Alcune considerazioni sulla presunta mancanza di virilità dei vegani

È singolare che sia io, una donna, a scrivere un’apologia del vegano maschio, ma forse è proprio la mia totale estraneità ai comici rituali di genere in cui gli uomini sembrano essere costantemente (talvolta febbrilmente) impegnati per guadagnarsi il riconoscimento della propria appartenenza al «sesso forte» che mi consente un’analisi schietta e disinibita.

Chi ha frequentato la comunità LGBT avrà certamente confidenza con il concetto di «passing»: il passing è lo sforzo compiuto da una persona trans per essere riconosciuta dagli altri come donna o come uomo, a seconda dell’identità che sente di incarnare, al di là del suo sesso di nascita. La cosa divertente è che non sono solo le persone trans a darsi un gran da fare per «passare»: tutti noi siamo, sebbene a livello inconsapevole, perennemente in transito verso un’identità che non è interamente riconducibile alla nostra dimensione biologica; recitiamo dei ruoli che si sono costituiti nel fitto e complesso intreccio delle relazioni che ci hanno preceduto e che compongono quell’«io che è noi e noi che è io», la società, il consorzio umano. L’impalcatura della nostra scena ha natura binaria: veniamo al mondo con uno dei due sessi (non è così facile, in realtà, ma non è il caso di approfondire in questa sede), e a un dato sesso corrisponde una determinato corredo di comportamenti di genere. Come avrete intuito, fra le parti esiste una gerarchia, non tutti gli attori sono egualmente fortunati, e nella storia le attrici lo sono state meno degli attori. A qualcuno la propria performance riesce bene, si trova a suo agio, qualcuno invece la vive come una tortura, se ne sente costretto come in una camicia di forza. 

Chi scrive sa quanto possa essere doloroso non riconoscersi nel ruolo che altri ci hanno cucito addosso: solo con il tempo si impara che il nostro copione può essere reinterpretato e che gli stessi ruoli non sono fissi, ma possono mutare e aprirsi a nuove significazioni, contaminarsi, moltiplicarsi perfino. Non mi rivolgo quindi a chi ha già avuto una certa esperienza del mondo e può sorridere della bassezza di certi attacchi ma a chi, magari un po’ più giovane, sta provando sulla propria pelle quanto possa essere faticoso non vestire alla perfezione i panni della «tradizionale identità maschile» (quella che Silvio Berlusconi con le sue battute su gay e belle donne ha incarnato così bene fino a pochissimo tempo fa, per intenderci, e che io, sulla scorta di Valerie Solanas, sarei ben felice di vedere scomparire dalla Terra).

Un vegano rifiuta la violenza sui più deboli, e in particolare sugli unici deboli che la nostra società considera lecito sfruttare e uccidere (i più deboli di tutti, dunque, gli animali sono davvero gli ultimi tra gli ultimi): di fatto, chi non consuma le parti di un corpo animale sta negando la legittimità della struttura di potere interspecifica su cui si basa la nostra stessa quotidianità, il nostro amato quieto vivere. Perfino l’immagine calda e familiare di una tavola imbandita si trasforma come per un lampo improvviso nell’evocazione di una violenza rimossa e impronunciabile, e ciò risulta intollerabile per chi è molto affezionato alle proprie abitudini. L’elemento di disturbo deve venire neutralizzato: colpevole diventa chi non si siede a tavola. Se la donna vegana è ancora sopportabile – si ricorre per squalificarla a un repertorio di luoghi comuni che si radicano nel più bieco maschilismo: sentimentalismo femminile, isteria, ansia di maternità riversata su cuccioli non umani, il tutto condito con l’immancabile battuta scurrile – , l’uomo vegano deve venire letteralmente demolito, e ciò avviene facendo appello alla più ancestrale paura umana, la fobia della castrazione. Il vegano diventa un omuncolo, un eunuco. Il suo fermo rifiuto della forza (che, per inciso, richiede una tenace forza di volontà, specialmente all’inizio) si traduce in mancanza di forza. Sospendendo temporaneamente il perbenismo di facciata nei confronti delle minoranze sessuali, lo si chiama mezza checca, finocchio, ricadendo a piè pari in un po’ di sana omofobia e dando così per scontato il falsissimo assunto di una coincidenza tra mancanza di attributi e omosessualità. Dimenticando che circa l’85% degli Italiani dichiara di amare gli animali e di essere contrario alla caccia, si rimpiange nostalgicamente l’immagine del tempo che fu, producendosi in un lacrimevole elogio della forza (degli altri), l’antica virtù guerriera che di certo manca ai vegani e che sola ci consente di addentare le fettine al burro della nonna, la merenda di ogni vero uomo.

È interessante notare che questa negazione della virilità del maschio vegano non avviene soltanto a livello simbolico: già in passato s’era assistito a un tentativo di ridicolizzazione della sessualità dei vegetariani con maliziose insinuazioni su possibili «flop sotto le lenzuola» causati da una dieta che escluda prodotti carnei, tanto che la Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana pubblicò un breve comunicato per smentire tali voci e fare un po’ di chiarezza sull’argomento; oggi ci si ritrova davanti alla demonizzazione dei prodotti a base di soia, ma si trascura bellamente il fatto che lo studio di cui ci si avvale per dichiarare una dieta vegana dannosa per l’apparato riproduttore maschile riporta l’unico caso di un diciannovenne diabetico e si riferisce ad un’assunzione massiva della soia stessa, che un vegano non è affatto costretto a consumare in quantità così elevate (curioso che chi non intende rinunciare alla grigliata del sabato invochi per sé il detto Sola dosis venenum facit, e ne revochi la validità non appena possa riguardare abitudini alimentari diverse dalle proprie).
Non è mia intenzione prodigarmi per disinnescare questa gigantesca macchina del fango – ne verrei semplicemente travolta, perché il suo scopo è solo quello di denigrare e non c’è nulla che possa finalmente arrestarla e imporle la serietà di un’analisi onesta – ma vorrei comunque proporre una riflessione (suggeritami da Lorenzo Bernini) sul significato originario della parola andreia, la virtù aristocratica che nell’etica virile della Grecia Antica denotava l’autocontrollo dell’uomo di comando, la dote che gli permetteva di distinguersi dalla maggior parte dei concittadini dediti al vizio. L’autorità e il coraggio virili erano propri di chi osava sfidare il proprio tempo invece di assecondarne l’andamento, pagando quel prezzo che tanto spesso l’ingiustizia presenta all’uomo giusto. Nell’era dello specismo, io non riesco a immaginare gesto più virile del non distogliere lo sguardo, aperto rifiuto di quella disconosciuta violenza sull’inerme che ancora ci consente di consumare al banchetto comune.

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9 risposte a “Alcune considerazioni sulla presunta mancanza di virilità dei vegani

  1. Io sono maschio maschio.

  2. Anche io.

    (comunque persino WordPress ha associato al tuo viril nominativo un’iconcina rosé, fossi al tuo posto qualche domanda inizierei a farmela)

  3. Taci, donna.

  4. Quante bellissime riflessioni.
    Ogni volta che mi capita di entrare in un negozio di giocattoli mi rendo conto di quanto insistentemente i ruoli del maschile e del femminile vengano imposti fin dalla più tenera età.
    Reparto maschietti: armi di vario genere, automobiline, robot vari (tutti, peraltro, accessori che, in qualche modo, rimandano ad un concetto predefinito di mascolinità ed accettato come tale culturalmente; quindi si continua a veicolare, confermare e rafforzare tali pregiudizi).

    Reparto bambine: tanto rosa ovunque, tavole da stiro giocattolo, cucine giocattolo, bambole e passeggini varie (ad appiattire il femminile nel solo stereotipo della mamma, brava moglie di casa).
    E comunque per me, come ho anche scritto tempo addietro, gli uomini vegani sono i veri uomini perché non hanno bisogno di uccidere il più debole per sentirsi forti.
    Entrambi, donne e uomini vegani, vere persone in grado di accogliere e donare amore, non limitando la propria empatia alla sola specie di appartenenza.
    I cacciatori (ma anche i toreri, i macellai, i vivisettori e via dicendo) invece hanno costantemente bisogno di dimostrare a loro stessi di valere qualcosa; peccato che, prendendosela con i più deboli, dimostrino solo la loro bieca vigliaccheria.

    Tempo ho letto un romanzo di Don DeLillo, Rumore Bianco, in cui si fa una riflessione interessante sul bisogno di uccidere, come se uccidendo l’altro si potesse provare a se stessi che si è ancora vivi e così facendo si esorcizzerebbe la propria paura di morire.
    E secondo me potrebbe spiegare perché l’uomo si accanisce da tempo immemore sugli animali, per dimostrare – sbagliando, ovviamente – di essere vivo, di essere forte, immortale. Tiepida illusione perché dimostra solo di essere vigliacco.

  5. Grazie per il tuo prezioso commento, sono completamente d’accordo con te.

    Come dice Guido Ceronetti, “capire la corrida è abbastanza facile, perché è un segno chiaro della sconfinata debolezza umana, della sua paura del mondo naturale. Nel rito del toro ucciso, l’uomo trionfa delle forze brutali che l’opprimono, la Morte (allevata per essere uccisa) è eccitata a colpirlo e burlata da salti e volapié: eccolo per un momento felice e al sicuro come un lattante tra le tette. Quando il toro non è terribile è una vergogna, perché non rappresenta bene la Distruzione.”

    E alcuni tra questi poppanti pretendono pure di fare i grandi uomini e giustificare filosoficamente il loro mai avvenuto svezzamento!

  6. La riflessione sulla tavola imbandita mi ha colpito con una grande violenza color marrone scuro [è una sensaz. che traspare immagino dagli altri commenti che ti ho sparso per il blog; quella sensaz. di elemento fantasmatico che viene a cadere. Nel senso che è davvero l’immaginario ad avere una potengi consist. nella percezione di quelle cose tanto belle e tanto dolorose come le cotolette panate]

    Il mio egs era vegan, poi ha smesso per una malattia [di cui non mi ha voluto dire nully] (anche se un ragazzo antispecista mi disse che era improbabile perc non è vero che è necessario mangiare carne anche se sei malato di qualcosa per cui ipoteticam. serve la carne e io non ci ho mai capito gnente, dico la veritò) e veniva preso in giro molto.
    Ad es. gli rivolgevano battute squallide sul sesso orale del calibry di “ah ah ah e la gnocca non la mangi più?” poi una volta era ubry di potenza e gli amici gli hanno fatto mangiare un panino col wurstel mi pare.

    bo che storie brutte.

    io comunque sono molto confusa & indecisa sulla faccendy. Penso che l’antispecismo sia auspicabile e ragionevole ma sul piano personale ho delle difficoltà [paure], anch perc traballo molto individualmente, mi isolo, e prendere una decisione del genere in un momento di tale squilibrio minerebbe maggiorm. i miei contatti con l’esterno [hei chiedo scusa a chi legge, ma può essere interessante anche capire il punto di vista alterato dalle sovrastrutture e convenz. sociali], inoltre non sarei in grado di condurre una dieta responsabile, al momento. Insomma sono molto alla deriva, scrivo queste cose perc ogni volta l’argomento mi tocca nel profondy e scoperchia una serie di sensaz., quindi può sembrare che io mi stia giustificando, in realtà non è così, prendo le sensaz. e le riporto qui paro paro perc è una reazione che voglio condividere

    • Occielo bimbi, non volevo turbarti! Cioè, sì, io scrivo proprio perché nessuno è turbato né è più capace di turbarsi, insomma lo spero proprio di turbare, ma non te…vediamo di schiarire quel marrone scuro.

      L’amico antispecista ha ragione, si può vivere da vegan anche con diverse patologie ma è necessario attenersi ad alcune accortezze, ora comunque non penso sia interessante parlarne.
      Le storie sono brutte perché la gente è brutta: c’è anche una battuta altrettanto squallidy che fanno sempre alle vegane, insomma credo la puoi immaginare, non che mi offenda più che altro mi dispiace esistano persone così penose.

      Sei molto meno molto confusa & indecisa sulla faccendy di quanto credi, temo, ma penso ognuno abbia i suoi tempi e la coerenza individuale, sebbene auspicabile et umanamente apprezzabile, si sviluppi a poco a poco se deve svilupparsi e non vada forzata. Non mi sembra tu ti stia giustificando, comunque, tranquilly. Anzi grazie per questa condivisione stile alcoolisti anonimi, sono le mie preferite – ora puoi pensare che ti prendo per il kulo ma non è così, mi sento abbastanza lusingata per tutto ciò!

  7. Stupendo.

    Ed ecco perchè considero un vegano maschio più virile, più intelligente, sexy e qualsiasi altra cosa tu voglia mettere, piuttosto che un carnivoro.
    Perchè sono fottutamente intelligenti, empatici ahhhh sono il meglio 😀

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