Qualcuno ha parlato di Natura?

Il corpo che abbiamo, travestito da molecole convulse e banali, si rivolta tutto il tempo contro questa atroce farsa del durare. Vogliono andarsi a perdere le nostre molecole, il più in fretta possibile, in mezzo all’universo le carine! Soffrono di essere soltanto “noi”, cornuti dell’infinito.
(Louis- Ferdinand Céline)

Perché siamo vegan? È mia personale convinzione vi sia un’unica risposta a questo semplice interrogativo, eppure, in mezzo all’ insensata accozzaglia di argomenti estrinseci che s’è prodotta (siamo sicuri di avere ben compreso il discorso su dentatura e intestino, oltretutto?), è diventato sempre più difficile riconoscerla come tale e realizzarsi completamente nella sua dimensione. Non vi è nessuna necessità di esaminare nel dettaglio il discorso sulla natura dell’essere umano per ritenerlo perdente in partenza: se anche mangiare carne fosse contrario alla nostra biologia, nulla vieta di pensare che sia nostro diritto e privilegio non dichiararci d’accordo con ogni avvenimento naturale e quindi anche andare «contronatura» – per inciso, non sono affatto sicura che mangiare carne sia contrario alla nostra biologia: non vedo nessuna differenza tra le nostre macchine, i nostri fucili, la nostra tecnica e le zanne dell’orso. Non a caso ci viene contestato di essere gli iniziatori di un moderno culto della Natura, che però ha sostituito quest’ultima con una fantasticheria color pastello dove il leone dorme con la gazzella e la morte si posa placida su ogni creatura, non più violenta di una carezza. Argomentazioni come questa, oltre che problematiche da un punto di vista prettamente scientifico, indeboliscono l’unico reale motivo del nostro veganismo e lasciano intendere che il desiderio di non usare violenza contro gli Animali non sia davvero così essenziale, non così urgente, non così vitale. Credo si tratti di una sconfitta, la peggiore in cui saremmo potuti incorrere. Non soltanto perché la compassione verso altri esseri sensibili capaci di emozionarsi e di avere una propria percezione del mondo rappresenta obiettivamente lo sprone più potente (quanti dei vostri conoscenti vegetariani e vegani lo fanno davvero per salutismo, ecologismo, etc etc?), ma anche e soprattutto perché quella stessa pietà di cui qualcuno pare vergognarsi – ma è tutta vergogna interiorizzata: liberatevene! – costituisce ciò che i processi reificanti della nostra società escludono, soffocano, rimuovono, e che proprio per questo DEVE venire rivendicato. Nel nostro mondo la psicopatia, cioé una condizione di rimozione dell’empatia e della compassione, è solo raramente una disfunzione individuale: credete davvero che la maggior parte degli onnivori non sia toccata da ciò che avviene nei mattatoi? Io credo piuttosto ne allontanino il pensiero, agevolati in questo da una bene educata comunità di professionisti del buon senso che insegna loro quanto sia sconveniente commuoversi per il proprio «cibo», quanto sia puerile, patologico perfino. Ma chi è che traccia i confini che separano una sensibilità reattiva e dolente dalla patologia? «Non è razionale rinunciare a carne e derivati perché essi rientrano naturalmente nella nostra dieta». Eccolo, il fantasma di dio, che riemerge prepotentemente dal sepolcro in cui abbiamo troppo presto creduto d’averlo rinchiuso; non che abbia assunto sembianze inedite rispetto a quelle che gli abbiamo di volta in volta attribuito: siamo al garante della Natura, al suo custode, un inconsapevole residuo di deismo. Certo in questo caso la Natura è descritta più fedelmente rispetto alle ingenue rappresentazioni edeniche di certa zoofilia, ma resta nondimeno vincolata alla dimensione del mito: mitico è ciò che incessantemente riproduce se stesso e non conosce la possibilità di un altrove, è « il sempre uguale, assottigliatosi infine sino alla legalità formale del pensiero» (Adorno). Nessuna legalità naturale a cui appigliarsi. Lotta per la sopravvivenza, diritto del più forte, interesse di specie: palle, o, più propriamente, idola. Noi possiamo essere quello che vogliamo, non abbiamo più tavole a cui obbedire. Possiamo credere in una riarticolazione dell’umano «in nome di un mondo più vasto e, finalmente, meno violento, senza conoscere in anticipo quale forma precisa assuma, e assumerà, la nostra umanità» (Butler). Abbiamo forse paura di «perderci»? Ma siamo già da sempre «destabilizzati», sbilanciati verso un fuori da cui necessariamente dipendiamo: siamo esseri relazionali. Nessun austero giudicante può pretendere che il nostro respiro si arresti agli angusti confini di specie – che società di stitici, santo cielo! – esattamente come non può pretendere di contenere l’ampiezza. Il comprimersi delle possibilità significa immediatamente morte, soffocamento. Lasciatemi prendere aria.

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5 risposte a “Qualcuno ha parlato di Natura?

  1. Ma con chi parli?

  2. Bel post. Davvero.
    E’ così difficile ESSERE, totalmente, liberamente, fuori dalle sovrastrutture (di specie, di genere, di classe, di comportamenti, di mode, di cultura, di confini biologici ecc.) in cui ci imprigionano sin da quando veniamo al mondo?
    Eppure siamo capaci di immaginarci mondi, realtà e maniera di porsi diverse diverse grazie all’enorme potere immaginifico della nostra mente, potere che però resta isolato e confinato alla sola possibilità, alla sola potenzialità, per poi ricadere nelle maglie della costrizione del quotidiano.

    “Nessun austero giudicante può pretendere che il nostro respiro si arresti agli angusti confini di specie – che società di stitici, santo cielo! – esattamente come non può pretendere di contenere l’ampiezza. Il comprimersi delle possibilità significa immediatamente morte, soffocamento. Lasciatemi prendere aria.”

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