Mangiar Fiori

 

 

Il loto è una vivanda orientale. Tagliato a fette sottili, ha tuttora il suo posto nella cucina cinese e indiana. Forse la tentazione che gli si attribuisce non è quella di regredire allo stadio della raccolta dei frutti della terra e del mare, più antico dell’agricoltura, dell’allevamento e della stessa caccia, più antico, insomma, di ogni forma di produzione. Difficilmente è un caso che l’epopea associ l’idea del paese di cuccagna al fatto di mangiare dei fiori, anche se si trattasse di fiori che oggi non rivelano più traccia di questo carattere. Il mangiar fiori, che si usa ancora come dessert nel vicino Oriente, ed è familiare ai bambini europei dalla cottura all’acqua di rose e dalle violette candite, promette uno stato in cui la riproduzione della vita è indipendente dall’autoconservazione consapevole, la beatitudine sazia dall’utilità dell’alimentazione metodica. Il ricordo della felicità più antica e più remota, che balena al senso dell’odorato, si fonde con l’estrema vicinanza, quella dell’incorporare. È un ricordo della preistoria. Per quante pene e tormenti possano aver subito gli uomini in essa, essi non sono in grado di concepire una felicità che non viva della sua immagine: «Di là navigammo avanti, sconvolti nel cuore»[1].

(Theodor W. Adorno)


[1] Odissea, IX, 105.
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