici non vorresti ti sedesse vicino», disse una volta un mio vecchio professore di estetica, nel tentativo di smussare la mia adorazione da neofita. Ma suppongo fosse in grado di infastidire anche dall’altro capo della tavola.
Chiunque abbia mai amato un testo tanto da cedere alla tentazione di fantasticare sul suo autore e immaginarselo vicino, è perfettamente a conoscenza dell’eventualità che sopraggiunga un momento, particolarmente difficile da accettare e particolarmente odioso, in cui non ci si potrà più ingannare circa la distanza abissale che molto spesso corre tra la parola scritta e la mano che scrive. Il sentimento che si prova allora è quello dell’amante tradito, indignazione mista a rabbia. Con Adorno no, questo non può succedere. Seppure i suoi aforismi seducano con lo stesso incanto di una fiaba e per un istante riescano, come l’Eliotropio, ad interrompere il flusso dello strapotere di ciò che è per farci volgere lo sguardo altrove, verso lande più luminose, per lui l’antipatia doveva essere un habitus morale: lo dichiara esplicitamente. Dove «la parola facile, cordiale, contribuisce a perpetuare il silenzio, in quanto ogni concessione fatta all’interlocutore lo umilia ulteriormente in chi parla», la diagnosi ferma e costante di sé e degli altri diventa l’unica via per sfuggire al male, o «almeno sottrargli la sua violenza, che è quella della cecità».
Non ho mai creduto che l’accusa di estremismo avesse qualcosa di particolarmente infamante. Specialmente se questo è inteso come sinonimo di parlar franco. Quando si tratta di vita o di morte, certi compromessi rischiano di assomigliare un po’ troppo ad una forma particolarmente insidiosa di complicità con le stesse modalità di pensiero che si vorrebbero sradicare. Certo ogni cosa ha il suo prezzo e se si tratta di mettere in dubbio le strutture di potere che attraversano e riproducono la società specista, accade che all’accusa di estremismo si sommino quelle di «misantropia», «intolleranza», «fondamentalismo religioso». Niente di particolarmente sorprendente, se non fosse che questa volta simili attacchi provengono dal blog culturale della casa editrice Minimum Fax, minima et moralia, che proprio dal capolavoro letterario di Adorno prende il nome. Dispiace non si siano accorti che per un adorniano doc la prima e la seconda accusa si auto-annullino: la vera misantropia, ci insegnano le meditazioni della vita offesa, è quella del «borghese tollerante», dato che «il suo amore per la gente com’è nasce dall’odio per l’uomo come dovrebbe essere».
Ammettendo che con l’età anche i Ronda e i Nucci si siano un po’ imborghesiti, passiamo alla terza imputazione, approfittando dell’occasione per rispondere alla caparbia ostinazione – non alla serietà delle pretese – con cui diversi nemici dell’antispecismo persistono nel voler ravvisare un nesso indiscutibile tra il movimento di liberazione animale e una qualsiasi dottrina religiosa.
Chiariamoci, sul fatto che molti vegani siano tutto fuorché personcine amabili, si potrebbe persino concordare. L’unica maniera in cui paiono capaci di relazionarsi con un onnivoro, è quella di sbraitargli contro, aggredirlo con immagini e video cruenti e accusarlo delle peggiori nefandezze: chi si imbatte in personaggi di simil genere, sarà facilmente portato ad accostarli a degli integralisti religiosi, sempre pronti ad alterarsi e a sventolare il dito, tutto senza aver prodotto uno straccio di argomentazione decente. Questi, però, non sono tutti gli antispecisti. E lo sanno anche i vari Ronda e Nucci. Cosa fare dunque per sottrarsi alle istanze di radicale cambiamento e non-violenza che pure l’antispecismo veicola senza venir meno all’esigenza, già irrancidita eppure così ineludibile per noi gente perbene, di mantenersi entro i limiti del politically correct? «Io non ho niente contro i vegetariani, né tantomeno contro quei pochi vegani aperti al dialogo, solo non posso sopportare quelli tra loro che vogliono convertirmi»: a tutti noi, indipendentemente da quello che ci mettiamo nel piatto, sarà capitato di ascoltare esternazioni di questo tipo. Se, per quanto riguarda l’appunto mosso ai metodi in auge presso tanta parte del movimento, non si può che chinare il capo e battersi il petto, che, come osserva Marco Maurizi, alcuni animalisti assomigliano in maniera preoccupante a delle personalità borderline, è interessante spingere tale osservazione sin dove pochi hanno veramente facoltà e desiderio di gettare lo sguardo. Il suo significato più vero e profondo coincide infatti, manco a dirlo, con quello meno immediato. Ripulito da quella patina di pruderie che lo offusca, esso potrebbe essere articolato così: siamo disposti a tollerare il privato che da mane a sera progetta con minuzia di chimico la propria routine, tutto assorto nell’evitare i prodotti dello sfruttamento animale sulla base di una morale superiore che egli applica inflessibilmente a se stesso soltanto, ma bolliamo come fanatico l’antispecista militante che scalcia e schiamazza, scavalca i cancelli degli allevamenti e quivi sottrae riprese d’inferno da mostrare alla società civile per produrre un cambiamento reale nell’assetto sociale. Logico, no? Mica tanto. Parliamoci chiaro, agli occhi del non credente più coerente e spregiudicato, il vero religioso non potrà che apparire…il primo! La sua ferma obbedienza ad un nuovo imperativo categorico, lungi dal sucitare reazioni di plauso ed ammirazione, verrà tacitamente derisa come pedanteria particolarmente demodé, folklore, «cineseria königsberghese», ovvero quello stesso verdetto che Nietzsche, in spregio massimo, emise sul «dovere per il dovere» di Kant. Viceversa, l’attivista che si batte per un mutamento drastico e sostanziale dell’agire collettivo nei confronti degli Animali, colui che si fa portatore di una diversa idea della polis, potrà venire giudicato, nella migliore delle ipotesi, un sognatore, oppure un avversario politico da affondare a tutti i costi, oppure ancora un paranoico ed un folle (ha ragione Nucci a parlare di «delirio antispecista»: sempre secondo Adorno, «solo i pazzi dicono la verità al dominio»), ma giammai l’adepto di qualche fede strampalata. Gli unici che mettete alle strette, signore e signori, sono proprio quei privati che con i vostri composti preamboli credevate di salvare.

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6 risposte a “Minima et immoralia

  1. certo che se gli metti quell’immagine Adorno sembrerà sempre antipatico! prova con questa:

    😀

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